martedì 21 maggio 2013

IL CASO LA MOTTA-IOR, OVVERO L'OCCULTAMENTO DEI MEDIA DELLO STATO PARALLELO...


Franco La Motta, ex vice capo dell'Aisi, il servizio segreto civile, e capo tra il 2003 e il 2006 della Direzione del Fondo edifici di culto del Viminale è un potentissimo "Gentiluomo di sua santità" con il privilegio di un conto allo IOR in cui si possono effettuare ogni genere di operazioni finanziarie senza controllo. Massimo Teodori
Ancora una volta è probabile che lo IOR sia al centro dei milioni di euro spariti dal Viminale, lo scandalo per cui è indagato per peculato e corruzione Franco La Motta e sono incarcerati Eduardo Tartaglia, cugino di La Motta, e il broker Rocco Zullino accusati di riciclaggio di denaro camorristico.
BASTIONE NICCOLO' V - SEDE DELLO IOR
Lo IOR, banca offshore di Roma-vaticana, ha una lunga tradizione di malaffare finanziario, di riciclaggio e di corruzione i cui protagonisti sono stati spesso gratificati dell'onorificenza di "Gentiluomo di Sua Santità" con licenza di operare nella banca occulta.
Questo è il caso di Franco La Motta, come in passato è stato il caso di Umberto Ortolani e Angelo Balducci, anch'essi "Gentiluomini" pregiudicati.
Tirate il fiato perché questa è la storia che ci riporta a un tempo antico, quello in cui camorra e servizi segreti operarono insieme. In questo caso invece camorra e Stato, ministero dell'Interno, hanno investito i propri capitali nella stessa banca. Ma i soldi del Viminale sono spariti.

Iniziamo da un passaggio del decreto di fermo della Procura antimafia di Napoli contro due riciclatori del clan camorrista Polverino, Eduardo Tartaglia, produttore cinematografico, Rocco Zullino, broker che opera a Lugano. Fermati martedì scorso, nello stesso giorno in cui gli uomini del Ros dei carabinieri entravano nella sede dell'ex Sisde, oggi Aisi, il servizio segreto civile, per perquisire gli uffici di Franco La Motta, prefetto in pensione da un mese, da aprile, e fino allora numero 2 dell'Aisi - e prima ancora numero uno del Fondo Edifici di culto (Fec) presso il Viminale - e fino a martedì consulente dell'Aisi.
Il procuratore aggiunto Gianni Melillo e i pm Ardituro, Del Gaudio e Ribera scrivono nella richiesta di convalida del fermo: «Numerose sono risultate poi le conversazioni intervenute tra Eduardo Tartaglia e Rocco Zullino aventi ad oggetto un investimento eseguito dal Ministero dell'Interno, in particolar modo dal Dipartimento per le libertà civili e per l'immigrazione (da cui dipende il Fec, ndr). Non è ancora chiara la natura del consistente impiego di denaro pubblico presso la Hottinger (banca svizzera, ndr), ma è oltremodo evidente l'imbarazzo degli interlocutori nell'affrontare le conversazioni relative alla vicenda».

Aggiungono i pm: «In tale vicenda risulta coinvolto il Prefetto Franco La Motta, come osservato in contatto con il Tartaglia, oltre che individuato dal Perrone (Roberto, imprenditore, ai vertici del clan Polverino oggi pentito, ndr) come soggetto a cui il medesimo Tartaglia si riferiva come esponente in grado di fornire informazioni sulle indagini in corso».
Sappiamo poi che il ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri, appreso del buco di una decina di milioni di euro sottratti al Fec, investiti da La Motta nella «Hottinger» e poi scomparsi, ha inviato un esposto alla Procura di Roma - che indaga il prefetto La Motta per peculato e riciclaggio - e messo in piedi una commissione d'inchiesta formata da un avvocato dello Stato, un generale della Gdf e un ispettore del Tesoro.
Il fermo dei due riciclatori avviene nell'ambito di una inchiesta che riguarda «il trasferimento - attraverso una serie coordinata di varie operazioni finanziarie internazionali - della somma di circa 7 milioni e 200 mila euro, provento del delitto di associazione mafiosa, inizialmente presso la Projeckty Investice s.r.o. utilizzando una banca sul territorio della Repubblica Ceca, successivamente nel Regno Unito, apparentemente ad una società denominata Willbest Ltd. ed, infine, su un conto aperto presso un istituto bancario elvetico.». I 7 milioni e 200 mila euro sono il provento del clan «per la realizzazione di un centro commerciale IPERCOOP a Quarto».

A proposito di Tartaglia e Zullino, i pm napoletani si sono convinti che il secondo fosse «completamente asservito e pervaso da una sorta di sudditanza nei confronti del socio padrone Tartaglia anche per le decisioni più banali». A Zullino che gli dice di aver fissato un appuntamento di lavoro, Tartaglia gli suggerisce «di mettere nel suo studio le foto che ha con Maroni o altre personalità per dare più credibilità all'incontro...».
Racconta Roberto Perrone: «Il Tartaglia fece particolare riferimento ad un suo cugino, prefetto in Roma, che - grazie alla sua posizione - era riuscito ad ottenere informazioni sulle mosse della Procura in relazione a questa vicenda. Devo dire che, in seguito, in colloqui riservati tra me e l'Imbriani, quest'ultimo mi ha poi riferito di aver stretto un rapporto costante con questa persona, tanto che spesso la frequentava recandosi in Roma».
Sempre Perrone racconta un episodio che avvenne nel 2007, quando lui e gli altri imprenditori camorristi volevano acquistare una caserma, «che era l'arsenale dismesso della Marina Militare di La Spezia, nella zona delle Cinque Terre».

Il progetto necessitava di «un cambio di destinazione d'uso» per la «successiva costruzione di numerosi appartamenti o, addirittura, di una struttura alberghiera». «Data la particolare difficoltà nell'acquisizione di un terreno demaniale, Nicola Imbriani si avvaleva inizialmente dell'appoggio politico del senatore Gaetano Pellegrino (Udc, ndr) che gli aveva fornito le dovute assicurazioni al riguardo.
Il prefetto La Motta, entrava in gioco in questa vicenda per i necessari contatti per essere favoriti sia nell'acquisto e sia per gli eventuali successivi atti urbanistici, come per esempio i cambi di destinazione d'uso, di un immobile di proprietà demaniale e successivamente dismesso».

http://www.leggo.it/NEWS/ITALIA/killer_camorra_lady_clan/notizie/278345.shtml
Venerdì 10 Maggio 2013
NAPOLI - C’è una donna che viene definita «tragicatora», espressione neanche tanto difficile da capire, buttata lì nel bel mezzo di un’indagine per fatti di camorra. C’è una donna che viene indicata come responsabile di una strategia di alto profilo criminale, una che invece di invitare i maschi di casa alla calma e alla moderazione, avrebbe aizzato gli animi.
Lo ha raccontato di recente un ex killer, il pentito del rione Sanità Giuseppe Granieri, che sta ricostruendo presunti ruoli e livelli di responsabilità nel sempre più confuso scacchiere criminale del centro cittadino. E sulle donne del clan, sulle «quote rosa» della camorra napoletana, pare che il collaboratore di giustizia non si sia risparmiato quanto ad immagini ad effetto. Che significa «tragicatora»? La risposta chiarisce ogni dubbio: «Una donna che mette le tragedie, che diceva sempre che bisogna uccidere, bisognava fare i morti».
Storie criminali, indagini dei carabinieri del comando provinciale di Napoli, c’è anche questo nell’ultimo affresco malavitoso del rione Sanità.

Agli atti le accuse di un pentito, arrestato una quindicina di giorni fa con l’accusa di essere il killer di Francesco Bara, uomo dei Lo Russo nel ventre cittadino. Viene bloccato grazie a un fermo dei pm della Dda di Napoli, conferma le accuse che lo tengono in cella. Confessa. E apre lame di luce nella storia della conquista della Sanità, nel sogno di crescita malavitoso che sarebbe stato covato per mesi dal gruppo di Giovanni Della Corte, almeno secondo le indagini della Dda. Inchiesta condotta dal pool dell’aggiunto Gianni Melillo e dai pm Sergio Amato e Enrica Parascandolo, la parola passa ai giudici del Riesame.
In un filone parallelo, in questi giorni sono state scarcerate Carla e Giulia Della Corte (difese dal penalista Guido De Maio), che erano state arrestate per droga e armi proprio nelle stesse ore in cui i presunti killer di Bara finivano in cella.
Stando alla ricostruzione degli inquirenti, nel corso dell’ultimo anno sarebbero venuti al pettine vecchi nodi, nei rapporti di forza per il controllo dei traffici criminali nella zona della Sanità. E così di fronte alla reggenza di Bara - sostenuto dai «capitoni» di Miano - sarebbe montata l’insofferenza delle giovani leve, per altro legate al gruppo Savarese, famiglia da sempre radicata all’ombra di Porta San Gennaro.

Frizioni striscianti, scortesie reciproche, fino ad arrivare alla resa dei conti.
In tutto il quartiere, viene diffusa una sorta di messaggio sinistro: «Giovannone» non vedrà l’anno nuovo, sarà ammazzato prima dell’inizio del 2013. Clima da coprifuoco lo scorso Natale, paura per regolamenti di conti, per tiri incrociati, di quelli che hanno già mietuto vittime estranee al crimine organizzato. Fatto sta che, stando alla ricostruzione della Dda di Napoli, Giovannone avrebbe provato a giocare in contropiede, a lavorare d’anticipo, ad utilizzare il fattore tempo.
È il trenta dicembre scorso, quando Francesco Bara viene ucciso. «Ho fatto prima io», si sente in una conversazione intercettata nel covo di Della Corte. Ad esplodere i colpi, sarebbe stato proprio Giuseppe Granieri, vale a dire l’uomo che oggi sta raccontando parte del suo vissuto ai pm della Procura. Da brividi la ricostruzione dell’agguato: per ore chiusi in una guardiola, forti di una telecamera per studiare le mosse di Bara, poi il momento opportuno, quando il bersaglio decide di farsi vedere in giro, tanto per ribadire il proprio ruolo.
È il momento clou, Granieri gli va incontro, sa di non avere un volto conosciuto, estrae la pistola e punta al viso. Aveva in testa una sola filastrocca, quella di una donna che andava dicendo che «bisognava fare i morti, bisognava fare le tragedie».

http://www.articolo21.org/author/Nicola-Tranfaglia/
di Nicola Tranfaglia - 12 maggio 2013 Non passa giorno nella nostra repubblica in cui alti funzionari dello Stato, magari andati l'altro ieri improvvisamente in pensione, non si trovano imputati di fronte a giudici che fanno il loro dovere e si limitano ad applicare la legge. Quando stamattina ho letto la vicenda del prefetto Franco La Motta (in foto), fino a pochi giorni fa numero "dell'AISI, ex Sisde, insomma del Servizio Segreto Civile (e consulente dell'AISI fino a marterdì scorso e prima ancora responsabile del Fondo Edifici di Culto presso il Ministero degli Interni, quasi non credevo ai miei occhi.
Ma due grandi quotidiani del nostro paese che peraltro seguono indirizzi diversi come La Stampa di Torino, diretta da Mario Calabresi e La Repubblica di Roma diretta da Ezio Mauro, hanno pubblicato, con un notevole rilievo giustificato dal personaggio implicato, le accuse che i pubblici ministeri della Procura Antimafia di Napoli, il procuratore aggiunto Gianni Melillo, e i sostituti Ardituro, Del Gaudio e Ribera hanno fatto all'ex prefetto. Si tratta di una grossa somma, dieci milioni di euro impiegato nella banca svizzera Hottinger.
"In tale vicenda risulta coinvolto il prefetto La Motta (fermato ieri con decreto dalla Procura) con il broker Rocco Zullino, come osservato in contatto con il Tartaglia, oltre che individuato dal Perrone (Roberto,imprenditore ai vertici del clan Polverino, oggi pentito) come soggetto a cui il medesimo Tartaglia, produttore cinematografico, si riferiva come esponente in grado di fornire informazioni sulle indagini in corso." I giudici sanno anche che l'ex ministro degli Interni nel governo Monti e oggi della Giustizia nel governo Letta, avendo appreso del buco di dieci milioni di euro investiti da La Motta nella banca Hottinger e poi scomparsi, ha inviato un esposto alla Procura di Roma che indaga l'ex prefetto per peculato e riciclaggio e messo in piedi una commissione di inchiesta formata da un avvocato dello Stato, un generale della Guardia di Finanza e un ispettore del Ministero del Tesoro.
Il decreto di fermo della Procura dei due riciclatori Tartaglia e Zullino è avvenuto mentre stavano entrando nella sede dell'AISI per perquisire gli uffici del prefetto La Motta all'interno di una inchiesta che riguarda "il trasferimento -attraverso una serie coordinata di varie operazioni finanziarie internazionali- della somma di circa 7 milioni e 200 mila euro, provento del delitto di associazione mafiosa, inizialmente presso la Projecty Investice s.r.o. utilizzando una banca sul Territorio della repubblica Ceca, successivamente nel Regno Unito ,apparentemente ad una società denominata Wiilbest Ltd ed, infine, a su un conto aperto presso un istituto bancario evetico.
I 7 milioni e 200 mila euro sono il provento del clan Polverino per la realizzazione di un centro commerciale IPERCOOP a Quarto.
A proposito di Tartaglia e Zullino, i pm napoletani si sono convinti che Zullino fosse "completamente asservito e pervaso di una sudditanza nei confronti del socio padrone Tartaglia anche per le decisioni più banali" .
Racconta in una telefonata intercettata come molte altre il pentito Perrone: "Tartaglia fece particolare riferimento a ad un suo cugino, prefetto in Roma, che -grazie alla sua posizione- era riuscito ad ottenere informazioni sulle mosse della Procura in relazione a questa vicenda.
Devo dire che, in seguito, in colloqui riservati tra me e l'Imbriani, questo ultimo mi ha riferito di aver stretto un rapporto con questa persona, tanto che spesso lo frequentava recandosi a Roma."
Sempre Perrone racconta un episodio del 2007 quando lui e altri imprenditori camorristi volevano acquistare una caserma" che era l'arsenale dismesso dalla Marina Militare di La Spezia, nella zona delle Cinque Terre.

"Data la particolare difficoltà nell'acquisizione di un terreno demaniale, Imbriani si avvaleva inizialmente dell'appoggio politico del senatore Pellegrino dell'UDC che gli aveva fornito assicurazioni al riguardo. Il prefetto La Motta entrava nell'affare per i necessari contatti con il Ministero per essere favoriti sia nell'acquisto sia per i successivi atti urbanistici, come ad esempio i cambi di destinazione di uso necessari per un immobile di provenienza demaniale poi dismesso."
Di fronte a vicende come queste non c'è poi da stupirsi di quello che succede nel nostro paese di fronte a manifestazioni contro i giudici come quella organizzata da Berlusconi (con il vicepresidente del Consiglio Angelino Alfano e i ministri in carica Lupi e Quagliariello) che ripete discorsi incendiari contro i magistrati e propugna riforme imminenti per zittirli e costringerli forzosamente alla sua,personale ragione.
Sarà per questo che osservatori come Eugenio Scalfari nel suo articolo domenicale su La Repubblica ma anche Stefano Folli sul Sole 24ore e i due, come è noto, non la pensano allo stesso modo, sono d'accordo per non avanzare previsioni positive sul futuro del governo delle larghe intese.
Certo, nessuno dei molti aspiranti (si parla di cinque o sei da Renzi alla Bindi, da Civati a Franceschini, da Cuperlo a Zingarelli) a succedere a Guglielmo Epifani sulla sedia bollente del partito di riferimento del Centro-sinistra potrebbe  accettare le riforme contro i giudici, a meno di presentarsi agli elettori, con una volontà di martirio molto poco consigliabile a chi ha a cuore la ricostruzione dell'Italia dopo il drammatico ventennio del populismo berlusconiano.

5 commenti:

  1. MDD

    Come d' abitudine pubblichi un articolo molto interessante e che fa riflettere assai.

    Lilith

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  2. Il potere è un mostro con mille teste,tutte da tagliare.


    Annamaria

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  3. Articolo strano ma intrigante.

    Ci sarà poi veramente da fidarsi di qualche settore del potere, o sono tutti collusi e ci sono solo lotte di potere interne derivanti da differenti posizioni su possibili accordi?
    Mah!


    Tony

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  4. Un poco OT
    Credo non esista al mondo nessuna istituzione più tirchia e falsa della chiesa cattolica e dei suoi impiegati,altro che ebrei.
    Nemmeno per i loro edifici e chiese vogliono spendere un soldo.
    Dopo i terremoti li fanno passare sotto la voce"beni culturali",così per ristrutturare o ricostruire si devono fare carico i cittadini.

    Lo prendiamo da secoli in se[culo]rum.

    un bolognese

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  5. Cinque nuovi satelliti artificiali sono stati spediti qualche giorno fa nello spazio.
    Hanno speciali capacità per dirigere droni con alta precisione e di spiare nei minimi particolari ogni nostra mossa.

    Non domani ma presto inizierà la prossima guerra.

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