giovedì 10 agosto 2017

FASCISMO UNIVERSALE: STORIA DI MICHAEL LEDEEN


Ledeen: dal fascismo allo scontro delle civiltà
La vicenda dei falsi documenti nigerini, usati per “piazzare” la guerra contro l'Iraq, ruota attorno ad un personaggio inquietante, esponente di punta degli eredi del fascismo che in Italia sono passati attraverso la P2.
«La potenza formidabile di una società libera dedicata ad una sola missione è qualcosa che [i nostri nemici] non riescono a immaginare ... La nostra vittoria inaspettatamente rapida in Afghanistan è il preludio di una guerra molto più vasta, che con tutta probabilità trasformerà il Medio Oriente per una generazione almeno, e ridefinirà la politica di molti paesi più vecchi in tutto il mondo».
Ledeen, Michael «The War against the Terror Masters» New York: St. Martin's Press, 2002.


Michael Ledeen 

Un articolo su Karl Rove, il principale controllore del presidente USA George W. Bush, apparso il 10 marzo 2003 sul Washington Post, riferiva che quando Rove ha bisogno di consigli per la guerra al terrorismo, o altre questioni di sicurezza nazionale, si rivolge soprattutto ad una persona: Michael Ledeen.
Ledeen raccontò al Washington Post che poco dopo l'elezione di Bush, nel 2000, incontrò Karl Rove il quale gli disse: “Quando hai qualche buona idea fammelo sapere”. Sentendosi così obbligato, Ledeen ha regolarmente inviato i suoi fax a Rove e, sempre secondo il Washington Post, più d'una volta Ledeen ha constatato come le idee che lui aveva spedito per fax a Rove sono diventate politica ufficiale o retorica.
Oggi Ledeen, che era già una notorietà negli ambienti politici italiani, si staglia sempre di più come la figura al centro dell'intrigo del secolo: quello dei falsi documenti nigerini usati da Dick Cheney ed altri per far ingoiare al Congresso degli USA e alle nazioni del mondo la disastrosa guerra contro l'Iraq, visto che quei documenti avrebbero dimostrato che Saddam Hussein era sul punto di dotarsi di armi nucleari.
In effetti, per chi già lo conosce, la vera sorpresa sarebbe stata se in quella truffa le mani in pasta Ledeen non ce le avesse avute.
Oggi Ledeen ricopre un posto importante all'American Enterprise Institute, il centro istituzionale dei neocon, e da tempo è impegnato a promuovere la guerra permanente/rivoluzione permanente che contraddistingue la cordata di Cheney. Da quasi trent'anni Ledeen è il protagonista di alcuni degli episodi più spettacolari dello spionaggio, che vanno dallo scandalo Iran-Contra, alle operazioni di insabbiamento per proteggere i mandanti della Strategia della Tensione in Italia, compreso l'assassinio di Aldo Moro e il massacro della Stazione di Bologna, al Billygate che costò la rielezione a Carter.
Fin dall'inizio Ledeen si è distinto come un promotore del fascismo anche se, specialmente negli anni Ottanta, la cabala a cui lui appartiene promuove il “Project Democracy” [nota 1], ovvero la “democratizzazione” forzata (anche con il ricorso alla tortura). Per questo anche lui usa il vocabolario orwelliano che spesso domina i discorsi che vengono dati da leggere a Bush, dove pace è guerra e democrazia è fascismo.
Ledeen è famoso per il libro «Fascismo universale» [nota 2] in cui espone i concetti che da allora ha cercato di realizzare nella pratica. Dal libro del 1977 su Gabriele D'annunzio ai dialoghi spiritici con la superspia James Jesus Angleton, disponibili sul sito “The National Review Online”, ci sono tutti gli ingredienti per considerarlo una spia della tradizione della Serenissima, una sorta di Parvus di seconda scelta, un secolo dopo [nota 3].

Michael Ledeen figura tra gli autori di un libro nato nell'orbita di Roy Godson, personaggio noto per il suo odio viscerale nei confronti di Lyndon LaRouche e animatore del progetto intitolato “Caratteristiche dell'intelligence per gli anni Ottanta”, che puntava a trasformare a tappe forzate l'intelligence degli Stati Uniti sul modello dell'apparato spionistico imperiale della Serenissima Repubblica di Venezia.
Il libro in questione è intitolato «Hydra of Carnage», una raccolta di scritti di autori vari, tra cui Ledeen. Nella prefazione la prof. Adda Bozeman, personalità molto influente nel mondo dell'intelligence USA, scrisse: “Giacché lo spirito di Venezia sembra reincarnarsi in quello degli autori di questo libro, e giacché la posizione di Venezia nel mondo, dal tredicesimo fin quasi al diciassettesimo secolo, non differisce molto da quella degli Stati Uniti di oggi, io non esito a seguire alcuni indirizzi veneziani” [nota 4]. Queste correnti nella politica e nell'intelligence degli USA, di cui Ledeen è rappresentante a tutti gli effetti, sono decisamente alieni dalla vera natura del loro paese, come più volte sottolineato da LaRouche nei suoi scritti. 

Il fascismo universale
All'università del Winsconsin Ledeen studiò con il prof. George Mosse, il quale poi ammise che quel promettente allievo aveva finito per abbracciare e fare proprie le teorie del fascismo. Mosse lo aveva incoraggiato a studiare a Roma, nel 1965, dove Ledeen finì sotto l'ala protettrice di due personaggi molto influenti: il prof. Renzo De Felice, che monopolizzava gli studi sul fascismo all'Università La Sapienza, e il conte Vittorio Cini, ex ministro delle Comunicazioni di Mussolini. Quest'ultimo aveva ammassato ricchezze enormi in società con Giuseppe Volpi, conte di Misurata. Volpi fu ministro delle Finanze di Mussolini nel primo periodo, quando il fascismo, da pagliacciata che altro non era, divenne una cosa seria grazie ai grandi crediti e cancellazioni dei debiti che Volpi pesonalmente ottenne nella City di Londra e a Wall Street. Rientrato da quella missione, il regime tributò al ministro Volpi un trionfo dogale a Venezia.
Volpi e Cini erano le colonne portanti del gruppo veneziano nel fascismo, e poi nel mondo dell'industria e della finanza, tanto potenti da emergere indenni alla fine del regime mussoliniano, con tutta l'Italia post-fascista che fece finta di credere alle scuse che essi non c'entravano.
Cini, ad esempio, si occupò di “cultura” dando vita alla omonima fondazione sull'Isola di San Giorgio Maggiore e sponsorizzò giornalisti come Indro Montanelli. A questo piaceva sentirsi dire che dava “pane al pane e vino al vino”, ma finì per farsi dare del lacché per la servilità che sfoggiava nei confronti del conte Cini. [nota 5]
In quel periodo romano e veneziano Ledden avrebbe avuto modo di consultare gli archivi segretissimi della massoneria. Dopo questi indottrinamenti cominciò a scrivere libri e articoli, da solo e con altri, per promuovere un rigurgito di fascismo, ma in una veste nuova, con una formula inedita. “Non sembrerà irragionevole sostenere che il fascismo contenesse delle potenzialità e che avrebbe potuto benissimo svilupparsi in un'altra direzione”, diversa cioè dalle “avventure straniere” e dall'alleanza con Hitler, scrisse Ledeen nel suo libro“Fascismo universale”. Questo titolo si rifà all'omonima tendenza degli anni Venti che prese forma tra i critici di Mussolini, in seno al regime. Si tratta soprattutto di Giuseppe Bottai e di altri “giovani intellettuali fascisti”, celebrati nel libro, che, come lo stesso Ledeen più tardi, furono sponsorizzati dal conte Cini. Lo riferisce anche la biografia del conte curata dalla sua Fondazione, dove si apprende che negli anni Trenta “Cini stabilì contatti con vari elementi orientati alla 'dissidenza' nel fascismo”.

Il nuovo fascismo universale doveva tornare alle sue radici rivoluzionarie, sbarazzandosi degli angusti elementi nazionalistici dei regimi di Mussolini, Hitler e Franco. L'essenza del fascismo, l'ideale di un uomo completamente nuovo, da forgiare nel crogiuolo di guerre e rivoluzioni infinite, sarebbe stato tradito dalle formule nazionalistiche del fascismo, mentre invece questa essenza era stata espressa nel modo migliore in esperimenti precedenti come il Terrore della Rivoluzione Francese. Si tratta di un argomento che contraddistingue il progetto Sinarchista che trae le sue origini dal martinismo, la setta massonica alla radice del Terrore Giacobino e della dittatura napoleonica.
Nell'introduzione al libro intervista a De Felice [nota 6], Ledeen sostiene: “Di Renzo De Felice è stato detto di tutto, che è 'morbido su Mussolini' fino a 'depravato' ed è stato accusato di cercare di 'riabilitare il fascismo' ... De Felice sostiene che il movimento fascista era legato ad una radicale tradizione occidentale risalente ai giorni del Terrore della Rivoluzione Francese. Sostiene che il fascismo contiene sia una teoria ben definita del progresso umano sia un concetto della volontà popolare che lo ricollega ai temi rousseauviani estremistici sul Terrore e la 'democrazia totalitaria' che produsse”.
In effetti De Felice ricondusse il fascismo alle logge massoniche che organizzarono i giacobini della rivoluzione francese [nota 7]. Sorvolò però su elementi tanto essenziali come il fatto che le logge martiniste furono sponsorizzate da lord Shelburne, figura centrale dell'imperialismo britannico dell'epoca, nella manovra da lui diretta ad impedire che la Rivoluzione Americana potesse diffondersi in Europa, e soprattutto nella Francia che era stata alleata degli USA nella guerra contro l'Inghilterra appena conclusasi. Ma affermò anche cose molto vere, come il fatto che fascismo è un “fenomeno rivoluzionario” che mira a rovesciare gli stati nazionali. Per questo De Felice bollò il periodo tra le due guerre mondiali, in cui si instaurarono i regimi fascisti nazionalistici, come il periodo della “rivoluzione tradita”. Nel libro intervista di Ledeen, lo storico del fascismo si fece promotore della rivoluzione permanente:
De Felice: Ma tutte le rivoluzioni sono state tradite ... Trotsky scrisse «La rivoluzione tradita».
Ledeen: Così come la Costituzione Americana tradì la Rivoluzione Americana.
De Felice: Proprio così
De Felice fece anche propaganda per la violenza e il terrore infiniti, che contraddistinguono i canoni martinisti: “Ho sempre avuto un certo gusto, un interesse psicologico e umano in un particolare tipo di personalità che è al tempo stesso spietato e luciferino. C'è qualcosa in comune tra i miei giacobini e un certo tipo di fascismo”.

De Felice si disse convinto che mentre “Venti o trent'anni fa, il fascismo era un'esperienza troppo recente, era un argomento ancora troppo scottante, e un'analisi oggettiva e scientifica era impossibile”, adesso, in quegli anni Settanta, il fascismo poteva essere rivalutato come “fenomeno rivoluzionario” che, se ricondotto alle sue radici, avrebbe potuto inaugurare “una nuova fase della storia della civiltà”. Nel suo libro sul fascismo universale Ledeen espresse la propria ammirazione per “l'atto di distruzione che precede la fioritura di una nuova egemonia fascista” capace di “far cadere ... le scorie della civiltà occidentale ... la decadenza della civiltà occidentale nei suoi aspetti nazionalistici e capitalistici, come pure in quello più antico e solenne, il Cristianesimo”.
Tanto De Felice che Ledeen insistono sulla necessità di studiare le fasi iniziali, rivoluzionarie, dell'esperienza fascista per cogliere il vero spirito del fascismo universale. In «D'Annunzio, the First Duce», pubblicato nel 1975, Ledeen celebra in toni gloriosi il primo esperimento fascista di Gabriele D'Annunzio con l'avventura di Fiume, nel 1919, e l'instaurazione di un regime corporativista durato sei mesi. Ledeen manifesta tutto il suo entusiasmo per “l'uomo nuovo” del fascismo che D'Annunzio cercò di creare e per il suo appello a distruggere le basi filosofiche e culturali degli stati nazionali:
“La rivolta guidata da D'annunzio era diretta contro il vecchio ordine europeo e si concretizzò a vantaggio della creatività e virilità dei giovani che dovevano far nascere un mondo nuovo, modellato ad immagine dei suoi creatori. L'essenza di una tale rivoluzione era la liberazione della personalità umana, ciò che si può chiamare la 'radicalizzazione' della masse ... L'abilità di D'Annunzio nel convincere i suoi seguaci che essi appartenevano ad un regno spiritualmente 'più alto' fece di lui un fenomeno politico così potente e importante”.
D'Annunzio sosteneva che lo spirito di questo superuomo nicciano era il vecchio dio pagano Dioniso, e che lo scopo dell'ordine mondiale fascista dionisiaco era la distruzione dell'immagine di Prometeo che animava l'umanità da prima della classicità greca. Per meglio comprendere davvero ciò che la cabala di Ledeen e Cheney oggi si ripromette per la civiltà è opportuno cogliere l'essenza dell'esperimento di Fiume, aprendoci così uno scorcio nelle viscere più profonde del sistema veneziano che in epoca post-rinascimentale si è reincarnato nel sistema imperiale liberista anglo-olandese.

I trecento sinarchisti
Walter Rathenau, presidente della Allgemeine Elektrizitaets Gesellschaft (AEG), che fu anche socio d'affari di Volpi, la mise in questi termini, nel 1909: “Trecento uomini, che tra loro si conoscono tutti, dirigono il destino economico dell'Europa e scelgono tra di loro i propri successori” [nota 9]
Questo era, in sostanza, il sodalizio sinarchista in cui spiccava un gruppo di finanzieri veneziani attorno al conte Pietro Foscari, erede di una delle più prestigiose famiglie dogali della Serenissima. L'esponente più attivo di questo gruppo era Giuseppe Volpi, finanziere, industriale, massone, impresario culturale, ministro fascista, ecc.
Dal 1905, con la società elettrica SADE da lui fondata, Volpi era in posizione di leadership nell'industria elettrica italiana. Grazie ai finanziamenti della Banca Commerciale diretta da Giuseppe Toepliz, Volpi e Dannie Heinemanntentarono di costituire un cartello mondiale dell'elettricità. Heinemann controllava il principale monopolio elettrico dell'America Latina, e la Barcelona Traction, Light and Power, successivamente rilevato da Juan March. Nel 1922 Heinemann diventò il principale finanziatore dell'Unione Paneuropea del conte Coudenhove-Kalergi che fu fondata in quello stesso anno. La Banca Commerciale era stata allora creata a seguito di un accordo raggiunto tra Francesco Crispi, primo ministro e gran maestro della massoneria, e diverse banche tedesche.
Questo cartello finanziario alimentò la proliferazione di logge massoniche in ogni parte d'Europa, nei Balcani e nell'Impero Ottomano. Negli ultimi decenni dell'Ottocento e fino al 1910, la massoneria internazionale fu ufficialmente diretta dal Principe di Galles, salito al trono d'Inghilterra nel 1901 con il nome di Edoardo VII, al quale si deve l'orchestrazione della prima guerra mondiale. Con lui la massoneria intraprese una svolta teosofico-luciferina, con la costituzione della loggia Quatuor Coronati nel 1884, da cui provennero il satanista Aleister Crowley e le attività di Madame Blavatsky, Bertrand Russelle H.G. Wells.

Un altro massone importante fu Toeplitz della Commerciale, il principale finanziatore dell'avventura di D'Annunzio a Fiume. Il figlio di Toeplitz ricorda così la banca di suo padre: “All'epoca della prima guerra mondiale papà aveva portato la banca su solide posizioni in Italia, con la creazione di una vasta rete di filiali nei Balcani, in Turchia, in Egitto, in Francia, a Londra, in Sud America e negli USA arrivando a collocarla sullo stesso piano delle principali banche del mondo”. Dall'inizio del Novecento, la Banca Commerciale stabilì il suo controllo su gran parte dell'industria italiana, dall'elettricità all'acciaio, dalla cantieristica alla chimica. Il salotto di Toeplitz a Venezia era frequentato dalla contessa Annina Morosini, la “regina senza corona di Venezia”, al palazzo della quale restò spesso ormeggiato lo yacht del Kaiser Giglielmo II, e dalle cui labbra pendevano sia D'Annunzio che Volpi.
Attraverso Toeplitz la Commerciale in pratica corrispondeva alla massoneria martinista e questa eredità passò poi nel dopoguerra alla loggia Propaganda Due. Prima di convertirsi al cattolicesimo, Toeplitz fu un seguace di Sabbatai Zvi, un agente della Compagnia del Levante veneziana nell'impero ottomano che aveva inventato un suo culto Donmeh, di matrice ebraica. All'epoca della sua scomparsa nel 1676 Zvi era noto come “il falso messia”. Ai suoi seguaci fu poi dato un out-out: conversione all'Islam o pena capitale. Tra i tanti convertiti molti rimasero attaccati al loro culto, e in realtà non erano né musulmani né ebrei, ma professavano un culto gnostico secondo cui la salvezza poteva ottenersi solo commettendo i peccati più abominevoli. Questa massoneria Donmeh costituì il nocciolo dei Giovani Turchi che nel 1908 presero il potere nell'Impero Ottomano, in stretta coordinazione con il progetto Fiume di D'Annunzio.
Volpi tirò le fila di attività massoniche, spionistiche e affaristiche nei Balcani e nell'Impero Ottomano. Un esempio per tutti: il colonnello dello spionaggio serbo Dragutin Dmitrievich-Apis, che prese parte ai due eventi che fecero precipitare il primo conflitto mondiale, l'assassinio dei monarchi serbi, nel 1903, e quello dell'arciduca Ferdinando a Sarajevo, nel 1914, fu molto vicino a Volpi, almeno nel 1903, e potrebbe risultare anche un suo agente diretto. [nota 10]
Dove questo complesso di maneggi andava a parare fu ben compreso da C.H. Norman, primo ministro laburista in Inghilterra. “Ad un certo punto nel 1906 fui invitato a partecipare ad un incontro di inglesi in cui si doveva discutere la proposta di costituire una Loggia Inglese del Grande Oriente ... La loggia doveva 'impegnarsi nella propaganda a favore dell'Entente Cordiale ... Un obiettivo in apparenza innocente che riscosse le mie simpatie. Nondimeno, decisi di accertare se solo quello fosse lo scopo. Con mia sorpresa scoprii che il Grande Oriente si stava imbarcando in un vasto programma politico, stringendo un'alleanza con l'Ocrana russa, che avrebbe potuto essere realizzato soltanto con una terribile guerra in Europa” [nota 11]

Questo è il contesto in cui si colloca l'avventura dannunziana. Riconosciuto eroe nella prima guerra mondiale e forte di una buona cultura classica che si prefisse di sovvertire, il poeta D'Annunzio fu scelto per diventare il precursore del fascismo. Nella loggia martinista D'Annunzio aveva lo pseudonimo di “Ariel” e il grado di Superiore Incognito. [nota 12]. I martinisti erano dediti a rituali di “violenza magica” e credevano nel “progresso” attraverso la tortura, la morte e la distruzione, come prescriveva il conte Joseph De Maistre, ideologo martinista del XIX secolo, e come realizzarono nella pratica i giacobini e Napoleone.
Il martinismo trasuda dalle opere dannunziane fin dai titoli: “Trionfo della morte”, “Contemplazione della morte”, o “L'innocente”, l'elogio di un folle che uccide il figlio che sua moglie ha avuto da un'occasionale relazione extraconiugale. In generale D'Annunzio frequentava ambienti dediti a culti pagani della natura, dell'amore, del sangue e della terra.
Nelle poesie “Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi” D'Annunzio espose un tema che contraddistinse tutta la sua opera: il progresso tecnologico è un male e di contro occorre ristabilire gli antichi valori pagani. Racconta di un giovane poeta che, sorpreso da una tempesta, invoca Zeus. Il padre degli dei lo esorta a diventare un apostolo della verità. Al giovane che chiede spiegazioni Zeus risponde che dovrà celebrare il culto di Dioniso in ogni sua poesia, e che solo sottomettendo l'uomo a Dioniso, Zeus tornerà ad essere il Signore della Terra. Questo comporterà la fine della storia ed in particolare l'obliterazione del concetto platonico di “idea”. In altre parole, la popolazione va degradata ad uno stato di abbrutimento animale completo affinché l'oligarchia olimpica torni a trionfare. A che punto siamo con questo programma? Secondo Ledeen, oggi, “Lo stile politico dannunziano, la politica della manipolazione di massa, la politica dei miti e dei simboli, è diventata la norma del mondo moderno”.

Ledeen e il SISMI

La seconda guerra mondiale non era ancora terminata quando i fratelli Allen eJohn Foster Dulles, e altri come James Jesus Angleton -- che Ledeen dice di consultare nelle sue sedute spiritiche --, si dettero da fare per salvare il nocciolo del fascismo: non la sua retorica nazionalista convenientemente data in pasto all'antifascismo, ma la sua essenza “universale”. [nota 13] Ovvero, mentre le forze rooseveltiane furono impegnate nella liberazione e la ricostruzione dell'Europa, nei servizi americani allignavano forze che "remavano contro", avendo sovente il sopravvento, e si assicurarono il controllo su interi settori degli ex servizi fascisti e nazisti.
In Italia Angleton contava sulle conoscenze di suo padre, Hugh Angleton, che negli anni Venti e Trenta aveva fatto affari nel nostro paese, stringendo buoni rapporti con il regime. Ad Angleton furono affidate le operazioni dello spionaggio USA in Italia per tutto il periodo che va dalla seconda metà della guerra fino al 1974, quando il direttore della CIA William Colby lo rimosse anche dall'incarico importantissimo di responsabile del controspionaggio dell'Agency. In Italia Angleton fu parte delle operazioni per costruire una rete fascista tra i ranghi dei militari e dei servizi, un apparato poi incorporato nella loggia massonica Propaganda Due, a partire dal 1970. A queste reti che facevano capo ad Angleton, con il sostegno di ambienti sinarchisti nella NATO, si deve la strategia della tensione che ha insanguinato la penisola e le successive operazioni di insabbiamento. [nota 14].
Già durante la guerra Angleton si avvaleva della cooperazione di Junio Valerio Borghese. In occasione del tentativo di golpe del “principe nero”, nel 1970, secondo alcune fonti Angleton sarebbe venuto in Italia per seguire le operazioni sul luogo. I biografi di Borghese ci parlano della sua idea del fascismo universale, che mirava ad una europa libera dagli stati nazionali, ma unificata sotto la NATO o altri organismi pan-europei: “Il fascismo nel dopoguerra era diverso da quello precedente al conflitto. Sebbene fosse frammentato in molte fazioni diverse, aveva due motivazioni molto profonde. Una era l'anticomunismo, l'elemento che aveva reso Borghese accettabile ai partiti istituzionali e ai servizi segreti del paese. Era in fondo favorevole alla NATO, così come lo era il resto di questa frangia del fascismo.
L'altra era la convinzione che nel sistema del dopoguerra nessuna nazione europea potesse tener testa alle due superpotenze, e per questo l'Europa doveva diventare una terza forza.
E cioè, l'Europa si sarebbe 'opposta agli imperialismi gemelli del comunismo internazionale e del capitalismo finanziario, ambedue visti come materialisti, sfruttatori, e deumanizzanti'. ... Così, fu anche da questa fazione che scaturirono molti atti terroristici della 'internazionale nera'.” [NOTA 15]

Federico Umberto D'Amato, direttore dell'Ufficio Affari Riservati del ministero degli Interni, fu un altro elemento importante nella rete di Angleton. Consentì agli uomini di Borghese di introdursi nel ministero degli Interni per appropriarsi delle armi, quella notte dell'8 dicembre 1970.
Fu anche in questi ambienti che Ledeen fu introdotto nel 1965, oltre che nei salotti di Cini e De Felice.
Nel 1986 Federico D'Amato disse che conosceva Ledeen “da molti anni”. Lo stesso disse Francesco Pazienza, che insieme a Ledeen ordì il famoso Billygate. E Ledeen fu iperattivo nel periodo in cui fu smantellata la struttura ufficiale della P2, tentando di acquisire gli schedari degli iscritti di e insabbiare le tracce che portavano a Kissinger e Haig.
Anche nei vari processi e nelle inchieste sul rapimento e assassinio di Aldo Moro e sulla strage di Bologna, o sulla liquidazione di Roberto Calvi, il nome di Ledeen ricorre di frequente, come colui che era lì in qualche modo a dirigere il corso degli eventi.
Nel processo del 1986-1988, in cui fu imputato per i depistaggi nella strage di Bologna, Francesco Pazienza disse:
“Il Supersismi non era una struttura ma un'organizzazione. Fui chiamato a collaborare con il SISMI nel gennaio 1980 ... Non posso fare i nomi dei miei collaboratori, ma posso menzionare solo un nome che è già stato fatto, non ho problemi nel dire che tra loro c'era Michael Ledeen, che era già lì prima che arrivassi io, e continuò a collaborare con i servizi, tanto che io arrivai a sapere con assoluta certezza che nel 1985 lui ottenne tutto il materiale dell'inchiesta sull'attentato al Papa”. [nota 16]
Il Supersismi fu la struttura segreta sovrimposta ai servizi militari dalla P2 di Licio Gelli. Dalle indagini sulla strage di Bologna risulta che gli insabbiamenti furono coordinati dalla P2, soprattutto con i suoi uomini nel SISMI. Gelli e Francesco Pazienza sono stati condannati per le loro responsabilità nella vicenda. Nella sentenza d'appello del 1994 si legge: "L'impressione... era che Pazienza fosse un 'agente d'influenza' americano, vale a dire che egli fosse stato inserito, per conto di ambienti americani, presso corrispondenti ambienti italiani. In proposito, si citano gli stretti legami dell'imputato con un personaggio come Michael Ledeen, sicura emanazione dell'amministrazione statunitense". 

Il complotto del Monte del Tempio
La distruzione della Moschea di Omar, che a Gerusalemme si trova sul Monte del Tempio (Haram Al Sharif), è un progetto a lungo covato come il modo più sicuro per scatenare una guerra di religione spietata, senza quartiere e interminabile. Certi ambienti, che mettono avanti ideologie fondamentaliste cristiane ed ebraiche, sostengono che occorre ricostruire il Tempio di Salomone, che sorgeva appunto sul luogo ove ora c'è la Moschea, il secondo luogo più sacro dell'Islam, e che è necessario che questa sia spazzata via, con attentati dinamitardi o in altro modo. In questo tentativo di far esplodere uno scontro di civiltà lo zampino di Micheal Ledeen non c'è, ma c'è quello di sua moglie moglie Barbara.
Questo complotto risale ai primi anni Ottanta. Allora l'EIR svolse le sue prime indagini che misero bene in luce tre personaggi nella “sala di regia”: Edoardo Recanati, allora impegnato ad acquistare terreni per ripopolare con ebrei fondamentalisti il settore palestinese di Gerusalemme, quello ad Est, Barbara Ledeen, nella veste di redattrice della rivista Biblical Archeology Review, la quale andava dicendo che l'idea di ricostruire il Tempio è tutta sua (“That's my baby!”), e il dott. Asher Kaufman della loggia londinese Quatuor Coronati, la cosiddetta “loggia di ricerca”. Un personaggio vicino a Edoardo Recanati ha confermato che in effetti lui appartiene all'omonima famiglia bancaria veneziana, “ma preferisce non parlarne”. (Qualche esponente di questa famiglia si rintraccia nei circoli massonici di Salonicco, quando questi erano dominati da Volpi e Parvus).

Kaufman, un fisico, era stato inviato a Gerusalemme dal dott. T.E. Allibone, esponente al vertice dei Quatuor Coronati, luminare della Royal Society ed uno dei più affermati scienziati nucleari che per trent'anni ha diretto il supersegreto laboratorio militare di Aldermaston, con il titolo di “Lord of the Manor”.
Non appena l'EIR pubblicò questi nomi, la Biblical Archeology Review licenziò in tronco Barbara Ledeen. Insieme al marito poi Barbara scrisse un articolo su New Republic per giustificare come mai lei fosse parte di quel complotto [nota 17].
La congiura riprese nuovamente vigore verso la metà degli anni Novanta, questa volta per opera di due personaggi: 1) Spencer Douglas David Compton, settimo marchese di Northampton e direttore ordinario della Gran Loggia Unita d'Inghilterra, loggia madre della massoneria mondiale, sotto il Gran Maestro che è il Duca di Kent, esponente della famiglia reale; 2) Il Gran Maestro Giuliano Di Bernardo, al quale la loggia madre d'Inghilterra affidò il compito di ricompattare le strutture massoniche dopo lo sfascio della P2 in Italia. Di Bernardo, che qualche volta scambia quattro chiacchiere con Northampton in gondola a Venezia, scrisse a tale scopo il libro “Ricostruire il Tempio” pubblicato nel 1996, in cui afferma che “la ricostruzione del Tempio è al centro dei nostri studi”. I massoni di Di Bernardo hanno tenuto loro cerimonie nella Grotta del Re Salomone, adiacente al Monte del Tempio. [Nota 18]

Venezia e i neocons

Nello scritto a cui si è accennato in apertura, in cui Adda Bozeman propone “di seguire alcuni indirizzi veneziani”, l'autrice spiega che è opportuno ricorrere all'impiego di “altri organismi”, diversi dallo stato nazionale, perché nell'era che subentra a quella degli stati nazionali, essi consentono di gestire meglio la guerra d'intelligence, come questo è evidente nella storia di Bisanzio, di Venezia e di altri imperi. Questi “altri” organismi sono certe fratellenze shiite, sette religiose di ogni sorta e varietà, e altre formazioni tipiche “della cultura pre occidentale di gran parte del mondo, in particolare in Medio Oriente e in Asia”.
A proposito dei metodi veneziani, Ledeen è d'accordo con la Bozeman. Ci fu uno scandalo, nel 1986, quando William Phillips scelse Ledeen affinché stilasse per la Partisan Review un articolo, una sorta di manifesto, intitolato “il significato degli interessi nazionali”. Persino i comunisti riciclatisi all'estrema destra, che affollavano quella rivista, trovarono disgustosa l'idea di Ledeen secondo cui la democrazia appartiene al passato e che occorre “infrangere la legge, di tanto in tanto”, e la legge da cambiare è quella che “proibisce ai funzionari americani di lavorare con gli assassini”, e “gli ordini esecutivi che dal 1975 proibiscono ai funzionari di governo di effettuare, ordinare, incoraggiare o facilitare l'assassinio”. Ledeen scriveva che su queste questioni non ci si poteva affidare al Congresso, perché la trasparenza finisce per inibire “quei pochi che cercano di avvantaggiare gli interessi nazionali degli Stati Uniti”. In tal modo Ledeen precorse il più recente tentativo della banda di Cheney di ricattare il sen. John McCain affinché si esentasse la CIA dall'obbligo di rispettare l'emendamento che porta il suo nome, che è stato approvato dopo le rivelazioni su Guantanamo e Abu Ghraib, che proibisce il ricorso alla tortura.
Ledeen scrisse: “Non si può gestire la politica estera quando ci sono più di 500 segretari di stato”. L'argomento fu già ridicolizzato nel 1831 da un grande americano, Fenimore Cooper, che in un suo romanzetto, “Il bravo”, descrisse il processo della concentrazione dei poteri nella Serenissima, dal Gran Consiglio, al Consiglio dei Dieci, ai tre Inquisitori di Stato.

Il 10 ottobre 2001, ad un mese dal disastro delle torri gemelle, Ledeen pubblicò sulla “National Review online” una tirata contro il buonismo americano, la naturale predisposizione a credere nell'uguaglianza e nella laboriosità, che la pace sia lo stato naturale della cose, da cui consegue una predisposizione positiva e a badare tranquillamente ai propri affari. Questo, si rammaricò Ledeen, significa che gli USA non sono mai pronti a combattere e vanno in guerra solo se sono provocati in maniera gravissima. Come abbiamo visto, c'è né abbastanza per sospettare che Ledeen consideri l'allestimento delle provocazioni sconvolgenti, per tirare gli USA in guerra per i capelli, il suo scopo di vita.
Articolo tratto da un servizio di Jeff Steinberg, Allen e Rachel Douglas. EIR, n. 43, 4 novembre 2005. Alcune citazioni che in origine erano in italiano, sono state qui ritradotte dall'inglese.

NOTE:
1. «Project Democracy: The 'Parallel Government' Behind The Iran-Contra Affair» («EIR» Special Report: April 1987).
2. Michael Arthur Ledeen, «Universal Fascism» (New York: Howard Fertig, 1972).
3. Cheney rilancia la folle “guerra permanente” di Parvus http://www.movisol.org/parvus.htm
4. Adda Bozeman, “Political Warfare in Totalitarian and Traditional Societies: A Comparison,'' in Uri Ra'anan, et al., «Hydra of Carnage: International Linkages of Terrorism» (Lexington Books, 1986).
5. Montanelli: un Cilindro col doppiofondo. Le smanie golpiste di Cini, Clare Boothe Luce e “il lacchè”. http://www.movisol.org/ccf.htm
6. Renzo De Felice e Michael Arthur Ledeen, «Fascism: An Informal Introduction to Its Theory and Practice» (New Brunswick, N.J.: Transaction Books, 1976).
7. In «Note e ricerche sugli illuminati e il misticismo rivoluzionario (1789-1800)» Roma - 1960,
8. Ibid
9. L'industriale Walter Rathenau fu l'architetto del Trattato di Rapallo che Russia e Germania sottoscrissero il 10 aprile 1922. Fu assassinato il 24 luglio di quello stesso anno. L'oligarchia bancaria temeva che quel Trattato avrebbe di fatto vanificato il Trattato di Versailles che essi erano riusciti ad imporre per saccheggiare la Germania e fomentare la nasciata dei regimi fascisti in Europa. Pur operando negli ambienti sinarchisti, Rathenau non ne condivise l'ideologia e le trame. Si veda Lyndon LaRouche, “Remember Walter Rathenau,'' «EIR», June 17, 2005.
10. Le prove circostanziali sono elaborate in un voluminoso rapporto non pubblicato degli autori: Allen e Rachel Douglas, «The Roots of the Trust» (EIR: 1987). Un libro ivi citato al proposito è «Giuseppe Volpi: Industria e finanza tra Giolitti e Mussolini» di Sergio Romano, p. 20.
11. M. Edith Durham, «The Sarajevo Crime» (London: George Allen & Unwin, Ltd.: 1925).
12. Gastone Ventura, «Tutti gli uomini del martinismo» (Edizioni Atenor, 1978).
13. «L'Utopia di un mondo libero dal “rischio nucleare”», nel “Dossier CCF” pubblicato da Solidarietà, dicembre 2004
14. Claudio Celani, “Strategy of Tension: The Case of Italy,'' in «The Synarchist Resurgence Behind the Madrid Train Bombing of March 11, 2004» (Pubblicato nel fascicolo elettorale «LaRouche in 2004: giugno2004»).
15. Jack Greene and Alessandro Massignani, «The Black Price and The Sea Devils: The Story of Valerio Borghese and the Elite Units of the Decima Mas» (Cambridge, Mass.: Da Capo Press: 2004).
16. «Project Democracy: The 'Parallel Government' Behind The Iran-Contra Affair» («EIR» Special Report: April 1987).
17. Barbara and Michael Ledeen, “What Do Christian and Jewish Fundamentalists Have in Common? The Temple Mount plot,'' «The New Republic», June 18, 1984.
18. «Who Is Sparking a Religious War In the Middle East?» (EIR Special Report: December 2000).

https://www.movisol.org/Ledeen.htm


https://it.wikipedia.org/wiki/Lyndon_LaRouche
https://www.movisol.org/Ledeen.htm

sabato 5 agosto 2017

BOLOGNA 2 AGOSTO 1980...


In occasione della commemorazione del 2 Agosto, del ricordo indelebile di una strage di stato infame che sembra lontana nel tempo, volevo pubblicare 2 vecchi interessanti articoli che parlano delle dichiarazioni esclusive rilasciate da CARLOS, detto lo sciacallo, sul coinvolgimento di CIA e MOSSAD nella strategia della tensione.
Un saluto ed un abbraccio a tutte le vittime ed ai loro familiari che hanno vissuto questo grande lutto e questa tragedia nazionale, nella speranza possano un giorno trovare pace.

PARIGI — Dalla sua cella nello storico carcere della Santé, Ilic Ramirez Sanchez, detto Carlos «lo sciacallo», nega qualsiasi complicità o connivenza nella strage di Bologna.
Detenuto in massima sicurezza, Carlos può parlare solo con il suo avvocato italiano, Sandro Clementi. Al mattino, per più di tre ore, analizza e contrappone decine di attentati per concludere che «la commissione Mitrokhin cerca di falsificare la storia»: i gruppi armati marxisti non hanno «mai organizzato stragi indiscriminate», ma hanno sempre colpito «nemici o traditori ben identificati».
L'eccidio del 2 agosto 1980 (85 morti), secondo Carlos, fu non solo «eseguito da giovani neofascisti», ma «organizzato da Cia e Mossad» per «punire e piegare Roma». Una «rappresaglia» contro la nostra politica di tolleranza dei gruppi terroristici palestinesi (in cambio del loro impegno a non colpire in Italia). La bomba alla stazione andrebbe quindi inquadrata in una guerra segreta tra i due blocchi: Usa e Urss che si combattono con opposte reti di servizi e di terroristi. Per Carlos la miglior conferma sarebbe proprio la presenza di un certo Thomas Kram, lo stesso nome che per i consulenti della Mitrokhin, al contrario, aprirebbe una nuova pista di sinistra: la svolta storica che dovrebbe smentire la definitiva condanna giudiziaria di due terroristi di destra romani, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.
Ricevute le domande del Corriere, al pomeriggio Carlos ha dettato in italiano quattro fitte pagine di risposte scritte. Le ha rivedute e corrette per quattro ore. E poi le ha datate e firmate.

Cosa ha saputo della strage di Bologna, quando e da chi?
«Siamo sempre stati convinti che sia stata organizzata dai servizi americani e israeliani: i veri "padroni del terrore nero" in Italia. Poco tempo dopo la strage ho ricevuto dalla Germania Ovest un rapporto scritto, che è molto importante e dovrebbe essere ancora negli archivi della nostra Organizzazione dei rivoluzionari internazionalisti (Ori). Il rapporto dice che un compagno tedesco era uscito dalla stazione pochi istanti prima dell'esplosione. Ho ricordato il suo nome leggendo il Corriere: Thomas Kram. Era un insegnante comunista di Bochum, rifugiato a Perugia. Il giorno prima della strage era a Roma, pedinato da agenti segreti che lo seguirono anche sul treno per Bologna. Kram aveva solo un sacchetto di plastica con oggetti personali, ma se fosse morto nell'attentato, sarebbe stato facile attribuirgli ogni colpa».

Kram era un suo uomo? Le risulta che la notte prima fosse all'albergo Centrale di Bologna?
«Kram non è mai stato membro della nostra Ori. Bisognerebbe chiedere a lui se abbia dormito a Bologna e perché: io lo ignoro».

Conosce Abu Saleh Anzeh?
«Saleh Abu Anzeh è ormai noto, dopo 30 anni, come il rappresentante in Italia del Fronte popolare per la liberazione della palestina (Fplp). Per noi l'Fplp era l'organizzazione madre, unita a noi da relazioni politiche e personali».

Le risultano minacce palestinesi contro l'Italia dopo l'arresto di Saleh, con l'autonomo Daniele Pifano, per i missili Strela sequestrati il 7 novembre '79 a Ortona?
«Quello era solo un trasporto logistico attraverso l'Italia e gli arresti furono una provocazione degli agenti nemici all'interno dei servizi italiani. Il Fplp non aveva bisogno di fare azioni contro l'Italia e ha sempre rispettato gli accordi bilaterali. Saleh manteneva contatti ufficiali con i servizi italiani civili e militari».

Cosa pensa della condanna definitiva di Mambro e Fioravanti?
«La mia opinione è che, se sono colpevoli, avevano qualcuno dietro. Qualcuno capace di manipolare giovani neofascisti. Come per piazza Fontana. Il fatto che non abbiano mai parlato, però, mi fa ritenere che siano innocenti».

Lei sconta l'ergastolo per l'omicidio di due poliziotti francesi, ma resta indagato anche per due bombe sui treni: 5 morti il 29 marzo '82, due vittime il 31 dicembre '83.
«Noi non c'entriamo con le stragi sui treni e gli stessi atti giudiziari lo confermano. La prima bomba era posizionata dietro lo schienale riservato a Jacques Chirac, che noi abbiamo sostenuto dal 1974 al 1998. Io non ho mai attentato alla vita di Chirac. E la seconda bomba fu addirittura anticipata da una confessione del legionario mercenario Talbi».

Sarebbe disposto a farsi interrogare dai magistrati italiani?
«Dev'essere chiaro che io non sono un informatore della polizia e che non denuncerei mai militanti politici. Ma sono pronto a testimoniare contro tutti i traditori».
Paolo Biondani
23 novembre 2005


http://www.lastampa.it/2005/11/23/italia/cronache/strage-bologna-carlos-a-colpire-furono-cia-e-mossad-FIJvWCXsuMd9z3dTD2yxpJ/pagina.html
La strage del 2 agosto 1980 a Bologna «siamo sempre stati convinti che sia stata organizzata da servizi americani e israeliani i veri padroni del 'terrore nerò in Italia». A rilasciare queste dichiarazioni esclusive al Corriere della Sera è Ilic Ramirez Sanchez, detto Carlos, detenuto di massima sicurezza nel carcere parigino della Santè, secondo il quale la strage alla stazione bolognese (85 morti) fu non solo eseguita da «giovani neo-fascisti», ma «organizzato da Cia e Mossad», per «punire e piegare Roma».
È vero a Bologna c'era un compagno, anche se non era membro della sua Ori (Organizzazione rivoluzionari internazionalisti): «Poco tempo dopo la strage ho ricevuto un rapporto scritto - spiega Carlos, nel quale - si dice che un compagno tedesco era uscito dalla stazione pochi istanti prima dell'esplosione: Thomas Kram era un insegnante comunista di Bochum rifugiato a Perugia. Il giorno prima della strage era a Roma, pedinato da agenti segreti - racconta il detenuto di massima sicurezza - che lo seguirono anche sul treno per Bologna. Se fosse morto nell'attentato sarebbe stato facile attribuirgli ogni colpa». Su Mambro e Fioravanti: «Se sono colpevoli avevano qualcuno dietro. Qualcuno capace di manipolare giovani neofascisti. Come per piazza Fontana.
Il fatto che non abbiano mai parlato, però, mi fa ritenere che siano innocenti» Ma Carlos a farsi interrogare dai magistrati italiani non ci sta: «Io non sono un informatore della polizia e non denuncerei mai militanti politici - conclude il terrorista che sconta l'ergastolo per l'omicidio di due poliziotti ed è indagato anche per due bombe sui treni - Ma sono pronto a testimoniare contro tutti i traditori».



lunedì 31 luglio 2017

IL CLUB DEI SUICIDATI: LE STRANE MORTI DI CORNELL E BENNINGTON...


Talvolta capita che famose star scompaiano nel peggiore dei modi, morte durante strani giochi sessuali, soffocate dal proprio vomito, per abuso di alcol e droghe, deceduti per gravi malattie, ricoverati in cliniche avveniristiche e poi svaniti nel nulla.
Talvolta capita che vengano ritrovati "suicidati", ufficialmente depressi e tossicodipendenti, per giustificare ai media il gesto fatale e tranquillizzare l'opinione pubblica. 
In realtà deceduti per curiosi contrappassi, vendette, moniti oscuri ed antichi adagi di sovrastrutture che contemplano nei loro piani e nei modus operandi la facoltà di punire, celebrare, ritualizzare attraverso una morte simbolica l'artista in questione.
Alcune di queste star pagano contratti di sangue faustiani ed in certi casi forse già sanno che l'antico adagio "Memento Mori" li aspetta al varco quando meno se lo aspettano; questi mondi particolari chiedono tributi di sangue attraverso contrappassi.
Sono usciti diversi articoli indipendenti riguardo a presunte testimonianze su ambienti pedofili che coinvolgerebbero personaggi illustri. Pare che i due cantanti volessero denunciare violenze su minori da parte della casta dello spettacolo, anche se non si comprende però in quale modo e con quale timing, perché proprio ora e con quale modalità.
Io credo che sia un ulteriore e raffinato livello di depistaggio mediatico, anche se il discorso pedofilia esiste eccome, ma come corollario della vicenda, come conseguenza di certi mondi, come prassi, ma forse in questo caso serve a spostare il bersaglio.
Kubrick e Polanski spiegano bene quali sono i mondi oscuri che manipolano l'arte, la musica ed il cinema, i quali senza "apparente motivo", chiedono tributi di sangue.
"Io ti ho creato e io ti ditruggo"... cit.
Poi su questo modello si innestano altri livelli con motivazioni più semplici e pratiche, per esempio chi ci specula sui dischi e sulla morte dei suoi artisti, il discorso dell'indotto mediatico e l'effetto domino che ne scaturisce, l'indurre all'assunzione di sostanze, malattie, depressioni che portano alla morte, ecc...
Probabile che nel loro caso la scomparsa sia da attribuire al fatto che veramente volessero denunciare una rete di pedofili, secondo alcuni addirittura è una banale casualità siano morti in maniera così simile, in quanto entrambi persone con problemi di dipendenze da stupefacenti e alcol. La vera causa non la sapremo mai, giusto e doveroso però contemplare altre possibilità, secondo noi assai più logiche.


Lo stesso Polanski ha messo in scena questo mondo almeno in 3 film in maniera chiara e palese (Rosmary's Baby, L'inquilino del 3° piano, la Nona Porta), pagando un tributo di sangue che forse si aspettava, quello della moglie morta curiosamente incinta dopo il film Rosmary's Baby, quasi un contrappasso di un successo che sarebbe avvenuto a breve; la storia del film è tratta da un romanzo di Ira Levin dei primi sessanta che influenzò molto i produttori che decisero in seguito di affidare lo script a Roman.
In quegli anni molti artisti musicali e cinematografici, oltre ovviamente a produttori del backoffice dello star system, facevano parte di Sette e mondi occulti generati ed eteropilotati talvolta da apparati dei servizi segreti per controllare, guidare e contenere la psicologia di massa che all'epoca si esprimeva in nuovi fenomeni sociali come la musica rock, pop, cinema ed un certo ambiente dell'arte.
Una di queste cellule era la PROCESS CHURCH, chiesa satanica che negli anni 60 faceva da ponte essoterico tra vip di ogni estrazionee mondi ancora più occulti, soprattutto legati all'ambiente militare, pionieri del controllo mentale.
Lo stesso Polanski per aver osato mettere in scena certi suoi film ha pagato e paga un contrappasso ancora oggi. Quello dell'accusa di pedofilia, quindi vive sul confine in una linea sottile, ben sapendo che non può andare oltre nello svelamento del Re, anche perché appartiene anch'esso a mondi occulti.
L' "L'inquilino del 3° piano", sempre di Polanski, seguito metafilmico di Rosmary's baby, anticipatore di certe tematiche visionarie che saranno successivamente di Linch, film che oscilla tra paranoia, suicidio, manipolazione mentale e mondi magici controiniziati, spiega molto bene come si possa spingere al suicidio una persona anche senza suicidarla direttamente e risultano più chiare certe dinamiche.
Il Club dei Suicidati non è ancora finito...


Segue riassunto tradotto di un articolo tra i tanti simili apparsi in USA sulla morte di Cornell e Bennington.
http://yournewswire.com/
Secondo quanto riferito, la polizia ha svolto un'indagine per omicidio sulla morte di Chester Bennington con il contributo degli insider, i quali credono sia estremamente probabile che il frontman dei Linkin Park sia stato ucciso in circostanze assolutamente simili al suo amico Chris Cornell.
I detective stanno cercando di capire se Chester Bennington sia stato ucciso attraverso una messinscena di un delitto simile ad un suicidio. Hanno messo in piedi un gruppo di investigatori e rifiutano di escludere che sia una serie di omicidi criminali.
"Gli omicidi sono talvolta fatti per sembrare suicidi. Pensiamo che sia stato ucciso, dobbiamo solo scoprire chi c'è dietro", ha detto una fonte di polizia.
L'ufficio dell'esaminatore medico della contea di Los Angeles ha confermato che l'icona nu-metal di 41 anni è stata trovata morta, ma ha rifiutato di fornire dettagli, con il capo dell'operazione dell'agenzia Brian Elias, rimanendo abbottonato sui rapporti mediatici del suicidio .
"Stiamo vagliando tutte le possibilità", ha detto.
Bennington, padre di sei figli e padrino del figlio di Chris Cornell, che ha cantato al recente funerale di Chris Cornell, dopo essergli stato vicino negli ultimi anni, riferisce di aver lavorato con la fondazione di Cornell per prevenire lo sfruttamento sessuale di bambini.
"Se penso a quando ero veramente giovane, quando sono stato molestato, quando tutte queste cose orribili stanno avvenendo intorno a me, io rabbrividisco", ha detto alla rivista metallica Kerrang! nel 2011.
Ora i ricercatori ritengono che le morti di Cornell e Bennington possano essere collegate.
I paralleli tra le due morti sono sorprendenti. Gli amici stretti, che stavano lavorando per esporre un elenco di notori pedofili appartenenti all'industria dello spettacolo, sono morti allo stesso modo; Bennington muore il giorno del 53 ° compleanno di Cornell.
La polizia crede che gli omicidi di Chris Cornell e Chester Bennington possano essere collegati.
Alcuni amici di Cornell dicono sia stato mostrato un "libro nero" che includeva il nome di uno dei suoi collaboratori professionali.
Dopo aver creato la sua fondazione ed aver indagato ulteriormente, Cornell era vicino a denunciare una rete di pedofili che lavoravano all'interno dell'industria dello spettacolo, un lavoro pericoloso che considerava come suo "dovere".
L'indagine ufficiale sulla morte di Chris Cornell è chiusa, ma la sua vedova ed i suoi fan sono insoddisfatti per la sentenza della polizia e degli esaminatori medici.
La polizia di Detroit ha concluso rapidamente le indagini e l'Ufficio di esame medico di Wayne County ha giudicato la morte per suicidio, ma i ricercatori affermano che le lacune inspiegabili nella timeline ufficiale dei momenti finali di Cornell e le incongruenze sospette nei registri suggeriscano che la morte di Cornell non sia affatto un suicidio, ma un omicidio premeditato per coprirne un altro.
L'investigatore Randy Cody punta a percepire le lacune della timeline, le domande di forensi sulle due ferite che Cornell aveva alla testa, non menzionate nei rapporti di autopsia.
Parlando a Detroit Free Press, ha riferito dell'audio di scansione della polizia di Detroit in cui si sente un medico che dice: "il paziente aveva una fascia di gomma attorno al collo, ciò può suggerire un possibile strangolamento, un trauma cranico ".
Cody chiede anche se i medici abbiano rotto davvero tante delle costole di Cornell nel tentativo di rianimarlo.
"Volete dire che questi medici hanno procurato nove fratture di costole (durante CPR)? Non lo comprendo ", ha detto Cody.




giovedì 27 luglio 2017

MOSTRO DI FIRENZE - PROTOCOLLO DELLA STRATEGIA DELLA TENSIONE


Pacciani come Bossetti, e pur essendo stato il vecchio toscano un noto criminale, all'epoca fu il perfetto capro espiatorio per interpretare anche il maniaco omicida delle coppiette, nonostante fatti e circostanze lo scagionavano in maniera plateale.
E come lui tanti sono finiti in galera per colpe non commesse, come sacrifici al Moloch di turno, e ci è toccato sentire per anni ed anni la vulgata moralizzatrice che puntava il dito sempre verso gli ultimi, contadini, spazzini, operai, muratori, studenti, casalinghe e poveri diavoli, mentre le caste dovevano egregoricamente e mediaticamente apparire sempre pulite, oneste e quindi vincenti rispetto alla plebaglia costretta ad interpretare ruoli di carnefici agli occhi della società.
In realtà SEMPRE E SOLO vittime, anche e soprattutto per colpa del sentimento popolare che solerte spinge affinché venga fuori un colpevole, meglio se simile a lui, perché un VIP troppo potente lo si deve poi confliggere, e ciò comporterebbe un salto quantico di coscienza di classe che richiede evidentemente troppo sforzo spirituale e morale. Più comodo spostare il bersaglio...

Articolo FONDAMENTALE quello uscito dall'ANSA e su alcuni quotidiani, non tanto per il contenuto che parla del coinvolgimento di un vecchio mercenario fascista nelle vicende del MDF, ma per il fatto che entra in scena direttamente il discorso della strategia della tensione e le vere motivazioni dietro a certi delitti passati, questo legittima la buona controinformazione che si prenda una rivincita sulle opinioni ingenuiste ed ufficialiste che puntavano il dito verso i soliti capri espiatori finiti in galera da innocenti, sacrificati per placare l'astinenza da rogo di masse incolte e reazionarie.
I giornali ovviamente si soffermano sul gossip ridicolizzando i fatti, omettono che il coinvolgimento del vecchio mercenario non è diretto, ma è importante come anello di congiunzione tra certi mondi di una terra di mezzo utilizzata dai servizi come candidati manciuriani e per depistare dai veri responsabili dei delitti e dalle reali motivazioni dietro certi crimini.
In questo senso è importante la notizia.
Gli omicidi mediatici del MDF sono stati un singolo episodio all'interno di una più vasta STRATEGIA DELLA TENSIONE, un protocollo di strategia della tensione come lo è anche, e questo verrà fuori più avanti, tutto il palinsesto degli omicidi mediatici degli ultimi anni, da Meredith a Cogne, Erba, Elisa Claps, Melania Rea, da Yara a Sarah Scazzi, fino Marco Prato compreso.
Da oggi la controinformazione avrà una legittimazione maggiore ad affermare la verità dei fatti e l'opinione pubblica, non conoscendo il linguaggio operativo rituale del sistema, sarà costretta ad aprire finalmente gli occhi e contemplare il backstage del potere in maniera meno infantile e dogmatica di un tempo, capendo infine di aver sempre creduto a specchietti per le allodole...
Tutta la paccottiglia sociologica scolastica, psicologica da rivista che indicava un mondo di serial killer, tutti quei disperati guru che per decenni hanno fatto spiegoni sulla mente malata di potenziali killer, in solo colpo vengono tutti zittiti, azzerati, un'intera cultura di criminologia nazional-popolare sconfitta da prendere a calci in culo dinnanzi all'evidenza dei fatti.
Lo scenario è quello più classico che noi da anni con coerenza, buon senso e logica avevamo sempre spiegato con dovizia di particolari, pazienza, documentando e cercando di inquadrare i fatti con giusta visione d'insieme.

Strategia della tensione di omicidi mediatici ai quali corrispondevano sempre step strutturali di eventi transnazionali, nazionali e economico-politici, esoterici, gestiti da avanguardie di reparti come GLADIO, P-2, Rosa dei Venti, ovviamente dall'estrema destra, la cui unica esistenza è stata quella di contemplare stragi, omicidi e terrore, essendo da sempre lo strumento principe del padronato turbo-capitalista e neo-aristocratico, oggi a livello globale sostituita dalla fantomatica ISIS, avanguardia sionista di UR-LODGES reazionarie occidentali che utilizzano candidati manciuriani fondamentalisti islamici come carne da macello e reparti di contractor per le operazioni più complesse.

Come il noto scrittore Giuseppe Genna narrava nel suo capolavoro NEL NOME DI ISHMAEL, meta-romanzo che descrive in maniera sublime la realtà occulta del potere, a determinati omicidi mediatici con relativi capri espiatori, corrispondono messaggi operativi in codice che appartengono a linguaggi militar-esoterici. Gli stessi studi in modalità diversa sono stati portati avanti negli ultimi 20 anni da Cosco, dalla Carlizzi e da Paolo Franceschetti che ha avuto il merito di ampliare certi concetti, espandendoli a diversi omicidi mediatici e raffigurando una strategia operativa che agisce anche a livello internazionale.
Sono gli stessi paradigmi che descriveva sapientemente ELIO PETRI nei suoi meravigliosi film denuncia, ma pure l'ultimo e più interessante PASOLINI, narrando come il potere costituito faccia omicidi anche apparentemente casuali per DIALOGARE in codice, addirittura multi omicidi che serviranno a comporre frasi che potranno essere usate militarmente come START di operazioni, omicidi che verranno dal sistema attribuiti successivamente a poveri cristi, i quali diventeranno i soliti capri espiatori che tutti voi ben conoscete e potete osservare in TV, strumento ed ORACOLO del plagio emozionale e della psicologia di massa.
La cosa importante da oggi non è tanto sapere chi sono stati i colpevoli o meno, i nomi ce li possiamo scordare. ma piuttosto quali mondi stanno dietro a certi delitti, mondi che la gente nega e che da oggi negherà un po' meno in quanto ufficializzati non da "noi complottisti", ma presentati a denti stretti dai media come possibilità reale e non dalla solita visionaria versione dietrologica.


Qui sotto il sunto dell'articolo dell'ANSA che apre nuovi scenari:
Per i delitti del mostro di Firenze ci sarebbe una nuova pista che legherebbe gli 8 duplici omicidi alla 'strategia della tensione', a una 'pista nera'. Il pm che ha sempre indagato sui delitti del mostro, Paolo Canessa, ora procuratore capo a Pistoia, avrebbe indagato secondo quanto scritto sui quotidiani locali, un ex legionario, Giampiero Vigilanti, 86 anni, residente a Prato. 
L'inchiesta sarebbe condotta in collaborazione con il procuratore aggiunto di Firenze Luca Turco. L'uomo, secondo quanto spiegato, conosceva Pietro Pacciani: come lui nel 1951 abitava a Vicchio, nel Mugello, quando quest'ultimo uccise l'ex rivale sorpreso con la sua ragazza. Vigilanti sarebbe stato sentito da Canessa più volte negli ultimi mesi e condotto nei luoghi dove vennero uccise le coppiette. Era già stato coinvolto marginalmente dalle indagini. La pista nera era stata già emersa 30 anni fa e poi ripresa dopo un esposto dell'avvocato Vieri Adirani, legale dei familiari di Nadine Mauriot, una delle vittime del mostro.
Ex legionario: 'Non ho paura, sono in regola' - "Non ho paura di niente, non ho fatto nulla". Così l'ex legionario Giampieri Vigilanti, l' 86enne al centro della nuova inchiesta sui delitti del 'mostro di Firenze' ai microfoni della Tgr Rai della Toscana. "Ho sempre avuto quattro pistole: sono venuti da me - dice riferendosi agli inquirenti - e poi se ne sono andati, quindi vuol dire che sono in regola". Quanto alla sua conoscenza con Pietro Pacciani "lo conoscevo io - ha risposto - come lo conoscevano tutti. Io sono a posto, sono in regola".

Qui sotto il sunto dell'articolo della NAZIONE:
Firenze, 26 luglio 2017 - Un ex legionario, originario del Mugello come Pietro Pacciani. Abile a sparare, appassionato di armi e frequentatore di poligoni. Legato agli ambienti dell’estrema destra e anche a quelli dei servizi segreti. Si racconta che organizzasse campi di addestramento sulla Calvana, negli anni della P2 e di Gladio. Adesso è ufficialmente sospettato di aver avuto un ruolo negli omicidi del mostro di Firenze. Trentadue anni dopo il delitto degli Scopeti, l’ultima delle otto coppiette trucidate con la solita, introvabile, Beretta calibro 22, c’è almeno un altro indagato per la storia che ha fatto conoscere al mondo il lato più oscuro del capoluogo toscano. I più attenti, si ricorderanno di Giampiero Vigilanti, classe 1930, perché lambito dalle indagini che poi virarono su Pacciani e i compagni di merende. Da diversi mesi, Vigilanti, ora residente a Prato, è sotto torchio. L’ex legionario, alto e forte anche oggi che ha 86 anni, è stato accompagnato nei luoghi dei delitti. Dice e non dice. Sembra però sapere. Molto, tanto che dalle sue parole, i carabinieri sono arrivati a perquisire anche un medico che vive in Mugello il cui grado di coinvolgimento è ancora da chiarire.

Ma questa silenziosa svolta nell’indagine tenuta ostinatamente aperta dal procuratore Paolo Canessa, con l’aiuto del collega Luca Turco, apre anche una inedita e clamorosa pista ‘nera’: delitti studiati a tavolino o cavalcati in ambienti eversivi per distrarre magistrati e opinione pubblica da ciò che accadeva nell’Italia della strategia della tensione. Il primo a indicare questa strada, a suon di esposti, è stato il legale della coppia di francesi uccisa nel 1985 agli Scopeti, l’avvocato Vieri Adriani. Ci sono sinistre vicinanze tra stragi e misteri di quel difficile periodo storico e i delitti del mostro. Il 4 agosto ’74 esplode la bomba sull’Italicus, il 14 settembre il mostro uccide a Sagginale Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore. Prima che il 6 giugno ’81 a Mosciano venissero massacrati Carmela Di Nuccio e Giovanni Foggi, imperversava la storia della loggia di Licio Gelli e c’era stato l’attentato al Papa, senza dimenticare la bomba a Bologna dell’80.

Il 23 ottobre ’81, il giorno dopo l’uccisione a Calenzano di Susanna Cambi e Stefano Baldi, c’era uno sciopero generale. Il giorno prima che Antonella Migliorini e Paolo Mainardi morissero sotto i colpi della calibro 22, era stato ritrovato impiccato sotto il ponte dei frati neri a Londra il banchiere Roberto Calvi. Il 9 settembre ’83 vengono ritrovati i cadaveri dei tedeschi Uwe Rusch e Horst Meyer: il 10 agosto precedente era evaso Licio Gelli dal carcere svizzero.
E, secondo la nuova chiave di lettura, non sarebbero casuali le vittime. La Pettini, era la figlia di un partigiano di Vicchio. Il giorno del delitto, ricorreva il trentennale della liberazione del Paese e alcuni dettagli fanno pensare a una esecuzione in stile nazifascista: i vestiti dei due fidanzati vennero ritrovati piegati fuori dalla macchina, come se fosse stato dato loro un ordine sotto il tiro dell’arma. L’ex legionario conosceva Pacciani, di cinque anni più anziano di lui, e come lui viveva a Vicchio nel 1951, quando il contadino uccise il rivale sorpreso ad amoreggiare con la fidanzata.

Dopo un primo tentativo alla fine degli anni ’40, Vigilanti si arruolò nella Legione subito dopo la condanna di Pacciani, nel 1952. Un’altra coincidenza? L’ex legionario, che rientrò in Italia nel 1960, ha conosciuto anche i ‘sardi’, perché ha abitato nella stessa strada di Salvatore Vinci, a Vaiano. A Vigilanti, gli investigatori si erano avvicinati già nel 1985: gli trovarono articoli della Nazione sul delitto di Sagginale del ’74, una pagina sulla strage dell’Italicus, i ritagli dell’elezione del presidente Cossiga. La polizia tornò a casa dell’ex legionario per caso, nel ’94, a causa di una denuncia di un vicino, con cui aveva avuto una lite. Quella volta, spuntarono 180 proiettili Winchester serie H: gli stessi del mostro, fuori produzione, all’epoca, da almeno una dozzina d’anni.


http://www.ansa.it/toscana/notizie/2017/07/26/mostro-firenze-indagato-ex-legionario_b561b31b-84df-4be1-84b8-4e9c0e174c4c.html
http://www.lanazione.it/firenze/cronaca/mostro-firenze-indagato-1.3293255
http://www.lanazione.it/firenze/commento/mostro-firenzwe-1.3293422


martedì 18 luglio 2017

L'INGIUSTA CONDANNA DI UN MURATORE DEL BERGAMASCO...


Il processo e la condanna a Bossetti è il processo e la condanna di ogni singolo cittadino italiano e il suo stato di diritto.
cit. Mantenos Andrea Flower Naborovich

La Corte d'Assise d'Appello di Brescia ha confermato la condanna all'ergastolo di Massimo Bossetti per l'omicidio di Yara Gambirasio.
Ce lo aspettavamo tutti, forse qualcuno di noi ci aveva pure sperato invano, ma intimamente sapevamo sarebbe successo, e così è stato.
Il tritacarne della giustizia non poteva fermarsi, la piazza andava sfamata, quella bava atavica che colava dalla bocca dei moralizzatori non poteva seccarsi così velocemente, l'astinenza da rogo non poteva attendere tempi migliori, Bossetti non avrebbe mai potuto passarla liscia.
E allora, noi e pochi altri sostenitori della sua innocenza, che ingenuamente speravamo che qualcosa di magico potesse almeno per una volta compiersi, che desideravamo si materializzasse la Dea della giustizia Astrea nel cupo tribunale del povero muratore, abbiamo perso, ma soprattutto hanno perso tutti gli italiani ed i sostenitori del diritto, ha perso lo Stato di Diritto, ha perso l'intera comunità...
Bossetti dopo la lettura della sentenza "ha pianto" nella gabbia degli imputati. Lo ha riferito uno dei suoi avvocati, Claudio Salvagni, che ha aggiunto: "questa sera si è assistito alla sconfitta del diritto".
I Legali di Bossetti, Salvagni e Paolo Camporini, subito dopo la lettura della sentenza hanno dato "per scontato" il ricorso in Cassazione. "Aspettiamo le motivazioni - hanno detto - ma il ricorso in Cassazione è scontato. Questa sera abbiamo assistito alla sconfitta della giustizia".
Nelle sue dichiarazioni spontanee Bossetti ha detto di essere vittima "del più grande errore giudiziario di tutta la storia". Il muratore ha anche stigmatizzato il modo con cui fu arrestato: "C'era necessità di scomodare un esercito e umiliarmi davanti ai miei figli e al mondo intero?". Ha poi aggiunto che, quando fu fermato nel cantiere in cui lavorava (e i momenti del fermo furono filmati) si sentì "una lepre che doveva essere sbranata da innumerevoli cacciatori". "Perché, perché, perché?" ha detto il muratore. E girandosi verso il pubblico in aula per poi tornare ai giudici, ha detto: "Io non sono un assassino, mettetevelo in testa".
Posso marcire in carcere per un delitto atroce che non ho commesso senza che mi sia concessa almeno questa possibilità?", ha scritto Bossetti Bossetti a un quotidiano: "Confido che finalmente sia fatta Giustizia e io possa tornare a riabbracciare i miei cari da uomo libero e innocente quale sono, anche se ho una vita stravolta e comunque segnata per sempre. 
Lo spero io, lo devono sperare i Giudici, sono convinto che lo speri Yara da Lassù, almeno fino a quando il suo vero assassino che è ancora libero e sta ridendo di me e della Giustizia, sconterà la giusta pena".
" In natura, se io tocco una persona, se io tocco lei, cosa trasferisco? 
Solo il nucleare o tutto quanto? Tutto.
E se andiamo ad analizzarlo, possibile che non si trovi il mio Dna mitocondriale?
Anzi, che non si trovi il mio ma quello di un altro soggetto? Perché questo è il caso di specie. 
Il mitocondriale di Yara è stato trovato, non è sparito. 
Ed era lì sicuramente da tre mesi, non si è degradato. 
Invece di Ignoto 1 non l’hanno trovato, hanno trovato un altro Dna mitocondriale, che non si sa di chi sia. 
Il nodo processuale è tutto qui. Ma non è un cavillo, è una questione tecnico-scientifica di fondamentale importanza".
L'errore del DNA è oggettivo, c'è poco da aggiungere, la procura sta negando che 1+1 faccia 2...
Questo sarà considerato il nuovo caso Giro Limoni, però ancora peggio, con la connivenza di poteri rimasti al tempo dell'OVRA, con la gogna mediatica, perché il fascismo non è morto.
Rivedere SALO' di Pasolini per capire e percepire quale ambiente c'è dietro a questi delitti...
Onore all'avvocato che ha fatto il possibile per amor della giustizia ed a titolo gratuito, egli sta facendo un grande servizio alla democrazia ed alla società intera, compresi tutti coloro che sono in astinenza da rogo, giustizialisti con il culo degli altri...

Quella che segue è un'intervista rilasciata dal suo avvocato Salvagni ad Andrea Rossetti il 24 febbraio 2017 e pubblicata per il Bergamo Post:
Avvocato, partiamo dall’inizio. Come è entrato in contatto con Bossetti 
«La famiglia mi conosceva già. Mi hanno contattato pochi giorni dopo l’arresto».
Inizialmente ha lavorato fianco a fianco con l’avvocato d’ufficio.
«Sì, la collega Silvia Gazzetti. Poi, nel dicembre 2014, lei ha lasciato l’incarico e ho continuato da solo fino all’udienza preliminare. Più o meno in quel periodo s’è affiancato a me l’avvocato Paolo Camporini, con cui seguo il caso ancora oggi».
Siete stati aiutati anche da un folto gruppo di esperti. 
«Io e Paolo siamo solo la punta dell’iceberg. Dietro di noi c’è il fantastico lavoro di un team di professionisti entrati in punta di piedi nella vicenda, dubbiosi, ma che non appena hanno letto le carte dell’inchiesta si sono messi al servizio di Bossetti. Il dottor Marzio Capra e la professoressa Sarah Gino, genetisti; l’investigatore privato Ezio Denti; la dottoressa Dalila Ranalletta, medico legale; l’ingegnere Vittorio Cianci, esperto di tessuti; l’avvocato e professore universitario di logica giuridica Sergio Novani. E ancora: Luigi Nicotera, che si è occupato dell’analisi delle celle telefoniche; Giovanni Bassetti, esperto informatico; i professionisti in psicologia clinica forense Anna Maria Casale e Alessandro Meluzzi; e il dottore in legge Roberto Bianco, che è stato un po’ il coordinatore di tutti i consulenti ».
Non capita spesso di vedere un team difensivo così ampio.
«Vero. La figura del dottor Bianco, ad esempio, credo sia una novità. Lui ha fatto da collegamento tra noi e i consulenti, anche perché loro sono gli esperti ma poi siamo noi a dover spiegare in aula il loro operato. È stato veramente un grandissimo lavoro».
Scusi la domanda un po’ indelicata, ma la famiglia Bossetti può pagare tutto questo?
«Uno dei nostri meriti ritengo sia stato l’aver messo insieme un gruppo di professionisti di primissimo livello che si sono appassionati al caso soltanto per amore di verità. Nessuno, sottolineo nessuno, ha avuto un euro di parcella. Nemmeno io».
Però il ritorno mediatico è stato elevato…
«Posso assicurarvi che anche questo è un falso mito. Tutti hanno lavorato a titolo gratuito perché la verità è che un caso del genere è capitato a Bossetti, ma potrebbe capitare veramente a chiunque, soprattutto se dovesse passare la linea giuridica adottata nella sentenza di primo grado. Diventerebbe veramente molto pericoloso e rischioso per chiunque di noi».
Lei è convinto dell’innocenza di Bossetti?
«Sì, anche se per un avvocato non dovrebbe essere un elemento rilevante. Il mio collega Paolo Camporini, ad esempio, dice: “A me non interessa sapere se l’imputato è colpevole o innocente, a me interessa sapere cosa dicono le carte processuali”. E ha ragione, anche se poi è diventato il primo convinto assertore dell’innocenza di Massimo. Ma io la penso in maniera leggermente diversa. In un processo come questo per me era importante essere intimamente convinto dell’innocenza di Massimo, perché soltanto così si può dare quel qualcosa in più. Abbiamo lavorato una quantità di ore infinita, giorno e notte. E non per modo di dire, ma davvero. Quando abbiamo depositato il ricorso in Appello, solo per la stesura finale dell’atto abbiamo lavorato trenta ore di fila. Trenta ore».
Cos’è che la rende così certo dell’innocenza di Bossetti?
«Una somma di elementi. Partiamo dal concetto che il delitto perfetto non esiste. Chiunque commetta un delitto lascia una serie di elementi che, uniti, portano all’individuazione del responsabile. Quali sono gli elementi a carico di Bossetti? Solo ed esclusivamente il Dna, la sua firma dicono. Praticamente ha compiuto il delitto perfetto e poi lo ha firmato. Già questa è una contraddizione. Non hai lasciato tracce, non c’è un punto di contatto, non c’è un movente, non c’è una ricostruzione, sei una sorta di marziano che si è calato in quel momento nella vita di questa ragazzina e l’ha uccisa lasciando unicamente il proprio Dna».
Non è cosa da poco, no?
«Il Dna diventa un elemento individualizzante, probante, quando è perfetto. Quando è esente da anomalie. In quel caso siamo tutti d’accordo: periti della difesa, periti dell’accusa, parte civile, tutti. Poi sarà il giudice che dovrà decidere. Ma in questo caso siamo così sicuri che quello sia il Dna di Massimo? La sentenza glissa paurosamente tutte le nostre eccezioni. Noi non abbiamo mai potuto partecipare a nessun contraddittorio su quel Dna. Mai».
Ci spieghi meglio la questione allora...
«Volentieri. Trovano sugli slip di Yara questa traccia di Dna. Una quantità esorbitante, tantissimo. Facciamo finta un bicchiere di Dna. In quel momento Bossetti non era conosciuto, quindi non potevano certo chiamarci a esaminare i test compiuti. Ma un conto è se ne trovi una goccia, come accaduto nell’omicidio di Meredith Kercher: lì il test viene compiuto giustamente come atto irripetibile, non è che puoi fermare le indagini. Un altro discorso, invece, è se ne trovi un bicchiere, come qua. In questo caso buona regola vorrebbe che metà Dna lo userai per far tutti i test che vuoi e metà lo conservi per il futuro, quando ci sarà finalmente un presunto colpevole».
E invece come sono andate le cose?
«Invece qui avevano molto Dna, ma non sono neppure stati in grado di dire che tipo di traccia sia. È stato escluso con diversi test, uno più sofisticato dell’altro, che si tratti di sperma. Quindi sappiamo che cosa non è, ma non sappiamo che cos’è. È tanto, non sappiamo che cos’è, ed è pressoché puro. Praticamente un fiore del deserto. Meraviglioso. È meraviglioso ma non sappiamo dirti che cos’è. Una prima stranezza: il diverso grado di degradazione proteica di Dna della vittima e Dna di Ignoto 1. Il primo era presente in tutte le sue componenti, nucleare e mitocondriale, e dimostrava l’esposizione a tre mesi di agenti esterni. Il secondo, come detto, era invece una sorta di fiore nel deserto, stranamente privo di degradazione proteica. Puro, perfetto. C’è un però: l’assenza del Dna mitocondriale nella traccia riferibile a Ignoto 1. Il Dna mitocondriale presente, infatti, oltre quello della vittima è quello di qualcun altro, di cui però non si conosce l’identità».
Il Dna mitocondriale però conta poco per il riconoscimento.
«No, purtroppo è questo che non si riesce a far capire. È un elemento fondamentale. Ho fatto questo esempio in aula: facciamo finta che si stia parlando di una rapina in banca, le telecamere inquadrano il rapinatore che entra col volto scoperto, pistola alla mano, e si vede benissimo il viso. È lui. Poi una seconda telecamera inquadra la nuca del rapinatore, ed è completamente diversa. Com’è possibile? Il viso non corrisponde alla nuca. Qualcosa non va, qualcuno ha sbagliato. Questo è quello che si è verificato. Il Dna nucleare, che è quello che si usa per le identificazioni, è il viso con mille particolari, il mitocondriale è invece la nuca, che può dirmi qualcosa ma non tutto. Però il mitocondriale deve combaciare perfettamente con il nucleare, se non combacia c’è un errore».
Come se lo spiega?
«Non so. In natura, se io tocco una persona, se io tocco lei, cosa trasferisco? Solo il nucleare o tutto quanto? Tutto. E se andiamo ad analizzarlo, possibile che non si trovi il mio Dna mitocondriale? Anzi, che non si trovi il mio ma quello di un altro soggetto? Perché questo è il caso di specie. Il mitocondriale di Yara è stato trovato, non è sparito. Ed era lì sicuramente da tre mesi, non si è degradato. Invece di Ignoto 1 non l’hanno trovato, hanno trovato un altro Dna mitocondriale, che non si sa di chi sia. Il nodo processuale è tutto qui. Ma non è un cavillo, è una questione tecnico-scientifica di fondamentale importanza».
Perché non si è ripetuto il test allora?
«Ecco, questo è il punto. Il nodo processuale. È lo stesso imputato che sta chiedendo di rifare questi esami».
È possibile ripeterli?
«Certo, ci sono ancora dei campioni, il Dna era molto. È stato detto anche in udienza che ci sono. Bossetti lo ha chiesto: “Non è possibile che ci sia io lì dentro, non l’ho mai vista questa ragazza, non l’ho mai toccata, ripetiamo i test”. Io ho passato ore con lui in carcere e gli ho detto: “Massimo sei sicuro? Guarda che se noi chiediamo questa cosa e ce la concedono e viene fuori che sei tu, è finita”. Ma lui è stato irremovibile. Perché allora non concedergli un nuovo test? Credo sia il primo processo in Italia dove una richiesta dell’imputato di questo tipo non venga accolta».
Con che motivazione è stata respinta la vostra richiesta?
«È stata ritenuta superflua. Il problema è che il risultato è stato ottenuto con tutte le criticità che abbiamo detto. Il punto di civiltà giuridica, il punto di diritto: è questo su cui bisogna insistere. Non è possibile che sia l’imputato a chiederti di rifare il test che lo ha condannato all’ergastolo e tu non glielo concedi».
Lei dunque ritiene che quel Dna non sia quello di Bossetti?
«Non è il suo. Non ci dimentichiamo che tutti noi siamo uguali al novantanove percento. Ci giochiamo la differenza fra me, lei e gli altri in un misero un percento. Lo stesso vale per il collegamento tra Bossetti e Guerinoni, da cui si è risaliti a Massimo. Capisce che se si sbaglia ad analizzare quell’uno percento cambia tutto, cambia la persona».
E resta il problema della differenza tra nucleare e mitocondriale.
«Una differenza che non ci deve essere, che non può esistere. Infatti la spiegazione di come sia possibile questa cosa nessuno l’ha data. Se anche ci fosse una possibilità su un miliardo in natura che accada una cosa del genere, me lo devi dimostrare, altrimenti stai condannando un uomo all’ergastolo sulla base di un elemento incerto. In questo Dna ci sono più anomalie che nucleotidi, che sono gli elementi alla sua base».
Sulla stampa il messaggio che è arrivato è stato diverso. Qual è il suo giudizio sul modo in cui l’informazione ha trattato il processo?
«La stampa, a parte qualche caso isolatissimo, si è appiattita sulle posizioni della Procura. La mia è una critica alla stampa in generale. L’informazione è una cosa molto seria, molto delicata. Fare cronaca significa dire le cose come stanno davvero, non distorcere la realtà. Perché ciò che scrivono i giornali e che dicono le televisioni, arriva ai giudici. Sono umani anche loro».
Si riferisce al famoso video del furgone?
«Quel filmato ha fatto dei danni pazzeschi. Guarda caso il Dna di Ignoto 1 è il Dna di Bossetti, lo stesso che girava intorno alla palestra. Beh, allora è lui. È chiaro che nell’opinione pubblica si rafforza questa convinzione. Poi però, se andiamo a misurare il passo del furgone nel filmato con quello di Bossetti, viene fuori che è diverso. E togliamo l’ipotesi che Bossetti fosse lì. In questo processo si è piegata la realtà per far tornare tutto, ma non torna niente».
Lei stesso però è sceso spesso sul ring mediatico.
«Io ho subito detto che i processi si fanno in Tribunale. Sin dal primo giorno. Ma alla fine sono stato costretto ad espormi per cercare di tappare le falle e le voragini aperte dalla Procura. Le sembra normale che venissero pubblicati degli atti coperti da segreto istruttorio? Io ho avuto il fascicolo processuale, le famose sessantamila pagine, dopo alcuni giornalisti. Come è possibile che in un processo dove vige il segreto istruttorio, dove in fase di indagine le cose non dovevano sapersi, sono state sbandierate in televisione e sui giornali? Sono stato costretto ad espormi e dire: “Guardate che stanno dicendo delle cose che non sono corrette”. Qui si è cercato di demolire l’uomo, demolire tutto ciò che gravitava intorno a lui, alla sua famiglia, ai suoi affetti. Perché non si è aspettato il processo? Poi però, in aula, le televisioni non sono state ammesse. Vi posso assicurare che se ci fossero state le telecamere, sarebbe cambiata da così a così l’opinione pubblica. Il fatto degli amanti della moglie, ad esempio, che senso aveva se non quello di demolire Bossetti?».
Perché dimostra possibili tensioni tra Bossetti e la moglie, ipotizzo.
«Ok, ma allora mi deve dimostrare anche, qualora questa storia fosse vera, che lui sapesse di questi amanti. E poi, dove sta scritto che un uomo in crisi matrimoniale passa da sua moglie a una tredicenne? Qual è la logica?».
Nessuna.
«Le racconto un aneddoto avvenuto durante uno degli interrogatori. A Bossetti, dopo alcune domande, viene chiesto: “Lei lo sa che non è figlio di Giovanni Bossetti?”. Massimo rimane spiazzato. È un uomo arrestato per un omicidio e gli viene data una mazzata psicologica di questo tipo. Non paghi, mezzora dopo gli dicono: “Sua moglie ha l’amante”, e tirano fuori le presunte fatture dei motel. Lui si dispera, ma accusano anche lui di tradire la moglie. Bossetti nega e loro gli mostrano un bigliettino con scritto dei nomi di donna e dei numeri di telefono. A quel punto Massimo ha fatto un mezzo sorriso e ha spiegato che, togliendo le prime e le ultime cifre di quei numeri, venivano fuori alcuni codici che non si ricordava a memoria, tipo il pin del bancomat. Cioè, questi non avevano neppure provato a chiamarle questa fantomatiche amanti».
Sta dicendo che le indagini sono state approssimative?
«Io posso solo dire che in questo processo sono successe cose pazzesche. L’ho urlato in udienza e non ho timore di ripeterlo. Abbiamo sentito degli alti ufficiali dei carabinieri venire in aula a dire cose contraddette da altre risultanze. Le faccio un esempio: uno degli elementi fondamentali era capire se Yara fosse realmente morta in quel campo di Chignolo o se fosse stata portata lì successivamente. È evidente che questo elemento cambia tutto. Ciò che legava Yara a quel campo era il fatto che il cadavere stringesse nella mano destra degli arbusti. Un colonnello testimoniò e disse di aver visto con i suoi occhi il fatto che gli arbusti fossero radicati al suolo. Dunque Yara era per forza morta lì. Poche udienze dopo ha invece parlato il medico legale. A precisa domanda sulla questione della presidente, dottoressa Bertoja, la professoressa Cattaneo ha risposto: “No, gli arbusti non erano radicati al suolo”. Quindi Yara potrebbe non essere morta lì. E, se così fosse, l’accusa mi deve anche dire dove è morta. Chi sta dicendo la verità e chi sta mentendo? Tutto questo è successo, è nei verbali di udienza. Come è nei verbali di udienza la questione del video del furgoncino di Bossetti: un colonnello dei carabinieri, comandante dei Ris, che ammette che quel video è stato realizzato di comune accordo con la Procura per esigenze di comunicazione. Perché è successo tutto questo? La risposta non la so, ma i fatti sono oggettivi».
C’è anche la questione delle ricerche sul computer…
«Un’altra grandissima bufala che ha condizionato l’opinione pubblica. Hanno descritto questo omicidio come un delitto a sfondo sessuale, quindi ci voleva un assassino con un profilo ben preciso. Chi è pedofilo non è pedofilo una volta nella vita e basta. Serviva qualcosa che dimostrasse che Bossetti aveva quel profilo. Ma nel suo computer non hanno trovato niente. Zero. Però è stato fatto passare il contrario. Le ricerche che più si possono avvicinare a quel mondo, inoltre, sono presto spiegate. Bossetti e la moglie hanno ammesso che, talvolta, guardavano insieme siti per adulti. Così come Marita ha ammesso di aver fatto lei stessa delle ricerche pornografiche. Poi mi son pure fatto una certa cultura: il termine “teen”, ad esempio, è una delle categorie più cliccate nel porno, ma non vuol dire che si cerchino delle minorenni. Vuol dire giovani, non minorenni. La famosa ricerca “tredicenni”, invece, ha dichiarato di averla fatta il figlio maggiore, che all’epoca aveva quell’età. Quindi non ci sono ricerche pedopornografiche, anche perché se ci fosse stata la detenzione di un solo fotogramma di qualcosa di pedopornografico gli avrebbero contestato anche quel reato giustamente. Cosa che invece non è avvenuta».
Ha parlato di profilo dell’assassino. Qual è invece il profilo di Bossetti? Che tipo è?
«È un muratore bergamasco, una persona molto ingenua. È un tipo diretto, ti dice le cose di impulso, istintivamente. È uno sincero. Gli hanno rivoltato la vita come un calzino per trovarci qualcosa. Non hanno trovato niente, zero. In otto anni sarà uscito otto volte. La sua vita era la famiglia».
Un fatto strano è che non si sia mai riusciti a trovare punti di contatto tra la vita di Yara e quella di Bossetti.
«Perché non ce n’erano. Nessuno ha potuto dire che li ha visti anche una sola volta insieme, che si conoscevano. Non c’è una foto, un messaggio, una chat WhatsApp, un contatto sui social network».
È stato dato molto peso alla frequentazione di Bossetti del solarium di Brembate Sopra.
«Ci andava, si faceva la sua lampada, pagava e usciva. È un delitto? Anche in questa cosa è stata data enfasi a elementi assolutamente secondari. Uno che va a farsi una lampada vuol dire che diventa un pedofilo assassino? Non credo».
Però è un bugiardo. Lo chiamavano “Il Favola”.
«No, assolutamente. Lei si riferisce alla storia del tumore inventato sul posto di lavoro, giusto? Bene, quell’episodio spiega perfettamente chi è Bossetti. Durante l’udienza in cui si è parlato di questa vicenda, lui ha alzato la mano e, in totale spontaneità, ha detto: “Io sono mortificato, ho fatto una cosa bruttissima raccontando quella bugia, ma l’ho fatto perché non venivo pagato”. E io lo so, visto che quando è stato arrestato non riceveva lo stipendio da sei mesi. Si era inventato una storia che gli permettesse di cercarsi un altro lavoro per tirare avanti. Cosa dava altrimenti da mangiare ai figli, la sabbia, i forati e il cemento? In un minuto, spiegando la cosa, ha chiuso l’argomento in maniera credibilissima, tanto è vero che non è stato neanche ripreso in sentenza. Si tratta soltanto dell’ennesimo elemento di questo processo che è stato raccontato in malafede».
Perché, secondo lei?
«Qui si è preso un punto di partenza, un punto di arrivo e poi gli si è costruita la storia in mezzo».
Ma perché Bossetti?
«Mi sta chiedendo se lo hanno voluto incastrare?».
Lei lo pensa?
«Non lo so. Ho delle mie convinzioni che però non dico a nessuno perché al momento non sono supportate da prove. Quello che posso dire è che, processualmente, gli elementi che sono stati raccolti contro Bossetti non sono assolutamente concordanti, non si incastrano, e l’unico elemento che c’è, il Dna, è altamente critico. Questa è una storia senza storia. Non c’è il movente, non c’è l’arma del delitto, non c’è niente. Lo stesso pubblico ministero ha dovuto alzare le mani e dire: “Io non sono in grado di ricostruire la dinamica”. Com’è avvenuto l’omicidio? Killer e vittima si conoscevano o non si conoscevano? Yara è salita volontariamente su quel furgone o è stata rapita?».
Quindi per lei le accuse a Bossetti non sono casuali.
«C’è la possibilità che non lo siano. Ma c’è anche la possibilità che sia stato veramente un caso, perché se avessero voluto individuare proprio Bossetti ci avrebbero impiegato una settimana».
E come?
«Bossetti col suo furgone passava di lì, non ci voleva tanto a incrociare i dati di cui erano in possesso. Una settimana gli bastava».
Quali saranno i prossimi passaggi processuali?
«Attendiamo che venga fissato il processo d’Appello. E speriamo che possa essere concessa la perizia sul Dna, perché credo che sia un principio di civiltà giuridica. Con la perizia sono certo che si possa arrivare all’assoluzione».
Bossetti come sta?
«Alterna momenti di incredibile forza, in cui vuole lottare fino in fondo, ad altri di grande depressione, come è facilmente immaginabile».
E lei è fiducioso?
«Non posso che esserlo, altrimenti dovrei cambiare lavoro. Significherebbe non credere nella giustizia».
Il processo di primo grado ha messo a dura prova la sua fiducia nella giustizia?
«Sì, perché quando entri in certi meccanismi ti accorgi che c’è un qualcosa di più grande. Io credo che in un processo normale, senza tutto questo clamore, l’imputato sarebbe già stato assolto. Certo, stiamo parlando di un assassinio; chiaro che emotivamente colpisce il fatto che sia stata uccisa una bambina. Però non è tollerabile la disparità di trattamento che è stata riservata a Bossetti rispetto ad altri imputati. Per questo credo che, soprattutto in Cassazione, non possa passare il principio giuridico passato in primo grado, dove il Dna, per di più con tutte le sue criticità di specie, rappresenta un timbro di colpevolezza assoluto. Se così fosse, allora bisognerebbe cambiare il codice e dire che quando c’è il Dna non lo facciamo neanche il processo perché non puoi dimostrare il contrario».
Qual è il suo timore?
«Che non si stia cercando la verità».

http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2017/07/17/yara-bossetti-poteva-essere-figlia-di-tutti-noi_cfdb59a9-8d5c-4917-ab1e-db19c41fa331.html
http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/12434115/massimo-bossetti-sarbit-kaur-ragazza-scomparsa-trovata-morta-lo-puo-scagionare.html


sabato 8 luglio 2017

LA CORAZZATA POTEMKIN NON E' UNA CAGATA PAZZESCA... cit. Paolo Villaggio



La corazzata Potemkin NON è una cagata pazzesca.
cit. Paolo Villaggio


Un saluto affettuoso a Paolo Villaggio ed un omaggio al grande comico che negli anni 70 scrisse ed interpretò meravigliose pagine di costume.
Per onestà intellettuale devo dire che si perse per strada e che avrebbe potuto evitare gli ultimi terrificanti Fantozzi ed altre schifezze ritirandosi prima a vita privata, comunque i primi 2 film firmati dal grande Salce, il Fracchia con Agus ed alcuni episodi rimangono pietre miliari del cinema comico italiano.
In Villaggio amo la visione che ebbe soprattutto agli inizi quando sfotteva il potere ed i radical-chic comprendendo perfettamente quale sarebbe stata la nemesi della sinistra italiana.
Villaggio amava il cinema d'autore, come lo stesso Salce e la satira meravigliosa sul maestro Eisenstein e sulla "Korazzata Kotionki" rappresentava proprio questo paradigma.
Rappresentava la cattiva coscienza di un certo sinistrismo che sarebbe poi trasmutato nel peggior liberismo, nello scientismo, nel citazionismo di un certo mondo già allora in forte decadenza.
Rappresentava la mediocrità di una certa classe culturale e politica che, oggi come allora, sfruttava i saperi per declinarli in termini dogmatici e reazionari.
La grande storica gag sulla corazzata Potemkin non era affatto contro il valore rivoluzionario dell'opera filmica, ANZI, era contro lo sfruttamento, diremmo oggi boldrinista, di un certo paradigma di regime.
Villaggio riportava anarchicamente ed adogmaticamente la forma pensiero rivoluzionaria proprio denunciando un certo stile di un certo ambiente aristofreak, MALE ASSOLUTO e peccato originale dei mali d'Italia e della morte della sinistra, che si beava religiosamente dell'erudizione e non della cultura.
In questo una vera opera di sinistra, anarchica e rivoluzionaria, come giustamente asserì lo stesso DE' ANDRE' in un'intervista negli anni 70.
Inoltre nella presa di coscienza della CAGATA PAZZESCA, Villaggio metteva in scena proprio una rivoluzione contro i quadri dirigenti aziendali, mostrava come ribellarsi ad infami intellettualoidi cinefili messi al potere e più borghesi e fascisti di quello che falsamente denunciavano con le loro obbligatorie proiezioni "colte e de sinistra".


Un'altra tappa del risveglio della coscienza di classe, anche Fantozzi poteva esercitarla, e per osmosi tutti quanti i piccoli borghesi italici. Questa fase è ben rappresentata ironicamente dall'incontro con l'eretico Compagno Folagra, anche lui ovviamente intriso di cliché, che lo illumina sulla vi di Damasco e gli fa comprendere come sia stato sempre sfruttato e preso in giro dal padronato.
Come non ricordare Dottor Jekill e gentile signora quando davanti ad una lavagna spiegava con parole semplici i meccanismi dello schema del potere liberista agli studenti ignari.
Grazie Paoo Villaggio, che la nuvola di Ugo Fantozzi sia la tua casa celeste.