giovedì 23 giugno 2016

LA VITTORIA DEI CANCRI... (IL GRILLO DI MAGGIO SOTTO I RAGGI DEL SOLE DI ROMA AMOR)


“Ogni nuova vita comporta la perdita di un'altra vita. L'equilibrio del mondo dev'essere mantenuto” cit. "Il Racconto dei racconti"

La morte del guru Casaleggio il 12 Aprile 2016, a due mesi dalle elezioni amministrative, rappresenta simbolicamente il contrappasso che il M5S ha dovuto pagare per la benedizione elettorale e la vittoria.
Il Grillo è considerato annunciatore di Fortuna. Uno dei grilli più amati è il cosiddetto grillo del focolare. Ad esso veniva riservato un trattamento di riguardo, perché si credeva fosse una sorta di genio tutelare della casa. Vederlo era di buon auspicio, e mai nessuno si sarebbe sognato di scacciarlo o di disturbarlo. E' anche un simbolo noto in Oriente, generalmente amato anche se considerato dannoso per i raccolti, la simpatia di questo insetto deriva dal canto ininterrotto (curiosa assonanza con il Grillo logorroico comico/politico); un tempo si ipotizzava che quando il grillo cessava di cantare stava ad indicare un avviso di pericolo imminente. 

-"Osservando il comportamento di questi insetti si facevano previsioni sul tempo e i raccolti. 
A Piacenza si dice ad esempio "Quand canta l’gri al brütt teimp l’è finì" (Quando canta il grillo il brutto tempo è finito). Generalmente si crede che l’abbondanza di grilli sia presagio di carestia; e a questo proposito, nel Carpigiano, si racconta una divertente storiella. 
In essa si narra di un frate cercatore, quelli che elemosinavano cibo di casa in casa, alle prese con un villano che gli aveva appena donato un sacchetto di noci. Parlando del più e del meno, il villano chiese al frate come mai in quell’anno ci fossero tanti grilli.
Il frate, gentile, rispose con un proverbio: «Gran grilleria, gran carestia».
Il villano, temendo il peggio, si scusò, e riprese le noci appena donate.
Poco più in là, il frate incontrò un altro contadino che lo accolse con la solita domanda: «Frate, perché quest’anno ci sono tanti grilli? »
Senza pensarci due volte, il frate rispose. «Allegria, non conosci il proverbio: Gran grillansa, gran bundansa (Gran grilleria, grande abbondanza)»."


Di Maio, ovvero "Di Maggio", come il fiore delle alpi, simile alla ginestra, che i contadini attaccavano alle porte delle loro innamorate, oppure come il mese consacrato alla Dea Madre. 
La connessione con il numero 5 (M5S) aggiunge anche la rosa (oggi attributo di Maria, cui è dedicato il mese di Maggio, ma un tempo attributo della dea, ricordando che il nome del mese deriva da quello di Maia, un'altra incarnazione della dea), specialmente quella pentafogliata (M5S) che compare negli stemmi araldici (come la famosa rosa rossa dei Lancaster e quella bianca dei York).
La vittoria della Raggi e della Appendino sono il contraltare dell'entrata del buon Di Maio nei salotti buoni neo-aristocratici della paramassonica TRILATERAL (emanazione della massonica UR-LODGE reazionaria Three Eyes), di cui Napolitano è membro onorario. Forse il "Wannabe Illuminati" Renzi, si rende conto solo ora di essere stato utilizzato come i suoi predecessori, e di essere stato scavalcato in un nano secondo dal più rassicurante ed istituzionale DI MAIO.
Per analogia, il cognome "Raggi", sembra un attributo solare, consacrata ad un ruolo maschile, ella trasmuta in una divinità patriarcale e ribalta l'accezione lunare originaria della Grande Madre, ed interpreta il ruolo maschile del sacerdote che governerà Roma Amor.
I RAGGI del sole sono anche le piume dell'aquila intesa come archetipo religioso. Anche Dante Alighieri nella Divina Commedia, nomina spesso l’aquila: in particolare nel verso 48 del Primo canto del Paradiso, egli scrive: "Aquila sì non gli s'affisse unquanco". Il sommo poeta utilizza l’allegoria dell’aquila riferendosi alla sua guida nel Paradiso, Beatrice, capace di contemplare il sole con profondità e immobilità. Quindi, una novella Beatrice vergine (Virginia) capace di dare nuova vita come una Fenice risorta alla Città del Sole.
La "Città del Sole" fu anche un'opera scritta dal filosofo italiano Tommaso Campanella.
L’opera consiste in un dialogo tra un cavaliere di Malta (Potere occulto) e un ammiraglio genovese (Grillo loro ammiraglio), il quale ha appena fatto ritorno dal giro del mondo ed espone al suo interlocutore la vita di una città, chiamata Città del sole, che si trova sulla linea dell’Equatore. 
Il dialogo, che si ricollega alla tradizione della Repubblica di Platone e di Utopia di Tommaso Moro, serve a Campanella per illustrare la sua teoria ideale sulla migliore forma di governo.

-"E' la vittoria dei Cancri e degli avvocati che sono i più tra i 19 sindaci vincenti del M5S.
E' del Cancro Grillo, Di Maio ed ora Virginia Raggi.
Acqua, il mondo delle emozioni, ma anche l'amore per la famiglia e, per estensione, per la patria.
La Raggi è favorita dalla nascita da una buona dose di fortuna che le deriva dall' avere il Sole (il suo Io profondo e la sua parte attiva e maschile) unito a Giove, il pianeta dell'ottimismo, della facilità di parola e della fortuna.
E' intuitiva e con una buona dose di entusiasmo che le deriva dall'avere dei pianeti di Fuoco; probabile abbia la Luna (la sua parte femminile, che in una donna ovviamente conta parecchio) in Capricorno, un segno capace di sacrifici e di lotte (e lei avrà contro sicuramente il Capricorno Renzi). Interessante è il pianeta del lavoro, Urano, in Scorpione che l'aiuterà a nuotare nel mare infido e torbido della Capitale e a capire cosa cova sotto: ora Nettuno (metamorfosi, evoluzione) stimola proprio questo Urano mentre lei si appresta ad onorare il suo impegno. 
Auguri..."
cit. Germana Accorsi

Molto interessante il fatto che siano tutti CANCRI... E' talmente suggestiva questa analisi che, se ribaltata in un'accezione opposta, sembra rappresentare più che una fortuna una iattura, come la stessa ambivalenza del Grillo di cui sopra.
Lo dico in dialetto bolognese petroniano: "c'at vègna un canchèr"...





martedì 14 giugno 2016

LE CAPRETTE TI FANNO CIAO E CELEBRANO IL TUNNEL DELL'AMORE...


"Le caprette ti fanno ciao". cit. Heidi

Un CIAONE bello grande, un saluto carismatico dal regista teatrale tedesco Volker Hesse, che ha messo in scena uno spettacolo variopinto, pieno di citazioni colte, da F.Lang a Bunuel, mescolando cultura Wicca, riti ancestrali, culti osiridei, fino ad un satanismo naif mutuato dal cinema Horror ed un simbolismo esoterico, forse, un po' troppo tronfio e spregiudicato.

La celebrazione è messa in scena in termini tanto palesi che mi fa pensare ad un altro livello ulteriore della matrioska, ritengo che il livello subliminale e più recondito, non sia tanto quello di aver veicolato un certo mondo magico, quello semmai è presente come aspetto manifesto più essoterico, ma quello di una celebrazione del Potere Costituito, del sistema capitalista che necessita il sacrificio dei suoi sudditi ed un eterno nutrimento di anime (lavoratori) per l'edificazione del tempio moderno in continuità con la tradizione millenaria.
E' per questa ragione che il simbolismo massivamente esposto da Hesse, si rifà alle cosiddette origini pagane del culto, perché esse sono il palinsesto della fondazione archetipica dell'idea del Potere, almeno quelle storicamente ed antropologicamente riscontrabili.
Quindi una celebrazione che usa una grammatica esoterica in relazione allo svelamento del potere, non tanto come denuncia ma come sua ACCETTAZIONE.

Si è fatto un salto quantico rispetto al passato, fino a poco tempo fa, almeno in tempi "democratici", si tendeva ad occultare certi aspetti rituali espliciti, il tutto era meno triviale ma sicuramente più ambiguo, sottile,  mentre oggi la celebrazione cosiddetta "satanica", è talmente smaccata e frontale, che mi fa pensare che le ragioni di tutta questa costruzione siano altrove ed esprimano altro.

Questo "altro" è da ricondurre all'accettazione dei ruoli sociali che il tempio del potere esige confermare e riconfermare ogniqualvolta si rigenera, ad ogni fondazione corrisponde un certo sacrificio e questa è la terribile grammatica del linguaggio della realtà in cui viviamo.
Attraverso un certo simbolismo antico, chiaro e preciso, il sistema si assicura una certa posizione sociale di sopraffazione sulla massa, considerata ilica ed inferiore, si riprende lo scettro ed alimenta il pensiero magico dei sudditi.
Traccia un cerchio ed all'interno di esso scrive con il sangue le sue leggi, si erge a magus con i suoi fedeli adoranti. Ad ogni cerchio magico corrispondono regole e dogmi che vengono percepiti come sacri dai sottoposti, proprio in quanto INTERNI al mondo artificiale tracciato dal sacerdote di turno.
Quindi la magia, la messa nera, il grande occhio, il Sole Nero ed i 3 scarabei mostrati nell'opera di Hesse, non rappresentano tanto l'apice dell'occulto, ma sono solo gli strumenti che il Potere Costituito mette in scena per rappresentarsi e farsi rispettare, adorare, come dicevo all'inizio, ACCETTARE.
Un esoterismo non fine a se stesso, autoreferenziale, ma come medium per governare, per imporsi socialmente nella realtà fisica. 



Il MALE non è erroneamente una certa grammatica magica, ma il suo utilizzo "controiniziato", il cattivo non è tanto il simbolo della testa del caprone o gli elementali evocati in quanto tali, ma come vengono traslati ed impiegati.
Banalmente, l'assassino non è il coltello, esso è uno strumento che può offendere come tagliare una corda, ma chi lo usa in quel determinato momento per fare cosa. Quindi, il puntare il dito sul satanismo, al quale il regista cinicamente strizza gli occhi, ruotati dentro il grande schermo surrealista, non smaschera le vere intenzioni e ragioni di questa scelta artistica culturale, perché esso è solo una suggestione artificiale che nasconde le vere cause della rappresentazione.
Il simbolismo evocato è solo lo strumento celebrativo della messa e sposta l'attenzione da chi vuole realmente utilizzarlo, dal vero carnefice, esso non è ne buono ne cattivo, è un falso problema, una distrazione di comodo, un metodo per circoscrivere le regole del gioco ed i suoi partecipanti.

C'è tutto il pantheon dell'occulto più triviale, mascherato da festa pagana, ma un conto è la sua ritualità ancestrale come quella del capro esercitata dal basso, declinata come tradizione popolare, giocosa e funzionale all'esorcizzare il MALE, quindi sostanzialmente positiva, naturale e fisiologica in un contesto comunitario orizzontale, un conto è quando tali precetti sono controiniziati ed utilizzati come grammatica di potere sfacciato, in senso gerarchico, militare, religioso, assolutistico ed elitario.
Il capitalismo si celebra mostrando il vero "satanismo", che non è tanto il satanismo naif da B-movie, o meglio, lo è anche in parte, ma satanista in un'accezione più strutturale endemica e di accettazione religiosa del dogma. 
E' una sorta di chiesa, senza la parte spirituale, senza introspezione e consapevolezza, senza l'aspetto di fratellanza, ma di comunanza nei ruoli sociali dei subordinati...
Operaio suddito sacrificato, Status Quo celebrato. 
Il rito messo in scena è una sorta di sigillo magico, rafforza il gruppo di potere e lo rende coeso versus la massa, considerata nutrimento e rappresentata come massa-zombie, auspicata come tale, in quanto esseri svuotati di anima, quindi di consapevolezza e di coscienza di classe, carne da macello veicolati come impiccati, morti, brutalizzati, ergo, sacrificati in nome del Potere con la P maiuscola, vero Satana, vero Santo... 



Il Tunnel del San Gottardo ha una simbologia precisa, è stato realizzato sotto una grande montagna sacra che panteisticamente può rappresentare una sorta di paradiso, di olimpo, ma all'interno di una ribaltamento simbolico, rappresenta una sorta di piramide del potere, mentre il Tunnel che dovrebbe rappresentare l'opera dell'ingegno dell'uomo è nel suo ribaltamento una sorta di INFERNO in terra, situato in un punto magico, lungo determinati meridiani.
Gli operai che hanno duramente lavorato per 17 anni e che sono morti per la causa, sono coloro che alimentano passivamente questo inferno e permettono al Potere Costituito di sfruttare attivamente il paradiso artificale sopra di essi, ovvero, quella Montagna Sacra di Jodorowskyana memoria, resa inaccessibile ai fedeli.
Non a caso gli attori che interpretano i poveri operai sacrificati, non riescono mai a raggiungere la vetta della montagna che gli crolla addosso, perché essi sono strumenti padronali ed hanno accettato le regole del cerchio magico, sono dentro una prigione virtuale che hanno inconsapevolmente contribuito a plasmare.
Metaforicamente, la forza lavoro si è scavata la propria fossa, il Tunnel, e ci è morta dentro. Esso è in primis un cimitero di anime.
Ed ogni Tempio che si rispetti, si fonda su un cimitero...
A livello scenografico, il messaggio di accettazione del potere e dei ruoli sociali, della parata religios-militare, mi ha ricordato Metropolis del grande regista Fritz Lang, con la differenza che nel capolavoro cinematografico si svelava il potere, mettendo sotto accusa il nascere di un certo modernismo industriale di massa, di un transumanesimo capitalista, mentre in questo caso, la messa in scena politica di questa opera ha un valore di Inno egregorico, con tanto di fanfare montanare e rullanti in pompa magna, il tutto sotto l'egida del "Zeus" di turno, del grande occhio onniveggente che si moltiplica e ruota come un Sole Nero della Vril Gesellschaft, evocando il sapore magico del nazionasocialismo, in continuità con il passato, un potere sempre nero che è trasmutato ed ha altre maschere, ma in fondo sempre le stesse, con buona pace degli dei cornuti mitraici, delle vestali Wicca, di un lucifero pupazzo e macrocefalo che si mostra impertinente al cospetto degli operai, degli scarabei egizi simboli di trasmutazione, in mezzo a tanti spettatori increduli, alle principali autorità di tutte le religioni che hanno benedetto l'antro/ade, agli wannabe politici affascinati, intimamente illusi di essere stati cooptati dentro i salotti buoni neo-aristocratici, inconsapevoli di essere anche loro dentro il cerchio magico tracciato dal magus Hesse, a sua volta ingranaggio della grande egregora del Potere.

Una società votata all'irrazionale, alla fede, al dogma, sia essa cattolica, islamica, ebraica o pseudo-satanica, si muove per natura su binari egregorici e la nostra società, pur mostrandosi laica e liberale, invece, è ancora fortemente ancorata ad una certa ritualità religiosa e non certo ad una spiritualità libertaria, consapevole ed orizzontale, vive in una dimensione dogmatica, classista e, quindi, per natura NERA...

Il vero satanismo non è il Satanismo cosi come lo conosce o crede di conoscere l'accezione distorta popolare, ma il POTERE IN QUANTO TALE, ed il potere in quanto tale ha bisogno di surrogare ruoli sociali, chi sta sotto e chi sta sopra, a prescindere dalla veste strutturale con la quale si maschera e si palesa.
Utilizza il popolo come grammatica rituale per dialogare, comunicare, sigillare pensieri, condizionare la bias cognitiva dei sudditi.

Film consigliato per comprendere la celebrazione e fondazione del Tempio padronale, DOGVILLE di Lars Von Trier...



martedì 31 maggio 2016

DIO... D'IO... IO... VIAGGIO INTERIORE DELL'ETERNO RITORNO NELLA SFERA


E' interessante, a proposito del filosofico dilemma su DIO ed il creato, il tema dello scisma primordiale che avvenne quando l'universo, per come lo conosciamo, era in via di formazione ed espansione, quando i piani ed i livelli dimensionali non erano così SCISSI come oggi.
Un tempo il livello, che noi chiamiamo erroneamente metafisico, era un tutt'uno con quello fisico nascente, come lo era "conscio ed inconscio" negli uomini primitivi, che percepivano i loro pensieri come esterni, come una serie di manifestazioni reali e tangibili.
La materia e l'energia invisibile, come le stesse "stanze dimensionali", convivevano sistematicamente nello stesso livello contenitore apparente, il manifesto, quello che oggi chiamiamo piano materiale. Era un po' come se avessero suonato contemporaneamente tutte le stazioni radiofoniche in un'unica onda ed ognuna di esse avesse influenzato l'altra, evolvendo la "RA-DIO" stessa o quello che alcuni chiamano DIO.
I piani mescolati del brodo primordiale diedero vita agli archetipi, che possono essere considerati i cluster acasici della nostra matrice, tanti mattoncini della sua struttura.
Ritengo che le cosiddette divinità ancestrali, le stesse immagini archetipiche primordiali, il senso di divino antropomorfizzato esternamente attraverso totem ed idoli, vengano da lontano, dalla notte dei tempi e derivino anche dal contagio degli elementi chimici e delle forze che l'universo presentava al suo formarsi, dove i piani si mescolavano influenzandosi reciprocamente, contaminando e seminando la struttura futura materiale, la nostra, plasmando di fatto la natura stessa, figlia della mescolanza, andando a programmare la vita nelle sue svariate e potenziali forme che quel dato ambiente fisico poteva permettersi di ospitare. 
Plasmando il "progetto" di NATURA in codici che ancora oggi assumiamo e dei quali siamo costituiti, in quanto programmati dalla stessa, l'inconscio collettivo si è espanso come una biblioteca quantica, in relazione all'esperienze della vita sotto ogni forma si presenti, come un sapere che ha dato le basi strutturali alle macchine umane/animali odierne, ma anche per quanto riguarda lo spirito, che penso si evolva insieme alla materia e non trascenda il TUTTO. 
Semmai lo trascende solo relativamente al nostro stato, in quanto "superiore" al contenitore corpo fisico, ma cresce con esso, attraverso diverse vite, oppure all'interno della stesa vita, se non si crede alla trasmigrazione delle energie spirituali, dove morte e rinascita sono elementi della circolarità eterna del tutto quantico. 
Le immagini ancestrali "rettiliane" e non, le antropomorfizzazioni primitive inconsce di natura fantastica e magica, provengono dall'interferenza di diversi piani dimensionali coesistenti in un unico contenitore, causate ed innestate dallo scisma degli elementi che ha influenzato anche l'inconscio collettivo delle più svariate forme senzienti, una banca dati collettiva esperienziale in progress, ricca di input ai quali accedere ed esserne permeati come dal sole che riscalda la pelle.
Dati esperienziali che hanno evoluto nel tempo la vita, la natura e l'infinita gamma di manifestazioni del creato.
In seguito, espandendosi e dando vita alle RAPPRESENTAZIONI, poi sviluppate dai culti animisti atavici e successivamente dalle religioni patriarcali, oltre a rappresentare il nostro pantheon interiore psichico.

Gli elementi mescolati creano vita e sono creati dalla vita stessa, in questo senso non c'è un prima e un dopo, il prima e dopo esistono solo su un piano PESANTE, perché tutto circola internamente ed eternamente; panta rei dicevano gli antichi greci. 
Non esiste un PRIMA DIO ed un DOPO UOMO, i piani dimensionali convivono circolarmente, influenzandosi. Se esistesse un DIO primigenio sarebbe un essere finito in una dimensione bidimensionale, come in un disegno su carta. Non esiste questo foglio di carta con le sue due dimensioni come rappresentante del creato, esiste in senso iconografico ed artificiale, ma esiste la curvatura totale del tutto sferico, ovvero nel e del tutto-infinito, logico, ordinato e caotico al tempo stesso; fuori da questa circolarità sferica forse non esiste nulla, perché coincide con il TUTTO quantico.
Essa è il concetto che si rincorre, creandosi, morendo, rinascendo come la Fenice, ancora circolarmente, per sempre o per "nulla"...

Pensiamo alle galassie, agli universi, ai pianeti quando erano ancora massa gassosa e vivevano in un etere realmente metafisico per come potremmo concepirlo oggi, vuoto apparentemente assente ed invisibile, nati in un punto zero senza tempo, il centro della sfera, un blob primordiale che si trasforma e "CADE" lucifericamente, creando la futura vita, o come vedremo, solo momentaneamente futura.
Un vuoto apparente che viene a crearsi attraverso questo respiro, attraverso la loro espansione ed il relativo rapporto spazio-temporale che ne deriva dal loro moto, spazio che non preesiste, ma si crea come fosse aria all'interno di un palloncino sito in nessuna dimensione certa, in un punto zero, circolare, dove non esiste realmente un prima ed un dopo, ma inizia ad esistere materialmente come forma di TEMPO MISURABILE solo con l'esplosione dello scisma, con la rinascita e alla fine di un ciclo.
Dove gli elementi costitutivi lo sono solo in potenza e nascono da una contaminazione. Contaminazione reciproca, perché i livelli si mescolano e si condizionano a vicenda, dal micro al macro, dall'esterno all'interno.

Per comprendere questo ci viene in aiuto l'iniziato Stanley Kubrick, nelle ultime scene di "2001 Odissea nello spazio", dove viene ben rappresentato filosoficamente il ciclo della vita umana, della natura e dell'universo, dove tutto non ha un inizio ed una fine, ma semplicemente si rincorre eternamente, ed alla fine di un ciclo cosmico, su un piano materiale avviene lo scisma creativo, ovvero, il punto dove nascita e morte coincidono, un viaggio interiore circolare senza fine. 
Infinito nel senso di interno al "FINITO", attorno ad esso, perpetuo, dove non può esistere un creatore ma solo creazione e CONTAMINAZIONE perpetua che si rincorre, un serpente che si morde la coda, una sorta di UROBORO.
La nostra dimensione è retta simbolicamente dal dualismo del simbolo del CADUCEO.
Il caduceo di Mercurio è un simbolo antico rappresentato da due serpenti attorcigliati a un bastone, chiamato anche “Il bastone alato del dio Hermes”, divinità dell’antica Grecia che nei romani diviene Mercurio.
La spirale dei due serpenti ci ricorda anche la catena del DNA e, come la ruota e la sfera, anche il concetto di spirale è fondamentale per comprendere il percorso eterno della vita stessa.
I due serpenti rappresentano le due forze duali di questo mondo: il positivo e il negativo, il maschile e il femminile, il bene e il male. I due serpenti, nel momento che s’incontrano conciliano gli opposti facendo nascere le ali, simbolo della visione unica che abbandona il conflitto interno dell’essere umano nel mondo materiale duale (bene/male).
Secondo la cultura orientale il Caduceo rappresenta anche l’energia sessuale risvegliata e trasmutata che prende nome il di Kundalini. L'energia sessuale è l'essenza primordiale della vita, la benzina senza la quale non esisterebbe nessuna ruota, nessuna sfera e nessuna spirale.


Ritengo che lo spazio "fisico" dell'etere sotteso, sia determinato dalla forza e dalla forma del suo contenuto, un po' come quelle immagini subliminali che sottendono altra forma, determinata dagli spazi lasciati come ombra delle figure reali, forse accade anche per l'universo o per gli universi, esso esiste in quanto rapporto tra elementi planetari, o meglio, nasce dalla loro relazione e non sarebbe preesistente, ma coinciderebbe circolarmente con esso, come nell'esempio precedente del vuoto interno che viene a crearsi dentro un palloncino quando si gonfia d'aria...
Il concetto di circolarità che sostituisce il DIO o il demiurgo di turno, rappresenta una vera spiritualità non basata sulla fede tradizionale ma sulla razionalità, non intesa in termini dogmatici religiosi o allegorici, ma intesa in termini di "Natura delle cose".
Se fosse diversamente, bisognerebbe ritenere esista un Dio fuori dal nostro Dio che l'ha creato, e così all'infinito.
Invece, con il principio di circolarità, è la rotazione con il suo moto che muove il tutto, perché in essa non c'è un prima ed un dopo, tutti i punti coincidono nello stesso istante in un eterno presente; anche geometricamente il centro della sfera è equidistante da tutti i punti della sua stessa superficie.
Il presunto DIO delle religioni, in una realtà sferica e circolare che fisicamente si evolve a spirale, non verrebbe prima dell'uomo, ma nascerebbe nello stesso istante in cui è pensato, la sua forma pensiero sarebbe il prodotto metafisico dell'uomo, come l'uomo sarebbe il suo prodotto senziente, quindi potremmo dire che il concetto più "alto" di DIO, coincide con il nostro SE' superiore, ovvero quello status spirituale di conoscenza e consapevolezza interiore della nostra divinità e non di quella altrui, sempre di natura proiettiva ed artificiale...
E' quello che avviene nel sopra citato "2001 Odissea nello spazio", quando il viaggiatore uomo, dopo un lungo viaggio a spirale ai confini dello spazio e del tempo, ritrova se stesso e si vede vecchio morente e feto al tempo stesso, rappresentando iniziaticamente il significato di Trinità, in quel momento lui è DIO e percepisce se stesso come creatore, creato, nascituro e morituro...
Alla fine del lungo viaggio interiore scopre se stesso come DIO e non gerarchicamente un'espressione di un DIO minore, egli si scopre D'IO. 
La fine del viaggio circolare interiore coincide materialmente con il nostro piano fisico, questa fusione da vita allo scisma che plasma il creato.
Questo ciclo infinito viene a creare l'egregora della ruota stessa, del loop della vita e della morte, un ritornello senza fine, sempre presente in quanto panta rei, e non cronologicamente un "prima ed un dopo", venendo a produrre il suo moto perpetuo.
Il punto ZEN ZERO del viaggio interiore e della scoperta della nostra divinità/eternità, diventa sinonimo di creazione, la scoperta del nostro SE' superiore scatena il fenomeno di causa ed effetto della struttura della matrice ed essa condiziona il suo creatore, ovvero NOI...


Ridurre il concetto di DIO ad essere infinitamente "grande" ed immanente, è un po' come uccidere il concetto di spiritualità, se DIO esistesse sarebbe finito, in quanto enunciabile, circoscrivibile, una entità finita sarebbe solo un'entità più grande di noi, una sorta di demiurgo spaziale, invece, proprio perché è concetto infinito non può esistere, può solo "non esistere", e questa è paradossalmente la prova della sua "esistenza".
Lo stesso Universo non è infinito, è solo "infinitamente grande", a meno che non si intenda infinito come circolare, quindi ETERNO.
Se DIO esistesse, ci sarebbe altro DIO ad averlo creato, mentre se si fosse autocreato, potrebbe anche la natura essersi autocreata, e NATURA e DIO coinciderebbero senza troppi sofismi, quindi il grande architetto, potrebbe essere un codice matematico di un circolo perpetuo eterno, quindi infinito, "dentro il finito".
E poi chi avrebbe creato il cerchio magico del Panta Rei, chi avrebbe creato la circolarità dell'eterno ritorno?
E se fosse solo una nostra egregora, un nostro desiderio innato che esiste in quanto evocato, in quanto bramato, una forma pensiero che ha preso vita e creato le fondamenta del sistema "illusorio", ovvero un desiderio che si proclama in quanto tale e si materializza, una possibilità nel tutto quantico che ciò possa accadere, accanto a tante altre possibilità?
Se la vita in tutte le sue forme non esistesse, forse non esisterebbe neanche Dio, perché non saprebbe di esistere, non sarebbe evocato, mentre dato che esistiamo, almeno relativamente alla matrix, siamo noi a crearlo, pensandolo, ed in questi termini esiste realmente o relativamente alla percezione che la matrix ci fornisce o che noi pensiamo ci fornisca. Se tutto è un gioco, DIO è come minimo una nostra creazione di cui la fede ne rappresenterebbe la fiamma energetica, la sua egregora.

Se linguisticamente intendiamo DIO come entità superiore, allora paradossalmente può esistere un'entità senziente superiore o inferiore anche altrove, in altre dimensioni, in altri mondi, in questo caso non sarebbe DIO inteso come divinità assoluta, ma solo un DIO tra in tanti, un'altra forma di vita. Invece per DIO potremmo intendere l'insieme della natura, del mondo e di tutte le infinite possibilità di vita e di manifestazioni, quindi il contenitore matematico quantistico della realtà, perché se fosse semplicemente superiore sarebbe FINITO e quindi perderebbe quelle qualità presunte riferite ad un DIO religioso, non sarebbe più "quel DIO".
Perché dovrei credere ad un creatore alieno?
Perché dovrei allora aver fiducia in un inseminatore intergalattico di razze umanoidi?

Si svaluta il "povero" DIO ad essere trattato e definito in termini FINITI, perché se DIO è RIASSUMIBILE ad entità creatrice, possiamo chiamarlo NATURA, che differenza fa?
Se invece, lo si intende in senso religioso, di fede, lo si intende necessariamente in termini antropomorfi di creatore, ma allora chi ha creato il creatore?
Questo è semplicemente un altro livello della matrioska.
Invece, secondo me, DIO può esistere solo in sua assenza, quindi più come CONCETTO che riassume il TUTTO, bene e male, TUTTO il CERCHIO.
DIO come concetto di tutte le possibilità del dado, l'insieme di tutte le combinazioni possibili e l'insieme di tutte le non combinazioni possibili.

Ogni cosa che esiste ha un suo corso, muore e si trasforma in altro stato e forse, allora, è questo il concetto finale di DIO, ovvero la trasformazione della natura e di tutto ciò che ha vita senziente e spirituale. Al contrario, se DIO esistesse, sarebbe MORTO e forse si sarebbe già trasformato in NOI...
Quindi, più che entità, un'essenza globale delle e nelle cose, che più laicamente verrebbe a coincidere con il concetto di NATURA stessa. Non esisterebbe più DIO senza qualcuno che possa pensarlo o percepirlo tale.
Se invece crediamo in un padre antropomorfo di altra fattezza ed immensità, ci dovremmo allora porre il problema di chi ha creato DIO...
Forse noi?




Emoticon smile

sabato 28 maggio 2016

L'A.D. DI ENEL, OVVERO L'ESEMPIO DI "FASCISMO MANAGERIALE"



BISOGNA TERRORIZZARE I DIPENDENTI... 
cit. AD Enel
“Per cambiare un’organizzazione ci vuole un gruppo sufficiente di persone convinte di questo cambiamento, non è necessario sia la maggioranza, basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e bisogna distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando ad essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno dell’organizzazione dei gangli che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e la cosa va fatta nella maniera più plateale e manifesta possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta in fretta, con decisione e senza nessuna requie, e dopo pochi mesi l’organizzazione capisce perché alla gente non piace soffrire. Quando capiscono che la strada è un’altra, tutto sommato si convincono miracolosamente e vanno tutti lì. È facile”. (al 42° minuto della video-conferenza)


Ma perché il popolo non inizia a dire BISOGNA TERRORIZZARE I MANAGER??? 
Perché siamo troppo buoni, mansueti, educati al porgi l'altra guancia, perché il padronato crea i populismi divisori che spostano il bersaglio ed alimentano la guerra tra poveri.
Ritengo il monito aziendale dello STARACE del nuovo millennio molto pericoloso.
Lo considero voluto, una sorta di esperimento per sondare la coscienza di classe di un popolo da operetta, troppo poco unito, informato, oggi annichilito, impaurito, ricattato e, soprattutto, FATALISTA... L'intenzione da fascismo manageriale veicolata in tv ed in rete non è casuale in questo periodo di forte crisi economica strutturale, ed anche in virtù di ciò che accade in Francia all'alba del JOB ACTS d'oltralpe.
Magicamente STARACE esorcizza i potenziali e necessari antagonismi, dicendo come il potere economico si muove e pensa, lo fa in maniera aggressiva, diretta, senza mezzi termini, quasi in termini di sfida. Simbolicamente, o con noi che rappresentiamo lo status quo o con i pezzenti che scendono in strada, nelle piazze, lo fa ammiccando al liberismo più selvaggio, dicendo che è nella natura delle cose fare il kapò per il padrone, affermando che il dipendente va impaurito e ricattato dai CAMBIATORI, pensando che ciò sia giusto e legittimo, come quando i RE si percepivano divinità superiori rispetto ai sudditi, senza pudore, senza ritegno, ed è questa la sua forza, L'IMPUNITA' del potere, l'anarchia del potere che è sempre avanti rispetto al suo popolo.
La sua è contemporaneamente, sia una dichiarazione di guerra verso i sottoposti ed anche una cinica e sottile dimostrazione di come si fa accettare il MALE, come la vittima debba iniziare a pensare, come deve percepirsi, mentre il carnefice, in quanto autorità, debba essere percepito dal lavoratore umiliato.
L'umiliazione deve essere la norma, anzi, deve essere normata per legge, la condizione sine qua non possa esistere un rapporto di lavoro. Chi critica il sistema ed il cambiamento deve essere messo da parte, deve essere isolato, bisogna dividere chi osa mettere in discussione il potere costituito, coloro che non amano la ventata di novità.
STARACE ci prova ad inculcare questi precetti religiosi e dogmatici, e lo fa alla LUISS, attraverso i social, fregandosene delle conseguenze emotive delle persone, lo fa nella speranza di seminare merda e di venderla come cioccolato, lo fa nella speranza che la gente accetti la merda e la paghi come il cioccolato, lo fa nella speranza che questa merda sia preferita al cioccolato e che il popolo difenda la sua condizione di subalternità, scambiandola come necessaria al normale funzionamento della macchina produttiva e, soprattutto, al cambiamento, questa magica parola che giustificherà gli ultimi rantoli di un cadavere putrefatto che si chiama liberismo, uno zombie che non si stanca di mordere e uccidere.
STARACE è solo il manager di turno e come lui tanti e tanti altri, morto uno STARACE ne nasce sempre un altro...
PS:Nel video che segue, STARACE cerca di riparare il danno cambiando decisamente i toni, indirizza il bersaglio ai capi intermedi, cercando di svincolarsi dalle ambiguità assunte in precedenza, non parla più di CAMBIATORI. La butta sul fatto che i capi intermedi non capiscono le ristrutturazioni, glissa sui dipendenti, dice che è necessario cambiare mission aziendale se si crede a ciò che si fa, buttandola sui buoni propositi, sulle energie rinnovabili, ecc...


Voglio completare il mio articolo riportando stralci di due ottimi articoli trovati in rete, uno di CONTROPIANO, quindi una visione antagonista del fenomeno capitalista ed una di COSCIENZE IN RETE, sito interessante di controinformazione e nuova spiritualità...
Questi due articoli coincidono in molti punti, cambia il linguaggio, ma non la sostanza delle cose...

1- CONTROPIANO:
Starace (Enel): “bisogna terrorizzare i dipendenti”
di Dante Barontini
..."Queste lezioni di governance possono essere applicate a qualsiasi organizzazione (somiglia abbastanza bene all’irruzione del manipolo renziano nelle istituzioni e nel dispositivo costituzionale) e certo costituiscono da sempre l’abc del bravo capitalista tutto d’un pezzo (oltre 130 anni fa il costruttore di ferrovie Jay Gould diceva, più brutalmente, “Posso assumere metà dei lavoratori perché uccidano l’altra metà”). Ma sentirle pronunciare così, senza alcun imbarazzo, davanti a una platea di studenti – per quanto “predestinati” a eseguire quegli insegnamenti – in una università, fa abbastanza senso. Soprattutto svela senza ipocrisie la sostanza del modo di pensare e di agire del “bravo capitalista”, sia che si parli di diritti del lavoro, sia che si occupi di risanamento ambientale o di sofisticazioni alimentari (o farmaceutiche!).
Mettere paura è il primo comandamento di qualsiasi manuale di strategia militare, almeno a far data da Sun Tsu. Ma è anche il primo comandamento dell’impresa, in qualsiasi parte del mondo. Se e quando il sistema delle imprese ha accettato qualche livello di mediazione, di contrattazione sistematica, è avvenuto solo in presenza di un movimento operaio altrettanto forte, coeso, pronto alla battaglia in modo organizzato e compatto.
Se questa soggettività non esiste, o comunque se è limitata ad alcuni settori (magari anche grandi, ma non maggioritari) del mondo dei lavoratori dipendenti di ogni ordine, età e contratto, allora l’impresa scatena i suoi peggiori istinti animali conducendo una lotta di classe dall’alto, come farebbe un pugile professionista di 100 kg a confronto di un bambino al primo giorno di scuola.
La governance aziendale è insomma costitutivamente violenta, bellica e senza regole (se non si è costretti a subirne). Non ha bisogno di ricorrere sistematicamente alle bastonate fisiche, se le è possibile raggiungere l’obiettivo manovrando esclusivamente sul fronte contrattuale, magari con la complicità di qualche sindacato di regime, o col mobbing e le minacce di licenziamento. Ma – come si è visto in alcuni casi, specie nella logistica o nella grande distribuzione – l’impresa non si tira certo indietro anche dal ricorso alla violenza fisica (guardioni e crumiri con le mazze, se non interviene prima la polizia; gomme delle auto squarciate, minacce anonime o palesi, ecc).
Questo avviene oggi. Nel 2016, in pieno regime cosiddetto democratico.
È il regime della paura e del terrorismo. E quello aziendale è molto più diffuso, prossimo e pervasivo di quello dell’Isis…"

2- COSCIENZE IN RETE: L'AD di Enel, esempio perfetto di come funzionano i "poteri oscuri" di Enrico Carotenuto
http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/2720-l-ad-di-enel-esempio-perfetto-di-come-funzionano-i-poteri-oscuri
..."Eccolo qui, il vero volto di quelli che noi chiamiamo i "poteri oscuri". Non perché Francesco Starace, l'amministratore delegato di Enel, sia un uomo di vero potere: è solo un manager. Però è uno che è stato messo in un determinato posto proprio perché imbevuto di tutte quelle forme-pensiero che vengono costantemente immesse e foraggiate da quei personaggi-ombra che fanno di tutto per rallentare lo sviluppo umano.
Il discorso di Starace alla LUISS, da questo punto di vista, non potrebbe essere più illuminante: contiene le principali forme-pensiero anti-coscienza: divide et impera, il fine che giustifica i mezzi, il disprezzo dei modi, delle persone, dei sentimenti, l'utilizzo della paura come forma di coercizione e, non ultima, la mancanza di senso; un cambiamento che sia un vero bene deve migliorare le cose per tutti gli "stakeholders", ovvero per tutti quelli che hanno a che vedere con l'organizzazione, dai dirigenti agli impiegati, dagli azionisti ai clienti.
Starace invece ci descrive un cambiamento dispotico, in cui l'unico bene preso in considerazione è quello dell'amministratore delegato. Che naturalmente è stato scelto per fare il bene di qualcun'altro. Che oltre certi livelli spesso è il male di tutti. Per avere un'idea di come le forme-pensiero applicate da Starace siano letali per la società, e per poter cogliere uno sprazzo del vero mestiere dei poteri oscuri che piazzano gente come lui nei gangli della società, basta guardare la recentissima storia politica del paese.

Prendiamo ad esempio l'ascesa di Renzi ed esaminiamola alla luce della tecnica descritta da Starace:
1) BASTA UN MANIPOLO DI "CAMBIATORI"
Non servono masse o maggioranze. Basta un gruppetto ben deciso.
2) VANNO INDIVIDUATI I GANGLI DI CONTROLLO NELL'ORGANIZZAZIONE CHE SI VUOLE CAMBIARE.
E' ovvio che il PD sia uno dei gangli principali del teatrino politico in Italia. All'epoca era composto da due gruppi principali: gli ex-PC e dalla sinistra democristiana, con gli ex-PC al timone per questione storico-strutturale e ben trincerati grazie ad una lunga serie di compromessi e di ricatti incrociati.
3) DISTRUGGERE I GANGLI INFILTRANDO "CAMBIATORI" A CUI VA DATA UNA VISIBILITA' SPROPORZIONATA AL LORO STATUS "AZIENDALE", CREANDO MALESSERE.
Di punto in bianco un giovane sindaco di Firenze di cui nessuno aveva mai sentito parlare, viene invitato in tutti i talk show politici della nazione ed additato da tutti i media nazional-popolari come "il rottamatore", l'uomo nuovo. Vespa e compagnia bella sono ben contenti di invitare questo signor nessuno che spara a zero contro i "vecchi", anche del suo stesso partito. Non dice nulla che non sia demagogia, e non si vedono motivi per cui debba avere tanta visibilità e tanto servilismo. Nel PD in molti si chiedono come mai, magari dopo anni di fedele lavoro nell'apparato, vengano scavalcati da questo "pischello", e se la prendono con i loro capi storici. Altri invece si rendono subito conto che c'è un potere forte che sta facendo la guerra a D'Alema&friends, e cambiano casacca più o meno apertamente. I capi partito vengono così incalzati internamente ed esternamente dagli altri partiti. Ecco che il "ganglio" è in pieno malessere.
4) APPENA QUESTO MALESSERE DIVENTA SUFFICIENTEMENTE MANIFESTO, SI COLPISCONO LE PERSONE OPPOSTE AL CAMBIAMENTO. NELLA MANIERA PIU' PLATEALE POSSIBILE.
Il PD vince le elezioni. Internamente, quelli che hanno cambiato casacca rendono impossibili a Bersani accordi con altre fazioni democristiane. Esternamente i grillini si danno una "inspiegabile" zappata sui piedi, rifiutandosi di formare un governo di coalizione. Il PD fa il congresso, il "malessere" si esprime e vince Renzi. D'Alema&Friends vengono immediatamente spernacchiati su tutti i media ed accantonati. I loro uomini fedeli rimossi platealmente dagli incarichi e sostituiti da una pletora di yes-men e yes-women. Gli ex-dc di tutti i colori ritrovano d'incanto l'armonia pentapartitica e Renzi si ritrova presidente del consiglio di un "impensabile" governissimo fatto di democristiani el PD e democristiani di Forza Italia. Chi si azzarda a criticare il premier, le politiche di destra, gli appoggi a petrolieri e finanza viene platealmente minacciato di essere buttato fuori dal partito.



venerdì 13 maggio 2016

TTIP, OVVERO L'ULTIMA FRONTIERA DEL NAZI-CAPITALISMO...



Il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è un accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziato dal 2013 tra l'Unione europea e gli Stati Uniti d'America.
Viene proposta come obiettivo l'apertura del mercato statunitense degli appalti pubblici. Alcune organizzazioni non governative lo accusano di mancanza di trasparenza e di abbassare gli standard qualitativi di lavoro, ambiente e alimentare in vigore nella Ue. 
I suoi promotori, invece, tra cui tutti i Governi europei e le organizzazioni imprenditoriali, la ritengono una svolta cruciale per rilanciare la crescita in Europa attraverso l'abbattimento delle barriere tariffarie e la riduzione delle procedure burocratiche. 
(wikipedia)

L'ultima frontiera, oppure, a seconda della prospettiva, la prima di una lunga serie di cambiamenti epocali è giunta a noi, in punta di piedi, nel silenzio generale, nel vuoto pneumatico dell'incoscienza di classe collettiva, tra una sfida di Champions League e un delitto casalingo di Brembate, tra uno scandalo politico e populismi striscianti di giovani condottieri.
In un clima divisorio da caccia alle streghe, dove si punta il dito contro il capro di turno, come nel caso di una categoria di persone, di un'etnia, della Res Publica, e mai contro le cause strutturali di un intero sistema padronale marcio che oggi rilancia la carta del NUOVO ORDINE MONDIALE.
Un nuovo ordine globale voluto da determinati poteri forti e senza che nessuno ostacoli il loro cammino, voluto da ambienti supra massonici di UR-LODGES neo-aristocratiche e ultraliberiste che contaminano ogni ambiente economico, sociale, politico, pubblico.
Nel sonno della ragione collettivo, ecco che l'avanguardia del capitale mette in campo le sue carte e, dopo una crisi economica creata a tavolino dai suddetti poteri, si gioca il tutto per tutto, ben sapendo che ha il coltello dalla parte del manico.
E' il mercato, baby... cit. uno schiavo

"Una legislazione meno rigida sul lavoro, a parte comportare una prospettiva di svantaggio economico per le classi interessate, generalmente determina minori tutele per la sicurezza dei lavoratori.Tutti i servizi pubblici, come per esempio quello sanitario, potranno essere oggetto di negoziazione, secondo la cornice del WTO, esclusi i servizi relativi ai poteri governativi (governo, esercito, polizia, magistratura), perciò l’eventualità e il grado di privatizzazione sono in balia delle contingenze politiche e dei rapporti di forza. E' previsto l’accesso al mercato degli appalti pubblici, a tutti i livelli. Sulla copertura dei diritti di proprietà intellettuale, l’irrigidimento di tali tutele comporterà costi maggiorati ai sistemi sanitari nazionali per i farmaci e il minor accesso ad essi da parte delle persone." (sunto da http://www.perunaltracitta.org/2015/11/28/ttip-e-salute/)

Dopo aver rieducato le masse occidentali ad odiare il sistema pubblico, dopo averlo destrutturato ed involuto, dopo aver saccheggiato le nostri menti e comprato la nostra dignità, dopo averci diviso in buoni e cattivi, dopo aver inglobato le economie nazionali tramite potentati bancari, dopo aver eliminato ogni sovranità monetaria e nazionale, dopo aver reso precario il lavoro, dopo averlo delocalizzato in nome di un progresso globalista suicida, dopo aver ridotto massivamente i salari ed introdotto le norme liberticide dei vari job acts, dopo aver ulteriormente proletarizzato le masse lavorative sfruttando e strumentalizzando anche l'immigrazione, spesso causata e voluta dagli stessi poteri, attraverso guerre, carestie, mafie locali, dopo i tentativi di distruzione della costituzione e del buon senso comune, ecco giungere a noi il TTIP, questo acronimo terrificante ed incomprensibile, il nuovo protocollo di accordi commerciali salutato come il nuovo sistema commerciale che produrrà lavoro e prosperità per tutto il mondo.
Finalmente il potere cosiddetto occulto si sveste e mostra fiero le sue nudità oscene ai sudditi, le mostra senza dare troppo nell'occhio, in maniera calcolata, un passo alla volta, sempre fintamente democraticamente e sempre in nome della civiltà del 3° millennio, quella società che non avrà più lavoro, pensioni e diritti, dove i poveri saranno sempre più poveri, dove la classe media diventerà classe proletaria ed i grandi agglomerati di potere economico, sempre più forti e distaccati dal mondo reale.
Le reazioni a questi processi economico-culturali sono monitorati da coloro che gestiscono il dissenso o il potenziale dissenso nella società civile e nella società virtuale, creando contenitori dei vari antagonismi, per ridurre il danno, vero o presunto, si possa arrecare al sistema o qualsiasi rigurgito dal basso possa nascere.


Il TTIP  si propone i seguenti punti:
1) Abbattere ogni ostacolo di sovranità nazionale e delle prerogative legislative degli stati rispetto agli interessi dominanti aziendali e multinazionali, eliminando progressivamente ogni forma di tutela degli operatori di ogni singolo paese. 
2) Modellare ed unificare le regolamentazioni dei settori produttivi in modo che siano gestibili e non sovrani delle proprie azioni, impedendo ogni aspetto critico e di autonomia gestionale.
3) Spostare verso un contenitore unico guidato dal mercato selvaggio le attività produttive tradizionalmente tutelate dalla concorrenza commerciale del più forte, inducendo prospettive di privatizzazione e liberalizzazione.
L’abbassamento delle norme a tutela della salute e del bene comune, saranno declinate dalle suddette regolamentazioni e dagli investimenti che permettono alle multinazionali di scavalcare gli Stati attraverso tribunali sovranazionali (arbitrati internazionali, ISDS, Investor- State Dispute Settlement). Lo scopo delle aziende USA è quello di ottenere un rilevante abbassamento delle “barriere non tariffarie” per poter esportare meglio nei mercati europei.
Il progetto a media scadenza, è quello di disintegrare ciò che rimane della res publica in ogni paese sovrano, sia a livello strettamente economico che culturale, cambiando lo spirito di ogni paese, trasmuntandolo in altro nuovo contenitore di sudditi, cambiandone la matrice ed i connotati, salvando il peggio e preservando solo gli aspetti strutturali già edificati negli ultimi decenni di malapolitica.
Non a caso verrà duramente colpito l'ambiente che non sarà più lo stesso, una volta acquistato e sfruttato dalle Corporation, dopo anni di coltivazioni intensive a base di OGM, dove le minime garanzie di qualità nelle filiere produttive di distribuzione saranno scavalcate dai meccanismi che regolano i nuovi trattati padronali, dove saranno importati a forza prodotti di bassissima qualità dall'estero, senza alcun controllo per la salute pubblica, dove i conseguenti salari di tutti saranno ridotti e dove, per incanto, i diritti dei lavoratori saranno superati dai paradigmi aziendali e multinazionali. I prodotti a basso costo alimentari OGM americani, africani e cinesi satureranno il mercato, causando la chiusura di ogni attività concorrente che non voglia giocare al ribasso, processo che già accade per svariate attività imprenditoriali...
La volontà del progetto a lunga scadenza è quello dell'eliminazione progressiva di una buona parte dell'umanità, in fondo siamo troppi, una bella sfoltita di proletari, ma un poco alla volta, perché la logica conseguenza di tali mutamenti e prospettive verrà a creare una tremenda crisi mondiale, qualche nuova guerra e terrorismi vari, disoccupazione altissima, povertà sempre più diffusa, riduzione all'accesso alle cure pubbliche e a farmaci salvavita, nuove malattie causate dai prodotti alimentari manipolati, dall'ulteriore aumento dell'inquinamento, senza considerare la perdita futura, già paventata e denunciata, della possibilità di coltivarsi in proprio un orto, pratica che verrà vietata proprio in nome dei suddetti principi stipulati dal TTIP sulla proprietà intellettuale aziendale, quindi il conseguente pagamento di royalties in caso di produzione casalinga o comunitaria.
Saranno introdotti nuovi farmaci più costosi e farmaci ora vietati, che andranno ad eliminare i farmaci generici comuni, la proprietà intellettuale rubata solo ai creativi, mentre sarà fortemente preservata per i diritti delle case farmaceutiche che condizioneranno anche il prontuario sanitario nazionale ed i suoi relativi costi, nella direzione di una privatizzazione generale di ogni settore pubblico.

Il nuovo che avanza e domina è arrivato, con i suoi lacchè ignobili che, ogni decennio, cantano le lodi del mercato, sempre pronti a difendere le banche ed ogni vergognoso sopruso del sistema liberista, con i tappetini boldrinisti, drogati di globalismo d'accatto del "ce lo chiede l'europa", dei governi finti di sinistra occidentale, supini ad ogni richiesta del grande capitale, ripetitori convinti pavlovianamente ad accettare i falsi paradigmi di un mondialismo artificiale e malato, cinicamente scambiato per multiculturalismo, dei quali l'EXPO' ne rappresenta il simbolo, l'esempio endemico e cancerogeno. Dove ad ogni passo padronale ne consegue una trasformazione culturale imposta dall'alto, atta ad un'accettazione coatta delle sue leggi, come il linguaggio strumentale aziendalistico in stile GREEN ed ECOSOLIDALE, dove ad ogni rivalsa sindacale o sociale viene contrapposta ideologicamente dal sistema l'avanzata di altri poveri, vittime in primis, portati come esempio di doveroso ribasso salariale, dovuto e fatto accettare come normale conseguenza degli eventi, eventi che solo gli stolti ed i manipolati ora salutano come casuali, complici anche loro dell'accettazione generale di tutte le nuove declinazioni del potere economico, con tutti i suoi paradigmi strutturali atti a stravolgere i popoli europei e mondiali, accompagnandoli per mano verso il baratro...
E' arrivato il TTIP, ovvero l'ultima frontiera del nazi-capitalismo, inchinatevi ed accettate, non criticate, w la globalizzazione, w l'OGM, w le case farmaceutiche, w la privatizzazione della sanità, dell'acqua, w i salari terzomondisti e buon transumanesimo a tutti, nella speranza che l'uomo macchina abbia più fortuna di quello attuale...


martedì 10 maggio 2016

LA SOTTRAZIONE DEL TEMPO di GIANFRANCO CARPEORO


Ci rubano il tempo, così non pensiamo: ecco il complotto:
Il rapporto tra la velocità e il tempo è cambiato solo negli ultimi quattro secoli: alla velocità è stato assimilato un significato di efficacia, di efficienza, mentre alla lentezza viene attribuito un coefficiente simbolico di ritardo e inefficienza. Una persona che ha dei problemi la chiamiamo “ritardata”: tendiamo a considerare poco efficiente chi, magari, una cosa la capisce dopo – chi risponde dopo, chi reagisce dopo. E’ un ritardo, che per noi oggi è automaticamente un’inefficienza, un’inabilità. 
Quante volte usiamo l’espressione “perdere tempo”
I latini dicevano “festina lente”, cioè “affrettati lentamente”. 
Per circa due secoli è stato il motto di case nobiliari nonché del veneziano Aldo Manuzio, il primo editore del mondo. Già nella favola di Fedro, la tartaruga batte la lepre. Il “festina lente” lo ritroviamo nei testi più misteriosi, all’origine del rosacrocianesimo, e in Giordano Bruno, nel famoso dialogo de “La cena delle ceneri”. Manzoni, nei “Promessi sposi”, lo cambia in “adelante, cum judicio”: veloce, ma con prudenza.
La velocità percepita come virtù è un’acquisizione molto recente. 
Attribuire alla velocità un valore positivo e alla lentezza un valore negativo può non essere una cosa utile, in senso assoluto: chi ha detto che il boia che dice “domani” è peggio del boia che dice “subito”? Nel film “Non ci resta che piangere”, con Benigni e Troisi, Leonardo è un ritardato. Leonardo era lento, molte commissioni gli sono state tolte perché non finiva in tempo i lavori: per fare le cose si prendeva i suoi tempi. 
Era lento, ma questo non gli ha impedito di scrivere 13.000 pagine di studi. Impegnava il tempo secondo i suoi principi. Il tempo è un bene collettivo, ma anche individuale. Il tempo è denaro, si dice, ma non è vero: il tempo non è denaro. Il denaro è fungibile, il tempo no: se ti rubo 100 euro potrai sempre recuperarli, ma se ti rubo un’ora non te la ridarà nessuno. E questo è fondamentale per capire qual è la chiave di volta a cui siamo arrivati, nel nostro sviluppo evolutivo. 
Il sistema, l’intero sistema di potere mondiale, è fondato sulla sottrazione del nostro tempo.
Il tempo ci dev’essere sottratto, ci dev’essere tolto: perché, in quanto moneta infungibile, diventa la vera risorsa del sistema di potere. Quindi la vera risorsa non sono i nostri soldi, ma il nostro tempo. La sottrazione del nostro tempo è mirata a trasformare l’uomo in consumatore: l’essere umano pensante deve essere trasformato in consumatore. Meno si pensa, e più si consuma. Il miglior consumatore è quello non pensante. Quindi, sottraendovi il tempo, voi non pensate. In tempi andati, fino a 70-80 anni fa, la gente teneva dei diari. Quella di racchiudere delle cose in un racconto è un’esigenza naturale dell’uomo, una narrazione destinata anche a se stessi. E quella stessa narrazione era un modo anche per pensare – perché non è che si pensa in compagnia, si pensa da soli. Il pensiero, l’introspezione, è individuale. Si può pregare in compagnia, ma non pensare. Il pensiero è veramente la radice della nostra essenza. Se un grande filosofo come Cartesio ha scritto “cogito ergo sum” (penso, dunque sono) ci sarà pure un motivo, no?
E quindi il sistema ci deve togliere il tempo per non farci pensare. Ma dato che noi abbiamo l’esigenza del racconto, ci dà Facebook – che è un modo di sottrarre il tempo, evitando però di pensare: chi è che si va a riguardare le scemate che ha scritto in precedenza? Facebook non è un libro, un quaderno. E poi a un certo punto ti impedisce di andare indietro. E’ l’ennesimo sistema costruito ai fini del grande progetto: la sottrazione del tempo. Noi non pensiamo, perché il tempo ci viene sottratto. E siccome non pensiamo, non partecipiamo. 
Chi di noi partecipa al sistema politico? Chi di noi si iscrive al partito che ha votato, andando a rompere i coglioni ai congressi e facendo causa per averli, i congressi? Certo, nessuno nega che anche Facebook abbia anche i suoi aspetti positivi, la capacità di veicolare idee. Del resto, nessuna cosa è mai interamente negativa. 
In una rivisitazione del “Dottor Jekyll”, Mister Hide deve fare un’azione malvagia, pesca un pesciolino dalla boccia e dice “adesso lo do al gatto”, ma poi ci ripensa: “No, così il gatto gode”. Avrebbero mai dato uno Stato a Israele senza i 6 milioni di ebrei sterminati da Hitler?

Resta però il fatto che, se facciamo la somma del tempo sottratto, a tutti quanti, scopriamo che tutti gli espedienti sono indirizzati alla sottrazione del tempo. 
La sottrazione del tempo opera attraverso un concetto che si chiama “astrazione del gesto”: è il modo in cui si sono fondate tutte le operazioni di business criminale dell’umanità. Se ti convinco, una tantum, a fumarti un sigaro particolare, tu non diventi un fumatore. E non sei un fumatore se ti fumi quattro sigari all’anno, nelle ricorrenze. 
Quand’è che diventi un fumatore? Quando io ti fabbrico l’oggetto astratto – l’astrazione di un piacere – che è la sigaretta: te la fumi, senza più neppure accorgerti che stai fumando. Devi arrivare al gesto per cui tu compri senza pensare a quello che stai comprando. Mangi, senza sapere che stai mangiando. Devono toglierti quello che c’è dietro alle cose, ai gesti – mangiare, fumare. 
Non necessariamente sarebbero morte di cancro migliaia di persone. 
Una volta il tabacco non lo si fumava, lo si annusava. Nessuno sarebbe morto di cancro, ma non sarebbe neanche nata la Philip Morris.
Le cose devono funzionare in quel modo: la sottrazione del tempo significa astrazione del contenuto dei gesti, e quindi eliminazione della scelta. 
Non facciamo più le cose per scelta, ma perché le abbiamo fatte ieri e quindi le rifaremo domani. E’ stato costruito uno schema per cui la quantità dei nostri gesti automatici è oggi infinitamente superiore a quella dell’uomo di 400 anni fa. Oggi, i nostri gesti automatici sono il 90% della giornata. 
L’uomo del‘400 non ti diceva “ok, lo faccio subito”, ma “lo faccio dopo”: era la difesa del principio in base al quale lui sceglieva come destinare il proprio tempo. Su questo presupposto, il vero atto rivoluzionario è riappropriarsi del tempo. Ognuno di noi lo può fare. 
E’ semplice, ed è alla base di tutto: adottare un certo tipo di alimentazione, costruire un vissuto diverso. Alla base di tutto ci dev’essere la riappropriazione del tempo. E’ vero che lavoriamo 8 ore, ma poi tendiamo a perdere anche le altre. Il tempo non è perso se ho visto una cosa che non mi è piaciuta, se ho scelto di vederla, perché anche quella è un’esperienza. Il tempo è perso se sono a una conferenza noiosa e non l’ho deciso io, di andarci. E il tempo perso non è restituibile.

Anche all’interno dello schema della società odierna, noi potremmo riappropriarci di una serie di cose. Rispetto ai concetti più complicati di consapevolezza e rivoluzione personale, questa è una cosa più semplice da spiegare, da far capire. Se a un certo punto ognuno di noi, nel suo piccolo, fa questa operazione su se stesso e la stimola nelle persone che gli sono vicine, scopre che questo è l’unico modo – vero – per recuperare energie per poi rifare progetti e rimettersi in moto. Dalla fine del ‘900 stiamo vivendo nel picco più basso, a livello di consapevolezza. E’ il più alto tecnologicamente, ma non ci serve a nulla. Perché la tecnologia è stata sviluppata? Per fotterci il tempo. Esce il telefonino nuovo e te lo devi comprare, esce il computer nuovo che ti fa risparmiare del tempo, ma quel tempo lo perdi lavorando come un matto per trovare i soldi necessari a quegli acquisti. 
Quando dirigevo “Pc Magazine” scrissi un editoriale nel quale dicevo: non comprate l’ultimo modello, perché vi fa risparmiare un’ora di lavoro ma ve ne fa perdere dieci per pagarlo. Il direttore italiano di Cisco ci tolse la pubblicità e inviò una lettera di fuoco, di tre pagine. Risposi con due parole: “Sopravviveremo entrambi”.


Tutto è costruito per fotterci il tempo. La macchina da 50 milioni di euro, che può essere il sogno della mia vita, convive col divieto di superare i 130 chilometri orari. Che me ne faccio, allora, di una Ferrari? Eppure la gente continua a comprare le Ferrari: l’automatismo è formidabile, è un sistema micidiale. A chi non piacerebbe una bella casa, con parco e piscina? Ho un amico industriale che ne ha una così, vicino a Milano, ma è stata costruita su una vena radioattiva che risale all’evento di Chernobyl. 
Un umanista come Leon Battista Alberti per prima cosa domanda: dove la fate, la casa? Chi si pone mai il problema del “dove”, dell’orientamento fatto in modo serio? Il Feng Shui dell’80% degli architetti italiani è una truffa, ma il vero Feng Shui si fonda sullo stesso principio del Padre Nostro, “così in cielo così in terra”, in alto come in basso. Ci sono energie che vengono da sopra e energie che vengono da sotto. Quelle che vengono da sotto vennero studiate a tutti i livelli: da egizi, persiani, alchimisti. E si chiama tellurismo. Ora, studiare la ragnatela del tellurismo, la ragnatela geo-magnetica, non è semplice. Se uno la conoscesse davvero, potrebbe prevenire i terremoti.
Io ho un caro amico, Giampaolo Giuliani, che i terremoti li prevede. Ci ha sempre azzeccato, perché rileva il radon, cioè l’espressione del tellurismo: è il gas che circola e viene liberato quando le vene, i canali in cui viaggia si rompono, e quindi sale. Ma non c’è pericolo che gli architetti “chic” ne sappiano qualcosa, di tellurismo: anche a loro hanno tolto il tempo. 

Le forze che vengono dall’alto, invece, sono alla base del simbolismo astrologico, il cui significato non è quello divinatorio, di stabilire i caratteri dei segni. Il simbolismo astrologico nasce come ancestrale collocazione in un ordine, da parte degli antichi, delle energie che provengono dalle stelle. Il testo base della difesa dell’astrologia l’ha scritto Firmico Materno, è un romano del 100 dopo Cristo. La prima cosa che scrive è che l’astrologia non serve per divinare. Tralasciando i fabbricanti di oroscopi, se invece studiamo come questa simbologia ha cercato di raffigurare i potenziali energetici delle varie costellazioni, non dico che possa essere una cosa esatta, ma è una cosa storica, mentre l’astrologia di oggi è come il Reiki, che non è una disciplina tradizionale e nasce per fottere soldi alla gente, su invenzione di un americano del secolo scorso.
Le discipline tradizionali non necessariamente sono esatte, ma hanno una storia. Trovate molte differenze tra il rosario cristiano e il mantra degli indiani? 
La scansione dei tempi comporta un esercizio di respirazione. 
E’ la “novena della Vergine” o qualcos’altro? Certo che è qualcos’altro: l’hanno teorizzato i benedettini, si chiama Esicasmo ed è lo Yoga dei cristiani. 
E’ uguale: serve a regolare la respirazione per raggiungere un determinato stato di meditazione, solo che i preti si guardano bene dallo spiegare una cosa del genere. C’è nel Cristianesimo qualcosa che andrebbe approfondito, ma non te lo dicono, perché per loro non è questo il business. Idem per la massoneria: la dottrina massonica non è un business, mentre l’organizzazione massonica lo è. Se voglio fare il business mi interessa l’organizzazione, non la teoria. Poi, certo, mi serve qualcosa di appiccicaticcio per convincere la gente che è una cosa seria – ma come fumo negli occhi, non come materia da approfondire.

Il problema è che la sottrazione del tempo è innanzitutto è un’operazione di consapevolezza individuale: ci ha reso aggressivi e vendicativi. Noi abbiamo un altissimo coefficiente di aggressività, vendicatività e incapacità di subire un torto. Alla fine, subire un piccolo torto non è la fine del mondo: se uno ti passa davanti nella coda, e tu non hai fretta, che te ne importa? Noi litighiamo anche quando non abbiamo fretta: perché? Perché la sottrazione del tempo ci ha reso ipersensibili anche in questo senso. Siamo convinti che non dobbiamo essere fregati. E non capiamo che, in una vita sociale, un poco dobbiamo essere fottuti tutti quanti. Siamo esseri sociali, dopotutto. E allora è molto meglio stabilire un limite entro il quale sopportare, e reagire solo quando quel limite è oltrepassato. Invece, la maggior parte di noi reagisce sempre. Succede quando ti tolgono il tempo, quando non hai più il tempo di pensare a quello che stai facendo, il tempo di contare fino a dieci.
Se tu potessi contare fino a dieci, se fossi abituato a prenderti il tempo, non t’incazzeresti. Ma siccome non sei più abituato a prenderti il tempo, t’incazzi. Questo è il meccanismo. I primi che si fottono il tempo da soli siamo noi. Se al posto di Facebook avessimo un diario serio, lo scopriremmo che ci fottiamo il tempo. Il problema vero, centrale, è che rispetto a tutte le scelte – alimentazione, qualità della vita, piccole rivoluzioni personali – la prima cosa che dobbiamo fare è riprenderci il tempo. 
L’alta velocità? Assurda. Cos’era il senso del viaggio, 500 anni fa? Se Marco Polo fosse potuto andare da Venezia in Cina in aereo, avrebbe mai scritto il “Milione”? Il senso del viaggio qual è? Chi si organizza le vacanze lo fa, il ragionamento sul senso del viaggio? 
No, certo, perché gli hanno fottuto il tempo. La sottrazione del tempo coinvolge ogni aspetto della vita. “L’ozio e il negozio” dei latini si colloca perfettamente in questo quadro: tutte le cose in cui bisognava pensare erano delegate all’“otium”, non al “negotium”. Seneca dice che, se non fai un buon “otium”, ti va male il “negotium”: se non pensi le cose giuste, mentre fai l’“otium” con calma, poi nel “negotium” ti prendi le mazzate.
In realtà c’è questo respiro, tra le cose che devi fare entro certi schemi e le cose che devi fare fuori dagli schemi. Se tu questo equilibrio lo alteri, e fai tutto dentro gli schemi, la tua creatività è morta. Le nostre energie sociali, la capacità di avere progetti, di scoprire cose, di scoprire nuovi modi di vivere, sono zero. Diventiamo degli ottimi consumatori: alla Coop, all’Esselunga. Da anni, altri ci fanno fare quello che vogliono loro, e noi non ce ne preoccupiamo. Anche Sant’Agostino diceva “fa’ quel che vuoi”. La gente lo fraintendeva, e pensava che fosse epicureo. Poi nella “Città di Dio” l’ha spiegato: “fa’ quello che vuoi” significa che devi fare quel che vuoi veramente, non quello che ti spingono a fare. “Fa’ quel che vuoi” non significa andare a cercare tutti i piaceri del mondo, perché potresti scoprire che non è quel che vuoi, se ci pensi bene. Era anche quello che diceva Epicuro: «La felicità è semplice, basta inseguire il piacere; però è quasi impossibile, perché bisogna capire qual è il piacere».

(Gianfranco Carpeoro, estratti della conferenza “Il grande complotto: la sottrazione del tempo” tenutasi a Milano nel giugno 2012, ripresa in video su YouTube. Massone, già gran maestro del Rito Scozzese italiano, Carpeoro è stato avvocato e pubblicitario. Giornalista e scrittore, allievo di Francesco Saba Sardi, è considerato uno dei massimi studiosi di esoterismo e linguaggio simbolico).
http://www.libreidee.org/2015/05/ci-rubano-il-tempo-cosi-non-pensiamo-ecco-il-complotto/


venerdì 29 aprile 2016

OLOF PALME, UN DELITTO FIRMATO DAI POTERI OCCULTI NEO-ARISTOCRATICI...




Fabrizio Federici 29 febbraio 2016
Da Reset-Dialogues on Civilizations
http://www.reset.it/reset-doc/trentesimo-anniversario-omicidio-olof-palme

Quel 28 febbraio 1986, un venerdì, trent’anni fa, a Stoccolma il premier Olof Palme, storico leader della socialdemocrazia svedese, al potere (salvo l'”intermezzo” 1976- 1982) dal 1969, inizia la giornata positivamente. Unici impegni di rilievo? Un colloquio con l’ambasciatore iracheno, a metà mattina; poi, nel pomeriggio, un’intervista…
A Palme, infatti, uomo politico e premier fortemente impegnato – come i colleghi socialdemocratici, tedesco e austriaco, Willy Brandt e Bruno Kreisky – sul piano internazionale, le Nazioni Unite hanno affidato il delicato incarico di mediatore nella sporca, “orwelliana” guerra che da sei anni si protrae tra Iran e Iraq. Un conflitto carico di retroscena vergognosi: con gli USA, ufficialmente alleati dell’ allora filoccidentale Saddam, che dietro le quinte, grazie al faccendiere colonnello North, fanno affari d’oro col nemico iraniano, garantendogli forniture d’armi attraverso una rete formata da pezzi dell’apparato politico-militare Usa, i cui proventi servono anche a finanziare l’opposizione dei Contras in Nicaragua. Fatto ancor più grave, la rete che fornisce armi all’Iran sembra aver strutture operative all’interno di vari Paesi dell’Europa Occidentale, Scandinavia compresa. Di questo, probabilmente, parlano il premier e l’ambasciatore iracheno.

Alle 16.00, Palme incontra un giornalista d’ una rivista sindacale, per un’ intervista programmata da tempo: centrata appunto sul suo incarico ONU per il conflitto Iran-Iraq, e sul “piano Meidner”, il nuovo modello di partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili delle imprese, lanciato anni prima dal Governo (per inciso: elaborato nel ’71 dall’economista Rudolf Meidner, vicino alla LO, principale sindacato svedese, e più volte modificato, questo progetto – particolare esperimento di socializzazione – prevedeva il graduale trasferimento, a fondi gestiti dai sindacati, di sempre maggiori quote del capitale azionario delle grandi imprese. Un piano che, se realizzato evitando eccessive concentrazioni di potere nei sindacati, sarebbe entrato nella storia come una delle più grandi prove del socialismo riformista). Palme risponde cordialmente, ma il giornalista riferirà poi d’aver avvertito in lui una forte inquietudine, quasi la consapevolezza dei gravi pericoli in agguato. Purtroppo quest’intervista passerà alla storia come l’ equivalente scandinavo di quella (dal significativo titolo “Siamo tutti in pericolo”) rilasciata, il pomeriggio del 1 novembre 1975 a Furio Colombo, da un Pasolini quasi presago della sua prossima fine; e il premier svedese, pur non sapendo che quello sarebbe stato l’ultimo giorno della sua vita, preavvertiva probabilmente, intorno a sé, una grave minaccia.

La vita:
Ma chi è esattamente Olof Palme, e che ruolo ha ricoperto nella socialdemocrazia svedese?
Sven Olof (pr.: “Ulof”) Joachim Palme nasce a Stoccolma nel 1927, da una classica famiglia svedese di origini baltiche e di condizione medio-alta, dall’ideologia conservatrice e un poco perbenista. Ragazzo dalle forti doti intellettuali, frequentando l’Università di Stoccolma aderisce all’associazione degli studenti socialdemocratici: incontro che in lui fa scattare la passione politica. Laureatosi nel ’51, Palme diviene presto, grazie alla personalità carismatica unita a un’ indubbia carica umana, presidente dell’Unione degli Studenti Svedesi, associazione che riunisce varie realtà, legate in gran parte al Partito socialdemocratico svedese.
Mentre Olof nasceva, i socialdemocratici della SAP, il Partito Socialdemocratico Svedese dei Lavoratori (nato nel 1889), erano già parte del Governo svedese da dieci anni, dopo aver conquistato, alle elezioni del 1914 e 1917 ( in quest’ultime, alleati dei liberali), una grande maggioranza alla seconda Camera (posizione, questa, che manterranno sostanzialmente sino ai nostri giorni).Nel 1932, la grande vittoria alle elezioni, con un programma ispirato all’imminente, negli USA, “New Deal” rooseveltiano, e alle idee keynesiane, introdotte in Svezia dalla celebre Scuola economica di Stoccolma (forte di economisti come Niels Karleby e Gunnar Myrdal, poi Nobel per l’Economia nel ’74), porta la SAP alla guida del Governo. Che i socialdemocratici manterranno , salvo brevi periodi d’interruzione, per quasi 65 anni.

A metà anni Trenta la SAP, alla testa d’un governo di coalizione appoggiato anche dal Partito agrario, rappresentante dei lavoratori rurali, lancia un grande programma di lavori pubblici, migliora il sistema di pensionamento, i servizi d’ assistenza sociale per i cittadini inabili al lavoro e l’assistenza sanitaria; rinnova la scuola e il parco abitativo. Dopo gli anni della guerra mondiale, trascorsi in rigorosa neutralità (pur mantenendo i buoni rapporti con la Germania), nel ’46 la pensione d’anzianità creata nel 1914 viene portata a un adeguato livello, e nasce un sistema generale di assicurazione contro le malattie; nel ’47 sono introdotti sussidi per la prole svincolati dal controllo del reddito delle famiglie (cosa che, però, sarà doverosamente adottata solo anni più tardi), e, nel ’48, la legge per la sicurezza sul lavoro. Lo stesso anno, la SAP, privata, alle elezioni, della maggioranza assoluta (che manteneva, alla seconda Camera, sin dal 1940), è costretta a mettere in secondo piano i progetti, di stampo britannico, di nazionalizzazioni ampie; ma nel 1960, la netta sconfitta elettorale dei partiti conservatori permetterà ai socialdemocratici – favoriti anche dal boom economico europeo – d’avviare una seconda fase di grandi riforme.


Il tripudio della socialdemocrazia svedese:
Gli anni Sessanta, così, sono veramente il “siglo de oro” della socialdemocrazia svedese: il giovane Olof Palme, notato dall’allora primo ministro Tage Erlander, diviene suo segretario, e in seguito, nel 1961, capo della divisione di gabinetto del Premier. Col rafforzarsi dell’intesa, Palme è, nel 62, ministro delle Comunicazioni; e, nel ’65, per l’ Educazione e gli Affari culturali.
È in questi anni – tra i Sessanta e i Settanta – che si precisa meglio il particolare modello socio-economico svedese: basato, com’è noto, su un Welfare assai generoso, capillare, ma al tempo stesso macchina onnipresente e quasi puntigliosa, che segue veramente il cittadino “dalla culla alla tomba”. Al di là dei significativi risultati – ma anche dei limiti e ritardi – della sua politica, la socialdemocrazia svedese, comunque, sin dall’immediato Dopoguerra ha dato prova di grande abilità politica: riuscendo a fissare l’asse del dibattito nazionale, e il discrimine fra gli stessi partiti, sulla questione socialismo sì-socialismo no. Tant’è vero che quando nel ’76 la SAP, dopo 44 anni ininterrotti di governo, sarà sconfitta alle elezioni, con conseguenti dimissioni del primo governo Palme, il nuovo esecutivo centrista di Thorbjorn Faelldin, pur accingendosi a tagliare fortemente la spesa pubblica, non s’ azzarderà minimamente a rimettere in discussione il radicato carattere socialdemocratico dello Stato.
Infine, sempre negli anni ’60-’70, con unanime accordo tra i partiti, si completa il profilo etico-culturale della Svezia. Paese rigorosamente neutrale, di cultura libertaria – specie sul piano etico-sessuale – ma senza eccessivi permissivismi, e centrata sul rispetto dei diritti civili (vedi l’ Onbudsman, il Difensore Civico, nato proprio in Svezia nel 1809) e umani in genere; e sull’accoglienza degli stranieri. In molte di queste scelte, determinante è l’iniziativa proprio di Olof Palme: che nel ’69 è eletto presidente del Partito socialdemocratico, divenendo poi Premier. In quegli anni, l’ospitalità che egli – nel solco della tradizionale politica d’accoglienza svedese – concede a tanti giovani americani renitenti alla leva, in quanto contrari alla guerra in Vietnam, rende più difficili le relazioni con gli USA (dove pure esiste, sin dall’ Ottocento, una forte comunità di immigrati svedesi): alienandogli le simpatie dell'”establishment” americano.

Il primo governo Palme, comunque (1969-’76) si caratterizza per l’accentuazione (eccessiva, secondo molti) del carattere già egualitario della politica fiscale. La pressione fiscale complessiva, già da decenni tra le più alte al mondo, a metà anni ’80, col secondo esecutivo Palme e i suoi successori, per il lavoratore medio svedese arriverà a incidere addirittura sul 64% del suo reddito. Va detto, però, che in Svezia l’imposizione fiscale è realmente progressiva (non solo in teoria, come in Italia): i redditi più alti, cioè, pagano una percentuale di imposte più che proporzionale rispetto ai redditi più bassi, anche a fini di ridistribuzione del reddito (questo, però, senza le esagerazioni di vari governi socialisti mediterranei degli anni ’80, Francia e Spagna in testa). Mentre la rete di servizi pubblici di cui gli svedesi in cambio possono usufruire, a livello centrale e locale, è a tutt’oggi – nonostante, cioè, le inevitabili riduzioni degli ultimi decenni – estesissima; e i livelli di corruzione, come certificato dai principali osservatori internazionali, sono davvero molto bassi.

Intorno alla metà degli anni Settanta, col primo periodo di governo di Olof Palme, dopo una fase in cui lo shock petrolifero del 1973 non sembra aver particolari ripercussioni sulla Svezia, con inflazione sotto controllo e ulteriore crescita di profitti e salari, il gonfiarsi della spesa pubblica e per i contributi dei datori di lavoro privati ai fondi pensione produce un forte aumento dell’inflazione; e alcuni settori tradizionalmente forti dell’economia – come la cantieristica navale – sono colpiti dalle conseguenze a catena della crisi petrolifera. Da qui, la vittoria dei conservatori alle elezioni del 1976. Ma, come ricordavamo, il nuovo governo conservatore non porta avanti una politica propriamente antisocialdemocratica: anche se una delle prime decisioni, ovviamente, è rimandare alle calende greche l’attuazione del “Piano Meidner”. Alla lunga, però, proprio la debole identità culturale di questa destra, e la mancanza di proposte innovative in economia (proprio negli anni che, al di qua e al di là dell’ Atlantico, vedono all’assalto la nuova destra, ultraliberista, di Margaret Thatcher, Ronald Reagan, Helmut Kohl), oltre alle forti divisioni interne, fan sì che l’elettorato svedese torni a preferire i socialdemocratici: siamo nell’autunno 1982, quasi in contemporanea al trionfo di Felipe Gonzales in Spagna, e un anno dopo le storiche vittorie di Mitterrand in Francia e del PASOK di Papandreu in Grecia. Riconfermata nel 1985, nel quadro generale di ritorno al potere delle socialdemocrazie europee degli anni Ottanta, la SAP comunque è consapevole che il vecchio “modello svedese”, ideale in tempi d’espansione economica, viene ad incepparsi, invece, in tempi di crisi ricorrenti, “stagflazione” e, soprattutto, incipiente globalizzazione.
A tutte queste cose, probabilmente, ripensa Olof Palme, nel tardo pomeriggio di quel 28 febbraio 1986: mentre è al culmine della sua carriera politica, come premier svedese, mediatore per l’ONU (e anzi candidato a succedere a Pérez de Cuéllar alla carica di Segretario Generale), vicepresidente dell’ Internazionale Socialista, pacifista in senso autentico, impegnato nella distensione fra i blocchi; e leader assertore del non allineamento del suo paese, in un senso che diremmo più “terzomondista”, nello stile dei capi storici di questo movimento (Nehru, Nasser, Tito). Verso le 18,30, tornato a casa conferma, con la moglie, la decisione d’andare al cinema, insieme al figlio Marten e alla sua fidanzata; congedando così (con gesto tipicamente “scandinavo-anglosassone”, impensabile dalle nostre parti) la scorta, che , insieme ai servizi di sicurezza, sa bene che il “cliente”, sino al lunedì, rimarrà senza alcuna copertura.



L’uccisione:
Alle 23,15, fuori dal cinema, le due coppie si congedano, e i coniugi Palme si incamminano lungo Sveavagen, il grande viale nel centro di Stoccolma, diretti a casa. La coppia prosegue avvicinandosi alle vetrine d’ un colorificio, all’angolo con Tunnelgatan, stradina pedonale al termine della quale una lunga scalinata conduce a Luntmakargatan, nella parte superiore della città: proprio lì, nell’ombra, un uomo con un soprabito scuro, immobile, sembra attendere qualcuno (lo nota un’ insegnante di musica seduta nella sua auto). Sono le 23.21, Olof e Lisbet Palme superano il colorificio; l’ombra nel buio s’avvicina alla coppia, estrae una Smith & Wesson 357 “Magnum” e spara due colpi alla schiena del primo ministro, che crolla in una pozza di sangue. Lisbet – rimasta anche lei leggermente ferita – urla e chiede aiuto; l’ombra si dilegua per sempre, correndo verso Tunnelgatan.
Il premier, gravemente ferito, morirà poco dopo. Nel caos di quei momenti, l’allarme generale, con l’ordine di bloccare completamente le vie d’uscita e d’ accesso alla città, viene dato, tuttavia, solo più di venti minuti dopo (come, incredibilmente, a Washington la sera del 15 aprile 1865, dopo l’assassinio di Lincoln). L’istruttoria per l’ omicidio di Palme è stata la più lunga e costosa mai portata avanti in Svezia, e non è ancora chiusa, dal momento che il suo assassino non ha ancora un nome; l’arma del delitto non è stata mai ritrovata.

L’inchiesta sulla morte:

Le piste più diverse son state battute dagli inquirenti. Il criminologo e scrittore svedese Leif G. W. Persson, nel suo romanzo del 2007 In caduta libera come in un sogno (Marsilio, 2008: romanzo che, però, si basa ampiamente su documenti della polizia normalmente non accessibili), ipotizza che la responsabilità dell’omicidio sia da ascriversi a schegge impazzite (elementi neo-nazisti) dei servizi segreti svedesi, che addirittura ritenevano Palme, per i suoi progetti di socializzazione dell’economia e il suo neutralismo terzomondista, al soldo dei sovietici. Un altro scrittore, il portoghese Luís Miguel Rocha, nel libro The last Pope(2006) ipotizza invece che Palme sia stato ucciso per volere della P2. Varie fonti, tra cui, più recentemente, il giornalista Enrico Fedrighini su “Il fatto quotidiano” del 27 febbraio 2013 (2), ricordano del resto che martedì 25 febbraio 1986, 3 giorni prima dell’omicidio di Palme, a Washington Philip Guarino, esponente del Partito Repubblicano molto vicino a George Bush Sr., aveva ricevuto un telegramma dal Sud America, in una sorta di codice cifrato: «Tell our friends the Swedish palm will be felled», «Informa i nostri amici che la palma svedese sarà abbattuta». La firma era d’un italiano, Licio Gelli, vecchia conoscenza di Guarino (alcuni anni prima, avevano entrambi sottoscritto un “affidavit” a favore d’ un certo Michele Sindona…): ed evidente il “gioco” di parole, “palma- Palme”…

Nello stesso 1986, comunque, per l’omicidio del premier svedese viene incriminato un pregiudicato con inclinazioni neonaziste, tale Christler Pettersson, militante d’un sedicente “Partito Operaio Europeo” : solito Oswald di turno, strumento di oscuri mandanti. Riconosciuto in tribunale dalla vedova di Palme, è condannato all’ ergastolo: sarà comunque, prosciolto, per insufficienza di prove, dalla Corte Suprema Svedese nel 1998. Il 15 settembre 2004, ricorda ancora Fedrighini nel suo articolo su “Il fatto”, Pettersson contatta Marten Palme, figlio del premier assassinato, avendo qualcosa d’importante da confidargli sulla morte del padre. Il giorno dopo – secondo un copione più volte recitato sul palcoscenico della storia – Pettersson viene ricoverato in coma al Karolinska University Hospital di Stoccolma, con gravi ematomi alla testa. Morirà il 29 settembre per emorragia cerebrale, senza mai aver ripreso conoscenza. Nell’aprile 1990 il quotidiano svedese “Dagens Nyheter” rivela la notizia del telegramma di Licio Gelli a Guarino del 25 febbraio 1986. Contattando i colleghi svedesi, il giornalista del TG1 Ennio Remondino rintraccia e intervista le fonti, due agenti della CIA che confermano la notizia del telegramma: rivelando, per la prima volta ufficialmente, anche l’esistenza di quella struttura segreta, operante in vari Paesi dell’Europa occidentale sin dal Secondo Dopoguerra, chiamata “Stay Behind” (organizzazione “Gladio”, nella versione italiana ), e coinvolta da decenni in traffici d’armi e azioni finalizzate a “stabilizzare per destabilizzare” ( o al contrario, a seconda delle necessità)…

Remondino confermerà il tutto dieci anni dopo, deponendo, il 4 luglio 2000, presso la Commissione parlamentare d’Inchiesta sul terrorismo e le stragi, presieduta dal Sen. Giovanni Pellegrino. Due anni fa, infine, a fine febbraio 2014, l’altro quotidiano svedese “Svenska Dagbladet” rivela l’interesse dello scrittore Stieg Larsson , autore della celebre trilogia “Millennium”, per il caso Palme. Larsson (stroncato poi da un infarto nel 2004), tra i migliori giornalisti investigativi scandinavi, studioso degli ambienti neonazisti (dai quali, infatti, era stato più volte minacciato) e consulente per Scoltand Yard, riteneva che alcuni mercenari, negli anni ’80, fossero stati in contatto coi servizi segreti sudafricani appunto per eliminare Palme (che era stato protagonista di varie battaglie antiapartheid). Al centro dei sospetti di Larsson, lo svedese Bertil Wedin, uomo noto negli ambienti dell’estremismo di destra, ma mai interrogato (nonostante i suoi stessi inviti) dalla polizia: partendo da lui, i giornalisti dello “Svenska Dagbladet” sono arrivati a Gio Petre, attrice ed ex compagna di Alf Enerström, medico ed estremista di destra legato a doppio filo con Wedin.

Al quotidiano svedese – ricorda, il 27 febbraio 2014, Monica Perosino su “La Stampa” (3) – la Petre racconta che, proprio quella sera del 28 febbraio 1986, Enerström, all’epoca suo compagno, uscì da casa dicendo «di dover mettere dei soldi nel parcometro» (peccato che fosse un venerdì sera, e che il parcheggio fosse gratuito). «Ritornò tardi», racconta ancora la Petre, aggiungendo d’aver trovato la cosa quantomeno bizzarra, senza però dire nulla per paura dell’uomo, notoriamente violento. La polizia svedese non commenta, ma «non esclude di aprire una nuova pista», e considera «interessanti» le nuove rivelazioni.

Fare i conti con la perdita della verginità politica:
Trent’anni dopo, insomma, l’assassinio di Palme – un po’ come accaduto in seguito, mutatis mutandis, in Israele con quello di Ytzhak Rabin (1995) – continua a pesare fortemente sulla società svedese, sia per il vuoto lasciato da un leader energico e carismatico, che non ha avuto degni successori, sia come complesso di colpa d’una società mostratasi incapace (o nolente) di trovare i responsabili. Nel caso specifico della Svezia, questo trauma s’è rivelato particolarmente forte, assumendo anche i connotati (profondi quanto, in parte, ipocriti) della perdita della “verginità politica”, dell'”innocenza” da parte d’un Paese che, forse più delle altre nazioni scandinave, sino ai primi anni ’80 era vissuto autoalimentando il proprio mito d’una terra civilissima e felice, aliena dai fenomeni d’odio e d’intolleranza tipici dei Paesi del Sud.
Nel 1988, ad ogni modo, la SAP, per la prima volta dal 1970, ottiene in Parlamento un numero di seggi di poco superiore addirittura a quello di tutti e tre i partiti moderati: anche come logica conseguenza dell'”effetto Palme” . Ma in una situazione profondamente cambiata rispetto non solo agli anni ’70, ma anche a pochi anni prima, i socialdemocratici non riusciran più a ripetere le politiche di sviluppo economico e perfezionamento del Welfare tipiche dei tempi d’oro: nel 1991, la grande vittoria del 1988 si trasformerà nella peggior sconfitta mai subita dagli anni ’30, con la discesa della SAP (come accaduto, l’anno prima alla SPD tedesca nelle prime elezioni del dopo caduta del Muro) addirittura sotto al 40% dei voti. Tornati al governo nel 1994, i socialdemocratici, coi premier Carlsson (già successore di Palme nel 1986) e , dal ’96, Persson, riusciranno ancora a mantenere lo Stato sociale a livelli accettabili (la spesa per sanità e istruzione tuttora è significativamente più alta in Svezia, Danimarca e Norvegia rispetto alla media dei Paesi OCSE), pur con forti riduzioni della spesa pubblica e con le limitazioni nella sovranità monetaria e nelle stesse politiche di bilancio seguìte all’entrata del Paese nell’Unione Europea (gennaio 1999).

Nel 2006, infine, la SAP scende ulteriormente al 35% dei voti, pur restando partito di maggioranza relativa, e il Governo torna ai conservatori. Ma se i socialdemocratici accusano fortemente la mancanza d’un leader come Palme, anche i conservatori non hanno affatto vita facile, con la persistente disoccupazione, specie giovanile, e le crescenti tensioni – secondo l’ OCSE, addirittura le più alte al mondo – tra occupati svedesi e immigrati extracomunitari. Nella tarda primavera del 2013, le rivolte degli immigrati a Stoccolma, Oebrio, Linkoping, stile Los Angeles 1992, o banlieues parigine dell’era Sarkozy, fungono amaramente da termometro della situazione. A settembre 2014, le nuove elezioni pongono fine a quello che, dai lontani anni Venti, e’ stato il piu’ lungo periodo di governo conservatore in Svezia (8 anni): e la guida del Governo torna alla SAP, diretta dal leader sindacale Stefan Lofven. Che, però, è alla testa d’un governo di coalizione (socialdemocratici e verdi): il quale, peraltro, rappresenta solo il 38% degli elettori, e, per la prima volta nella storia del Paese, si regge, “all’italiana”, grazie alle astensioni della Sinistra radicale, forte del 5,7%, e della stessa, sconfitta, Alleanza dei quattro partiti di centrodestra.

Questo è il governo che guida oggi una Svezia decisamente incerta e confusa, oscillante tra le tradizionali politiche di accoglienza e le forti tensioni interne (da gennaio a ottobre 2015, la Svezia aveva già dato asilo ad almeno cinquantamila rifugiati, e solo fra il 2 e l’8 novembre arrivavano altri diecimila richiedenti asilo). Ma, osserviamo, se il “modello svedese”, e più in generale scandinavo, in un mondo come quello d’oggi è in evidente crisi, ciò non significa che un socialismo democratico e riformista come quello svedese, depurato dei suoi limiti e dei lati anche negativi di tanti anni di governo, non possa (discorso, questo, valido un po’ per tutte le forze socialdemocratiche) rigenerarsi, per affrontare in modo diverso le tante sfide del Duemila.

Note:
1) D. SASSOON, in AA. VV., Cento anni di socialismo. La sinistra nell’ Europa Occidentale del XX secolo, Roma, Editori Riuniti, 1997, p. 556.
(2) E. FEDRIGHINI, Olof Palme, un caso ancora aperto, in “Il fatto quotidiano”, Roma, 27 febbraio 2013, op. cit.
(3) M. PEROSINO, Svezia, a 27 anni dall’omicidio Palme crolla l’alibi di un sospettato chiave, “La Stampa”, Torino, 27 febbraio 2014, op. cit.