mercoledì 4 luglio 2012

LA RELIGIONE NEL CAPITALE di LUCIANO PARINETTO PART 2°



Fratellanza cristiana ed eguaglianza capitalistica
Ma l’eguaglianza fraterna dei cristiani –che si amano, si riconoscono in quanto fratelli solo
per mediazione della paternità di Dio – prefigura anche il rapporto secondo il quale i
proletari, come persone indipendenti, restano tra loro irrelati, e vengono in rapporto
reciproco fra loro solo alienandosi per mezzo del capitale.
Ciò che media la loro appartenenza al genere – nel lavoro- è dunque la loro
estraneazione, il capitale, proprio come ciò che fonda il legame fraterno dei cristiani e la
loro eguaglianza è la loro alienazione nella paternità di Dio. Come Cristo è il corpo mistico
che fonda l’eguaglianza dei cristiani in quanto membra di quel corpo, così il capitale è
l’organismo operante nel quale si riconoscono in rapporto gli operai, in quanto vi sono
incorporati. La nazione che, forse, maggiormente congiunge cristianesimo e capitalismo,
che fa del cristianesimo la religione del capitale è quella dell’uguaglianza (fratellanza, per i
cristiani).

Nell’anticristo Nietzche ha osservato “Il primo cristiano è per profondissimo istinto un
ribelle contro tutto quanto è privilegiato; egli vive, combatte sempre per diritti uguali”.
La formulazione più caratteristica delle rivendicazione di diritti uguali si ritrova nelle
costituzioni borghesi (nonché proto-capitalistiche) della rivoluzione francese, di cui Marx
aveva denunciato il carattere ideologico (e religioso) già al tempo della sua collaborazione
agli Annali franco tedeschi “Come persone indipendenti gli operai sono dei singoli i quali entrano in rapporto con lo stesso capitale ma non in rapporto reciproco fra loro.
La loro cooperazione comincia soltanto nel processo lavorativo, ma nel processo lavorativo hanno già cessato d’appartenere a se stessi.
Entrandovi, sono incorporati nel capitale. Come cooperanti, come membri d’un organismo operante, sono essi soltanto un modo particolare d’esistenza del capitale.”
F.Nietzsche, Il caso Wagner etc, Mondadori, 1975

Più tardi nel Grundrisse, Marx nota che la nozione di uguaglianza è il caratteristico traitd’union degli individui alienati della società capitalistico industriale: “Ciascuno dei soggetti è un individuo che scambia; ciascuno cioè ha con l’altro la medesima relazione sociale, che questi ha con lui. Come soggetti dello scambio dunque la loro relazione è quella di uguaglianza”.
E’ a questa uguaglianza nell’alienazione capitalista che corrisponde la fratellanza
nell’alienazione cristiana.
Marx, da parte sua, non è assolutamente per l’uguaglianza come asserirà chiarissimamente nella Critica del programma di Ghota.

Nella sua appassionata rivendicazione del soggetto umano onnilaterale a venire ( e quindi
di un soggetto disalienato, autonomamente in grado di sviluppare a seconda delle propria
originale individualità, e non a imitazione d’altri o per loro imposizione, tutte le proprie
potenzialità) egli infatti prefigura ivi perfino un diritto diseguale per gli individui che “non
sarebbero individui diversi, se non fossero diseguali”.
Tanto più diseguali saranno dunque, quanto più saranno disalienati (e, ovviamente, in una
società senza classi).
Se il cristianesimo –specialmente nel suo svolgimento borghese, vale a dire il protestantesimo – “rappresenta una parte importante nella genesi del capitale già per aver
trasformato quasi tutti i giorni festivi tradizionali in giorni lavorativi”, oltre che aver
incrementato col “colossale furto di beni eclesiastici cattolici” il capitale di “fittavoli e
cittadini speculatori”; non meno criticabile rimane, per Marx, il cristianesimo nella sua
forma cattolica, mediante l’apparentemente religiosa interdizione dell’interesse –
considerato peccato d’usura- tutelava precisamente il proprio interesse economico.

Infatti “senza l’interdizione dell’interesse la Chiesa ed i monasteri non avrebbero mai
potuto diventare così ricchi”.La maggior cura che Marx impiega nel denunciare il protestantesimo non pare dipendere da un apprezzamento meno critico nei riguardi del cattolicesimo, ma dal fatto che mentre il cattolicesimo è una forma ormai arcaica del cristianesimo – la tipica sovrastruttura del medioevo europeo - il protestantesimo è la forma caratteristica che il cristianesimo ha assunto nell’età borghese e rappresenta così una delle più cospicue coperture ideologiche di quell’alienazione capitalistica che urge denunciare.
E infatti il libero esame individuale può essere considerato come la prefigurazione del “libero” individuo borghese e la disarticolazione luterana della fede dalle opere, della grazia dalla natura, preparava l’accoglimento e la giustificazione della borghese separazione del privato dal pubblico, nonché dell’imperscrutabilità del cielo economico, alla cui grazia l’individuo veniva abituato a sottomettersi ciecamente.

L’importanza delle “poche considerazioni di Marx, nel Capitale, sul rapporto tra protestantesimo e capitalismo”, ha scritto Hobsbawm, sta nel fatto che esse ebbero “un
immenso influsso” e certamente rappresentano “una delle prime influenze indubbiamente
marxiste nella storiografia ortodossa” di un Sombart, di un Weber e di un Troeltsch.
Ma il demistificante confronto fra le forme di cristianesimo e forme di economia
capitalistica non si arresta qui.
Come già nel Manoscritti economico filosofici del 1844, anche nel Capitale Marx indica
l’analogia che collega la cattolica credenza nell’oggettiva efficacia dei sacramenti alla
credenza dell’economia politica capitalista nell’oggettività del sistema monetario; nonché la relazione che intercorre fra la valorizzazione protestante della fede soggettiva e la fededell’economia politica capitalista nel sistema creditizio.

Un ultimo paragone –supremamente demistificante- fra cristianesimo e capitalismo
consiste nel verificare l’analogo atteggiamento critico che essi assumono nei confronti di
religioni e di economie ormai tramontate, strettamente legato all’incapacità più evidenteall’autocritica. Come era già stato scritto nella La miseria della filosofia – cui qui vien fatto esplicito rimando- “le forme pre-borghesi dell’organismo sociale di produzione vengono quindi tratte dall’economia pressappoco come le religioni precristiane sono trattate da K.Marx, Il capitale, III libro: “ Il sistema monetario è essenzialmente cattolico, il sistema creditizio essenzialmente protestante. 
Come carta l’esistenza della monetaria delle merci ha soltanto una esistenza sociale.
E’ la fede che rende beati. La fede nel valore monetario come spirito immanente delle
merci, la fede nel modo produzione e nel suo ordine prestabilito, la fede nei singoli agenti della produzione come semplici personificazioni del capitale autovalorizzantesi. 
Ma come il protestantesimo non riesce a emanciparsi dai principi del cattolicesimo, così il sistema creditizio non si emancipa dalla base del sistema monetario”.
Con la rilevante conseguenza che un simile trattamento critico della pretesa assolutezza di forme precedenti di economia e religione finisce per sollevare il dubbio sull’asserita assolutezza e del cristianesimo e dell’economia capitalistica stessi, che ne viene esorcizzata.
Quanto sopra esposto sottolinea la pregnanza che Marx attribuisce ai predicati teologici
cristiani del dio-capitale ed all’analogia fra dogmi e riti dell’economia politica capitalistica e
del cristianesimo.
I dogmi del capitale
Intanto, uno dei predicati (e dei misteri) massimi della divinità cristiana consiste
nell’affermazione dell’unità e della trinità di Dio. Nel III libro del Capitale non a caso,
dunque, la sezione VII del cap.48, viene dedicata alla formula trinitaria e, trattandosi di una
categoria che “abbraccia tutti i misteri del processo di produzione sociale” capitalistico,
occorre ancora sottolineare come, anche qui, Marx ponga on primo piano il potere
demistificante del confronto analogico fra religione ed economia.
C’è ua profonda analogia fra la trinità cristiana e quella capitalistica (capitale-profitto; terrarendita fondiaria; lavoro-salario) già nel fatto che ambedue si presentino come mistero ai rispettivi credenti. Infatti il nesso interno che collega le tre figure delle due trinità rimane
loro occulto, in quanto costituito da tra “composizioni prima facie impossibili”.
I nessi fra le tre composizioni della trinità capitalista sono “assurdi e del tutto contraddittori”, proprio come l’unità di uno e tre nella trinità cristiana.
E al capitalista accade –davanti a questo mistero – quanto si verifica nel credente
cristiano. Quando si trova innanzi all’incommensurabile, allora –con caratteristico
rovesciamento religioso- “tutto gli appare chiaro ed egli non sente più il bisogno di riflettere
ulteriormente.
Egli è appunto pervenuto al razionale della concezione borghese”
Il razionale – cioè - del borghese (e del cristiano) non è altro che la paralisi della
riflessione, l’irrazionale contrabbandato per razionale, proprio come nella dogmatica
religiosa.
C’è qualcuno che ha voluto paragonare la razionalità cui allude Marx nella prospettazione
della sua utopia del comunismo alla ratio di dominio e di calcolo del capitalismo:
evidentemente non aveva sott’occhio, tra l’altro, questa pagina del Capitale, in cui Marx
addita nella ratio capitalistica il sommo dell’irrazionalità.
Nell’ideologia capitalistica, infatti, “i nessi delle forme irrazionali in cui si manifestano e si
riassumono praticamente determinati rapporti economici, non toccano i concreti
rappresentanti di questi rapporti nella loro vita quotidiana; e poiché essi sono abituati a
muoversi nel loro ambito, non trovano in esse nulla di strano.
Una contraddizione totale non ha quindi nulla di misterioso per essi. Nelle manifestazioni assurde, estraniate dal loro legame interno e prese isolatamente, essi si sentono a loro agio come un pesce nell’acqua. Vale qui ciò che Hegel dice riferendosi a certe formule matematiche, ossia ciò che sembra irrazionale al senso comune è razionale, e ciò che ad esso sembra razione è l’irrazionalità stessa”
La stessa situazione di fede (credo che l’assurdo sia razionale) accomuna dunque cristiani
e capitalisti, che non sono in grado (anche se credono) di cogliere il nesso che collega
l’unica sostanza (ossia il valore complessivo del prodotto umano) alla sua disarticolazione
in tre fonti diverse. L’entità molto mistica del capitale ha dunque come proprio ambiente caratteristico il mondo stregato e capovolto della struttura economica borghese, in cui si aggirano i fantasmi di Monsieur le Capital e di Madame la Terre, entità sacre alla capitalistica religione della vita quotidiana, che simpateticamente adombra quella cristiana.
Ma le analogie fra capitalismo e cristianesimo non si arrestano qui.
Oltre alla trinità, essi hanno in comune il mistero dell’incarnazione.
La Menschwerdung, il divenir umanamente sensibile di dio, ha analoga corrispondenza nell’incarnazione visibile del lavoro nella merce; nel farsi persona dell’invisibile capitale nel visibile capitalista.
D’altra parte , se si considera il valore nella sua inseità (in relazione privata con se stesso)
e non in relazione al mondo delle merci, come denaro figliante denaro, con la proprietà
occulta di partorir valore, allora esso “si distingue come valore originario, da se stesso
come plusvalore, allo stesso modo che dio padre si distingue da se stesso come dio figlio,
ed entrambi sono coetanei e costituiscono di fatto una sola persona, poiché solo mediante
il plusvalore di dieci sterline le cento sterline anticipate diventano capitale, e appena sono
diventate capitale, appena è generato il figlio, e mediante il figlio padre, la loro distinzione
torna a scomparire, ed entrambi sono uno, centodieci sterline”
Del resto, la duplice natura del Cristo può chiarire anche “il doppio modo di esistenza” che
la merce deve assumere “per rispondere ai requisiti imposti dalla circolazione”
Il lato sensibile della merce è il suo valore d’uso; la sua “forma autonoma per quanto
ideale” la sua “proprietà sopra-natuale” è il valore di scambio. La merce “deve cioè
apparire come unità (tuttavia sdoppiata) di valore d’uso e di valore di scambio”
Le analogie dei misteri cristiani e di quelli capitalistici non sono ancora esaurite.
Nella sua forma di capitale monetario produttivo d’interesse, in cui ha esistenza continuata
come denaro – “una forma nella quale tutti i suoi tratti determinati sono cancellati e i suoi
elementi reali sono invisibili”- il capitale assume l’apparenza – proprio come il dio ebraico
(parente prossimo di quello cristiano) – di creatore ex nihilo: “Come per gli alberi il
crescere, così al capitale monetario il produrre denaro” (τòχος dice il greco antico, con
doppio significato di nato, cosa generata e di interesse) “appare in questa forma una
proprietà natuale”
D’altra parte, peccato originale può essere utilmente paragonato al mistero cui ricorre
l’ideologia dell’economia politica borghese per esplicare l’arcano dell’accumulazione
originaria: “Nell’economia politica quest’accumulazione originaria fa all’incirca la stessa
parte del peccato originale nella teologia: Adamo detto un morso alla mela e con ciò il
peccato colpì il genere umano. Se ne spiega l’origine raccontandola come aneddoto del
passato. C’era una volta, in una età da lungo tempo trascorsa, da una parte una èlite
diligente, intelligente e soprattutto risparmiatrice, e dall’altra c’erano degli sciagurati oziosi
che sperperavano tutto il proprio e anche più. Però la leggenda del peccato originale
teologico ci racconta come l’uomo sia stato condannato a mangiare il suo pane nel sudore
della fronte; invece la storia del peccato originale economico ci rivela come mai vi sia della
gente che non ha affatto bisogno di faticare”
Il circolo vizioso delle teologia chiarisce anche qui il circolo vizioso dell’economia, che
presenta un risultato come punto di partenza.
La transustanziazione (l’oro che è un reale metallo determinato ed è, nello stesso tempo,
come denaro, l’equivalente generale delle merci; così come il vino è se stesso e, nello
stesso tempo, il sangue di Cristo); il rapporto anima-corpo (“il prezzo, ossia la forma di
denaro delle merci, è, come la loro forma di valore generale, una forma distinta dalla loro
forma corporea tangibile reale” rapporto papa-fedeli (pretendere di mantenere la
produzione di merci e insieme di abolire l’antagonismo merce-denaro “sarebbe come
abolire il papa e lasciar sussistere il cattolicesimo”); sono ancora altre analogie che,
insieme a quella –generalissma- della mediazione, Marx utilizzava perché
vicendevolmente ideologia cristiana e ideologia capitalistica si demistificano.
Il destino della religione
Da questa rassegna mi pare che si possa a sufficienza ricavare il convincimento che la
critica religiosa non è affatto cosa secondaria nel Capitale, visto che si annida nelle più
sottili analisi marxiane delle categorie mistificate dell’economia capitalista e contribuisce
notevolmente a smascherarle.
Se l’alienazione religiosa è ancora per Marx tanto paradigmatica da costruire una cartina
tornasole per la denuncia dell’alienazione socio-economica del capitalismo, è chiaro che,
nel Capitale, deve trovar posto anche un’indicazione sul destino della religione.
Ed è questo uno degli aspetti più nuovi della teoria religiosa marxiana, perché non solo
riprende ma approfondisce quanto il Marx giovane aveva già indicato.
Come alienazione sovrastrutturale è ovvio –marxianamente- che la religione debba
seguire il destino della rispettiva struttura socio-economica portante, ma, trattandosi di una
forma ideologica lo sfruttamento di classe comune non al solo capitalismo, ma a tutte le
società in cui vige lo sfruttamento di una classe sulle altre –come aveva ben chiarito il
Manifesto del Partito Comunista
è evidente che non basterà un semplice mutamento di strutture sociali ed una aumento della conoscenza a toglierla. Non basterà, cioè, il solo toglimento della proprietà privata (e delle regioni sovrastrutturali ad essa connesse) a provocare la sparizione.
“Il riflesso religioso del mondo reale può scomparire, in genere, soltanto quando i rapporti
della vita pratica quotidiana presentano agli uomini giorno per giorno relazioni chiaramente
razionali tra di loro e fra loro e la natura. La figura del processo vitale e sociale, cioè del
processo materiale di produzione, si toglie il suo mistico velo di nebbie soltanto quando
sta, come prodotto di uomini liberamente uniti in società, sotto il controllo cosciente e
condotto secondo un piano. Tuttavia, affinché ciò avvenga, si richiede un fondamento
materiale della società, ossia un serie di condizioni materiali di esistenza che, a loro volta,
sono il prodotto naturale originario della storia di uno svolgimento lungo e tormentoso”.
Non una semplice conversione della società capitalistica al socialismo può dunque
produrre meccanicamente la dissoluzione della religione, ma l’attuazione di una quotidiana
razionalità nei rapporti di vita pratici fra uomo e uomo e uomo e natura. Razionalità che,
come si è visto precedentemente, Marx è ben attento a contrapporre alla razionalità del
capitale, che è, in realtà, una irrazionalità con la maschera della religione.

Il richiamo ad una nuova, utopica, razionalità, è la traduzione –nel linguaggio del
Capitaledell’utopia marxiana dei Manoscritti economico filosofici del 1844, dove si prospettava il comunismo come naturalismo compito dell’uomo e umanismo compiuto della natura. Un concetto-progetto che trova riscontro in uno dei punti più utopici del Capitale, laddove si affronta il tema del regno della libertà “Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria.
Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare
e per riprodurre la sua vita, così deve fare anche l’uomo civile e lo deve fare in tutte le
forme della società e sotto tutti i possibili modi di produzione. A mano a mano che egli si
sviluppa il regno delle necessità naturali si espande, perché si espandono i suoi bisogni,
ma al tempo stesso si espandono le forze produttive che soddisfano questi bisogni. La
libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i
produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura,
lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una
forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e
nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo
rimane sempre un regno della necessità.
Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero
regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della
necessità.”
L’avvento della razionalità e il conseguente toglimento della situazione di dipendenza nei
rapporti dell’uomo con l’uomo e con la natura è dunque l’istanza utopica cui va
essenzialmente collegata la fine della religione nel Capitale.
Come ho già anche altrove notato la razionalità di cui parla Marx nel corso dei tre libri
del Capitale è radicalmente altra dalla ratio capitalistica che, sovente, come scrive Marx
nel II libro del Capitale, per esempio, nel ciclo del capitale monetario, procede mediante
distinzioni che sono a-concettuali.

La razionalità anti-capitalista di Marx va indubbiamente collegata anche al tema
dell’emancipazione dei sensi ed attributi umani, alla loro umanizzazione utopica, a venire.
Siccome dunque in essa, si dispiega anche quell’atteggiamento estetico che, già per i
Manoscritti del 44, è essenziale al futuro uomo marxiano, si deve intendere questa
razionalità, nei riguardi della natura, non tanto come dominio, quanto come
contemplazione-fruizione di essa, che, d’altra parte, liberata dall’asservimento capitalistico,
si protende verso l’uomo, va progressivamente umanizzandosi.
Per atteggiamento razionale dell’uomo nei confronti della natura si deve quindi intendere,
marxianamente, con confronto libero dell’uomo con la natura: il che esclude possa trattarsi
di una capitalistica razionalità di dominio o di un semplice controllo cosciente di essa.
Chi dunque ritenesse possibile relegare –sulle ore di un Garaudy- le denunce dell’oppio
del popolo nella zona di pensiero giovanile e (a suo avviso) non marxista di Marx; così
come chi –perdendo di vista il lato utopico del Capitale- giudicasse che il persistere della
religione in alcuni paesi ad economia di transizione (non ancora pervenuti alla razionalità
cui Marx allude) sia in grado di smentire l’analisi marxiana; e chi, ancora, giungesse
addirittura a prevedere, con l’avvento di una società senza classi, anche la possibilità
dell’instaurazione di una religiosità non ambigua e di una spiritualità integrale, si pone al
di fuori del genuino pensiero marxiano, che, sino alla fine –checché ne pensi un
Wackenheim che vorrebbe arrestare l’elaborazione al 48 sviluppa incessantemente il
tema della critica religiosa.
La lettura del Capitale conferma non solo il vivissimo interesse che il Marx maturo
dimostra per la religione, ma soprattutto ‘essenziale legame che unisce – nel suo
pensiero- la denuncia dell’alienazione religiosa e quella del feticismo capitalistico.
Chi dunque –come alcuni comunisti dialoganti con i cattolici- ha cercato di enucleare la critica religiosa dal resto del pensiero marxiano per respingerla, forse non si è accorto che con la vasca rischiava di gettare anche il bambino.











sabato 30 giugno 2012

LA RELIGIONE NEL CAPITALE di LUCIANO PARINETTO PART1°



Luciano Parinetto
Connessioni Edizioni connessionic@yahoo.it
http://connessioniedizioni.blogspot.it/

PRESENTAZIONE :
Abbiamo voluto pubblicare questo saggio di Luciano Parinetto (1934-2001), comparso nel volume Né dio né capitale, comparso nel 1976, per Moizzi Editore, perché ci è sembrato un approccio stimolante alla lettura di Marx stesso, slegata dai dogmi e dai tatticismi politici, che hanno imbalsamato Marx facendolo di fatto morire. L’approccio di Parinetto a Marx, con la relazione tra il feticismo religioso e quello della merce, oltre ad avere un valore teorico in se, è anche un modo diverso di leggere il meccanismo del capitale.
Il Capitale di Marx, viene qui riportato nella sua dimensione più pura, non come opera economica, ma una critica della scienza economica, infatti il livello economico viene immediatamente situato in un insieme più vasto. Pensiamo a questo saggio e all’utilizzo che si può fare di Marx oggi, la vendetta di un mortovivente, un moderno zombi, che proprio perché considerato ormai morto e sepolto, ha la forza di riapparire in superficie, in un mondo capitalista contrassegnato da una sempre più crescente disumanizzazione.
Dove in una società di vivi-morti saranno i morti-viventi a provocarne il trapassamento.
La de-integrazione che contraddistingue l’attuale fase aumenta i morti-viventi: l’estensione della condizione proletaria in un capitalismo contrassegnato da processi di decadenza .
Questa condizione di esclusione sociale quantitativa, di morte apparente, che spesso inquieta politici, sindacalisti, sociologi, economisti, ecc.. è per noi la strada per la vita, perché è proprio la condizione di zombi, del proletariato attuale, che rende possibile il suo piano di rottura con l’economia politica stessa. La storia del capitalismo è la storia della progressiva e crescente disumanizzazione delle relazioni sociali, della produzione e della vita sociale in generale.

In tutti i sistemi sociali precedenti, la ricchezza aveva imbrigliato il lavoro in modo concreto attraverso relazioni sociali chiaramente identificabili come quelle tra padrone e schiavo, tra signore e servo, tra oppressore e oppresso. Schiavitù e servitù della gleba erano sanzionate dagli dei o da dio, e non potevano essere messe in discussione. Per giustificare la schiavitù, gli schiavi furono considerati animali, ma i loro padroni sapevano che cosa facevano quando li mettevano al lavoro.
Il signore feudale e il servo conoscevano la loro posizione all’interno della società, anche se il servo poteva talvolta dubitare della saggezza di tali ordinamenti.
Tuttavia la schiavitù e il lavoro costrittivo erano attività umane, motivo di sofferenza per una classe e di gioia per l’altra, assunte da entrambe per ciò che veramente erano.
Il feticcio della religione serviva a cementificare tale situazione.
Non va visto comunque come epoca dorata un simile sistema, l’amore verso l’epoca antica, come quella precristiana legata alla Grecia antica, nel mito democratico assoluto, dimentica sempre che era una società schiavistica, dove la comunità di una parte, la polis greca si fondava su una rigida ripartizione sociale, la sola che permetteva il muoversi della società stessa.
La comunità dei liberi greci, identificava, i propri interessi con la necessità della intera società, cosi come la borghesia al suo nascere faceva coincidere le modalità della “natura umana” che si riscontrano in condizioni capitaliste con quelle della natura umana in generale.
Ma ciò che sono gli uomini, e la loro comunità, in un determinato periodo storico dipende dal che cosa e dal come producono. Il loro essere “dipende dalle condizioni materiali che determinano la loro produzione. Questa produzione fa la sua comparsa solo quando si verifica l’esplosione demografica. A sua volta essa presuppone il rapporto reciproco tra gli individui.
La forma di questo rapporto è di nuovo determinata dalla produzione” K.Marx-F.Engels, L’ideologia tedesca. Ampliando la produzione di oggetti e i loro rapporti materiali, gli uomini “modificano nel corso di questo processo, la loro esistenza reale, il loro pensiero e i prodotti stessi del loro pensiero” K.Marx-F.Engels, L’ideologia tedesca. La natura umana non può essere descritta partendo dall’individuo isolato poiché essa deriva da un insieme di relazioni sociali.

L’uomo è ciò che realmente fa nel concreto ambiente storico e sociale. Mutando questo ambiente cambia se stesso, la storia può essere dunque vista come la continua trasformazione della natura umana. Il termine società equivale a relazioni tra individui, non all’individuo singolo.
Il processo di astrazione dell’uomo e della sua disumanizzazione avviene con la divisione sociale del lavoro, che fin dalle origini si tradusse in una differenziazione delle condizioni lavorative, cioè degli utensili e dei materiali impiegati, in una spartizione del capitale accumulato tra i vari proprietari, e quindi anche, in una divisione tra capitale e lavoro, e nelle differenti forme di proprietà.
Con l’aumento della produzione sociale si estese lo scambio e crebbe l’uso del denaro.
Considerato all’inizio un semplice mezzo di scambio atto a incoraggiare la produzione sociale, (cosi come il rapporto tra l’uomo e gli dei), il denaro, insieme allo scambio che esso facilitava, acquistò ben presto una dimensione apparentemente autonoma. Le fortune dei singoli produttori vennero a dipendere dalle relazioni di mercato, poiché solo per mezzo dello scambio le realtà sociali potevano affermare se stesse e controllare così i produttori invece di esserne controllate.
La produzione capitalista è la produzione di un lavoro non pagato come capitale –esprimibile in termini monetari. Lo scambio tra lavoro e capitale lascia un pluslavoro, materializzato in beni, nelle mani dei capitalisti. Questo pluslavoro deve essere realizzato al di fuori dello scambio lavorocapitale, e lo è di fatto attraverso il consumo della popolazione non produttiva e la formazione di capitale. L’aumento della produttività lavorativa svaluta il capitale esistente e riduce l’ammontare del pluslavoro estraibile attraverso un dato capitale, il che costringe i capitalisti ad accrescere costantemente il loro capitale. Questo si traduce quindi in una concorrenza capitalista che implica un costante aumento di capitale. Il controllo dei produttori da parte del mercato è simultaneamente il controllo dei produttori e del mercato da parte della costrizione all’accumulazione capitalista.
La condotta nell’ambito del capitalismo è subordinata al processo di espansione del capitale.

Questo processo è la conseguenza diretta dello sviluppo delle forze sociali di produzione nel quadro delle relazioni della proprietà privata, che, a loro, volta, sono determinate dalla struttura di classe della società e dal suo meccanismo di sfruttamento. L’espansione della produzione coincide allora in pratica con l’auto-espansione del capitale, poiché nessun capitalista può fare a meno di dedicarsi con devozione ad accrescere il suo capitale. Inoltre, solo nella misura in cui il capitale aumenta in quanto capitale, si può far avanzare la produzione materiale; la soddisfazione delle necessità umane dipende dalla formazione del capitale. Invece di usare i mezzi di produzione per soddisfare questa necessità, questi mezzi in quanto capitale determinano le condizioni dell’esistenza sociale sia per i proletari sia per i capitalisti. Le molteplici manifestazioni di alienazione di cui soffre l’uomo moderno, sono il prodotto del feticismo della produzione capitalista, che si presenta a livello di mercato come il feticismo del’oggetto, dove dio diventa il denaro.
Poiché la produzione capitalista deve essere realizzata attraverso il processo di circolazione, la spinta verso un capitale più allargato in termini di valore monetario unita al più totale disprezzo per gli effettivi bisogni sociali in termini di valori umani, trasforma tutte le relazioni sociali in relazioni economiche, vale a dire, le relazioni umane possono essere consumate solo per il tramite delle relazioni economiche ed hanno effettivamente, o assumano, la qualità di merce.

Ogni cosa è destinata alla vendita e tutto può essere comprato. La coazione sociale all’accumulazione capitalista induce gli individui a riporre la propria fiducia più nel denaro che negli uomini.
E poiché solo il possesso del denaro rende possibile i rapporti sociali, i rapporti sociali diventano a loro volta solo un mezzo per far soldi. Ogni uomo fa dell’altro un mezzo per assicurare e provare la propria posizione economica, indipendentemente da quali possono essere i suoi interessi in termini extraeconomici. Anche se ques’uomo è un essere sociale, egli lo è solo al di fuori della società.
Egli può considerare gradevole e giustificabile il suo comportamento asociale, ma, in realtà non ha nessun controllo su di esso e rimane vittima indifesa delle circostanze.
Nel capitalismo avviene quel processo in cui l’individuo libero considera reale unicamente se stesso, gli altri sono per lui delle astrazioni che possono essere usate o manipolate.

Il nuovo dio, il denaro, allarga e non diminuisce la dimensione democratica, allargandola a tutta la polis, ma al tempo stesso disumanizzando ancor più l’uomo. L’attuale mondo capitalistico è incapace di trasformarsi in una nuova società cosi come ad un certo stadio lo fu il feudalesimo, dove inizio una lotta tra la borghesia nascente e le vecchie classi sociali dominanti. Oggi il capitalismo è ancora in grado di neutralizzare o soggiogare le forze sociali (il proletariato) che potrebbero provocarne una trasformazione, ma è comunque incamminato verso la sua distruzione.
L’eliminazione del lavoro umano che accompagna lo sviluppo del capitalismo non cancella il proletariato numericamente, anzi lo fa aumentare, ne ha la forza di cancellare le sue passioni e la sua capacità trasformativa, derivante dalla sua natura, l’essere nella sua dimensione rivoluzionaria – intesa come rottura radicale nella lotta di classe in cui si distrugge la relazione tra capitale e lavoratori e perciò la stessa economia politica- la più importante forza produttiva.
In questo senso non conta cosa quel proletario pensa o si propone, ma ciò che è la sua natura e ciò che è costretto storicamente a fare in conformità del suo essere.
La classe abbiente e il proletariato presentano la medesima auto-alienazione umana, ma mentre i primi vi si sentono a proprio agio, anzi tale alienazione rappresenta la sua propria potenza e le da la parvenza di un’esistenza umana, la seconda classe, il proletariato, nell’alienazione, si sente annientata, ravvisa in essa la sua impotenza e la realtà di un’esistenza inumana.

Il maggior sviluppo di capitale provoca al tempo stesso quel meccanismo di de-integrazione sociale, ampliando sempre più quel processo di disumanizzazione dell’uomo, rendendo tuttavia possibile il suo trapasso. Ma questo non avverrà per meccanismi automatici, ma dentro una lotta titanica tra forze sociali contrapposte, tra la passione di una nuova comunità e l’attuale civiltà, dove saranno proprio i morti-viventi a rappresentare la forza sociale della trasformazione.
Perché in questi morti-viventi, i proletari, è compiuta praticamente l’astrazione da ogni umanità, perfino della parvenza dell’umanità; perché le condizioni di vita del proletariato riassumono tutte le condizioni di vita della società moderna nella loro asprezza più inumana; perché nel proletariato l’uomo ha perduto se stesso, ma nello stesso tempo è costretto dal bisogno non più sopprimibile, non più eludibile, dalla manifestazione pratica della necessità, alla rivolta contro questa inumanità, ecco perché questi zombi possono liberare se stessi.
Alcuni compagni/e di Connessioni per la lotta di classe Primavera 2012.

La religione nel “ Capitale”
Quando il vecchio Darwin – ormai agnostico, ma pur sempre sottomesso al divino, personificato dalla fanatica intolleranza religiosa della moglie Emma- ricusò l’offerta, che Marx gli proponeva, delle dedica di una parte del Capitale, ravvisando nel libro un attacco contro la cristianità e rifiutando il proprio appoggio ad attacchi diretti contro la religione1, implicitamente riconosceva –non a torto- l’importanza (sia pur velata) che l’argomento della religione ha nel capolavoro marxiano.
Si tratta di un aspetto del Capitale, cui, finora, non pare sia stato dato il meritato rilievo e che perciò vale la pena di prendere – e sia pure sinteticamente- in considerazione.
Il Capitale –come sa chiunque l’abbia letto- non è un opera economica. O –perlomeno- è soprattutto una critica di quell’economia borghese, che intende il termine -economia economicisticamente, laddove, marxianamente, esso deve essere inteso come struttura socio-economico-lavorativa cui, in ultima istanza, vanno dialetticamente ricondotte tutte le sovrastrutture di una società storicamente specifica come quella caratterizzata dal capitalismo industriale.
Se è così, un esame critica del mondo economico è il fondamento stesso di una critica della totalità di una società, e in quella totalità trova ovviamente posto anche la religione.
Il rifiuto di Darwin potrebbe far ritenere che nel Capitale vi sia una ironizzazione volteriana della religione. Ma non è così, anche se, in esso, non mancano, a questo proposito, espressioni corrosivamente dissacranti. Se la considerazione della religione, nel Capitale, si limitasse ad esse, sarebbe cosa del tutto secondaria e dalla quale la struttura dell’opera potrebbe prescindere senza alcun danno. Ma non è affatto così. L’atteggiamento di Marx era – a questo riguardo- tutt’altro che illuministico. Egli era ben lungi, infatti, dal pensare di poter ridurre i contenuti dell’economia (e quindi anche della religione) a “Prodotto arbitrario della riflessione dell’uomo”, poiché sapeva bene che “questa era una maniera prediletta dell’illuminismo del XVIII secolo per togliere, per lo meno provvisoriamente, la parvenza della stranezza a quelle enigmatiche forme di rapporti umani il processo genetico delle quali non s’era ancora in grado di decifrare” Per quanto riguarda il processo genetico della religione, le opere del giovane Marx forniscono una prova lampante di come un simile argomento stesse a cuore al loro autore. E nello stesso Capitale si può leggere, del resto, che “è molto più facile trovare mediante l’analisi il nocciolo terreno delle nebulose religiose, che, viceversa, dedurre dai rapporti reali di vita, che di volta in volta si presentano, le loro forme incielate. Ques’ultimo è l’unico metodo materialistico e quindi scientifico”.

Ma non è l’applicazione di questo –del tutto anti-feuerbachiano (nonostante la dizione) metodo genetico che costituisce il fulcro della valutazione religiosa del Capitale. In esso si può invece rinvenire la sistematica applicazione metodologica del principio marxiano (esposto nel 1844 ne Gli annali franco-tedeschi) secondo il quale la critica della religione p il presupposto di ogni critica.
Da questo punto di vista, fra il Marx giovane (che smaschera le categorie dell’economia capitalista mediante il confronto demistificante di esse con le categorie dell’alienazione religiosa) e il Marx del Capitale non v’è che da registrare una perfetta omogeneità di vedute, nonostante che il Capitale rappresenti il documento più brillante dell’indiscutibile maturazione marxiana in sede di analisi economica. Tanto più rilevante appare dunque, in esso, il persistere del confronto demistificante fra forme di ideologia religiosa e forme di ideologia economica.

Evidentemente anche per il Marx maturo è essenziale mostrare come lo specchio della alienazione religiosa riveli l’alienazione socio-economica di cui è l’occultante riflesso e costituisca un momento essenziale della sua denuncia e conseguentemente della possibilità stessa del suo toglimento.

Religione ed economia
La religione non è solo oppio del popolo, non è posto in discussione da Marx solamente e semplicemente il suo contenuto (che per essere storicamente specifico è anche storicamente transeunte e dunque potrebbe mutare di epoca in epoca); è la forma stessa della religione che, presentandosi come occultante capovolgimento del reale deve, secondo Marx, essere denunciata e tolta. Tuttavia la denuncia di quel capovolgimento non è fine a se stessa. Marx sa benissimo che, anche agli occhi della chiesa, “oggi perfino l’ateismo è culpa levis, in confronto alla critica dei rapporti tradizionali di proprietà”.
Come diceva ancora il Marx degli Annali franco tedeschi, la battaglia contro la religione è solo una lotta indiretta che deve necessariamente introdurre –per essere efficace- alla lotta concreta e diretta contro quel mondo di cui la religione non è che la secondaria quintessenza spirituale.
E’ proprio per questo che nel Capitale (ma anche in opere precedenti) la denuncia del capovolgimento religioso è di essenziale importanza ai fini dell’individuazione ( e quindi della denuncia) di ogni altra forma di capovolgimento, quello socio-economico in primo piano.
Di qui l’importanza che riceve – in questo testo- la demistificazione della religione intesa quasi come addestramento alla ricerca di ogni altra mistificazione che ad essa sia analoga.

Perché Marx ritenga tanto decisivo il confronto fra religione ed economia diventa evidente qualora si consideri che – nel Capitale – la mistica struttura del capitalismo industriale – il mondo delle merci – si presenta essa stessa con le stigmate del’alienazione religiosa.
E’ indubbio che – proprio religiosamente – infatti, “durante il processo della produzione” si verifica “l’inversione di soggetto e oggetto”. Qui si possono vedere “tutte le forze produttive soggettive del lavoro presentarsi come forze produttive del capitale. Da una parte il valore, il lavoro passato, che domina il lavoro vivente, viene personificato nel capitalista; dall’altra parte, all’inverso, l’operaio appare come forza-lavoro puramente oggettiva, come merce.
Da tale rovesciamento di rapporti necessariamente deriva già nella semplice fase della produzione stessa il corrispondente rovesciamento di concezioni, una trasposizione di coscienza, che viene ulteriormente sviluppata dalle trasformazioni e modificazioni del vero e proprio processo di circolazione.” Quest’inversione –essenzialmente religiosa, almeno sul piano sovrastrutturale – si verifica dunque a diversi livelli anche sul piano della struttura.
E, infatti, “il modo in cui, mediante il passaggio attraverso il saggio del profitto, il plusvalore è trasformato nella forma del profitto”, non è –per fare un solo esempio- che “uno sviluppo ulteriore dell’inversione di soggetto e oggetto che già si verifica durante il processo della produzione”.

Marx insiste sull’essenzialità della categoria dell’inversione soggetto-oggetto ai fini della comprensione della mistificazione fondamentale della società capitalista e scrive, tra l’altro, che ciò che imprime ai mezzi di produzione “come un suggello un carattere di capitale non è né la natura di denaro del primo, né la specifica natura, il valore d’uso materiale” delle merci “come mezzi di sussistenza e mezzi di produzione, ma il fatto che quel denaro e quelle merci, si ergano di fronte alla forza-lavoro spogliata di qualunque ricchezza materiale come potenze autonome impersonate dai loro proprietari; il fatto che le condizioni materiali necessarie alla realizzazione del lavoro sono estraniate all’operaio, anzi gli appaiono come feticci dotati di volontà e d’anima proprie; il fatto che le merci figurino come acquirenti di persone”.
Come nel mondo religioso –mediate quel rovesciamento soggetto-predicato che il giovane Marx- del tutto autonomamente rispetto a Feuerbach – aveva tanto efficacemente illustrato e che non è qui il momento di riassumere – “I prodotti del cervello umano appaiono figure indipendenti, dotate di vita propria in rapporto con gli uomini”, così, “nel mondo delle merci, fanno i prodotti della mano umana. Questo io chiamo feticismo che s’appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci”.

Ovvero –come si dice in un'altra parte dello stesso libro del Capitale – “come l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, così nella produzione capitalista egli è dominato dall’opera della propria mano”. Questo avviene perché – in regime di capitalismo industriale – la merce è eminentemente un oggetto religioso o – come si esprime Marx – “una cosa sensibilmente sovrasensibile”, sicchè, “per trovare un’analogia” che illumini “l’arcano della forma merce” “dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso”.
Ecco perché si sosteneva la centralità che la critica della religione ha anche nel capolavoro marxiano: intendere l’arcano dell’alienazione religiosa è infatti propedeutico per intendere l’arcano della forma merce. Chi è addestrato alle sottili mistificazioni della religione, è in grado di cogliere anche quelle del capitale e di guardarsene. Non è buon critico del capitale chi non è buon critico della religione. L’analogia fra feticismo delle merci e religione diventa ancor più calzante qualora si rilevi che anche l’oggetto religioso ha un’apparenza di indipendenza rispetto al suo produttore umano proprio come le merci l’hanno rispetto ai lavoratori.
“Tutto il misticismo del mondo delle merci, tutto l’incantesimo e la stregoneria che circondano di nebbia i prodotti del lavoro sulla base della produzione di merci” si spiegano se si pone mente al fatto che il lato sensibile di una merce, il suo aspetto cosale, non è che quella di essere cristallizzazione di lavoro umano sociale, il quale in essa si ritrova appunto allo stato di un’”oggettività spettrale”.
Sotto aspetto di cosa viene dunque celato un rapporto sociale determinato.

La realtà si presenta in questo modo capovolta, “a testa in giù” ed è questo appunto il tipico della forma della coscienza religiosa. Di qui la “sottigliezza metafisica” ed i “capricci teologici” della merce, i cui misteri sono dunque molto più complessi di quelli dello spiritismo.
Come scrive Marx, nel VI capitolo inedito del I libro del Capitale, “sul piano della produzione materiale, del reale processo sociale di vita – poiché non altro che questo è il processo di produzione-, v’è qui lo stesso rapporto che sul piano ideologico si manifesta nella religione; inversione del soggetto nell’oggetto e viceversa” . Ovviamente nella religione tale inversione avviene “nella rappresentazione”, mentre nel mondo delle merci è “nella realtà” che l’aspetto sociale del lavoro, cosificato, si “erge di fronte all’operaio come elemento non soltanto estraneo ma ostile ed antagonista, apparendo oggettivato e personificato nel capitale”.
Se la merce gode di attributi teologali, se è un feticcio (e non dell’uomo con se stesso nella forma estraniata della mediazione attraverso la divinità cosale) che si leva di contro all’uomo come un idolo minaccioso, dietro ad esso si erge, ancor più onnipotente, il dio capitale.
Teologia del capitale La sostanziale religiosità del capitale emerge dai predicati teologici coi quali Marx lo qualifica, al tempo stesso demistificandolo. Snoccioliamone la lunga litania.
Se consideriamo, all’interno dell’”alambicco alchimistico della circolazione” il capitale come plusvalore, esso risulta –né più né meno il dio nei confronti del mondo- invisibile.

Come il dio biblico, il capitale è “un essere terribilmente misterioso”.
Innumerevoli volte i tre libri del Capitale lo definiscono come volontà e potenza estranee rispetto all’uomo, il rapporto con le quali si svolge, del resto come il rapporto del dio ebraico col suo gregge: “Come sulla fronte del popolo eletto stava scritto ch’esso era proprietà di Geova, così la divisione del lavoro imprime all’operaio manifatturiero un marchio che lo bolla a fuoco come proprietà del capitale”. Ma il capitale è imparentato anche con altre divinità orientali.
Marx lo paragona alla micidiale ruota del carro indiano di Visnù che stritolava i fedeli durante le processioni;e anche a Moloch, cui venivano sacrificati i bambini, nella pretesa che “secondo le sue leggi innate gli appartiene tutto il plusvalore che il genere umano potrà ancora produrre”.
Come capitale produttivo d’interesse esso raggiunge poi la sua più indipendente ed estraniata forma divina, poiché si presenta come “feticcio automatico” che – proprio come la divinità emana il divino (lumen de lumine) – è valore che genera valore. Ma la divinità-capitale, fedele alo suo carattere di feticcio, presenta predicati anche più arcaici, di un ente quasi regredito dal culto religioso al culto magico. Viene infatti – e non una sola volta- definito come “mostro animato.

Si tratta qui di un’operazione quasi negromantica compita dal capitalista – il sacerdote e servo del capitale- il quale “trasformando denaro in merci che servono come fattori del processo lavorativo, incorporando forza lavoro vivente alla loro morta oggettività, trasforma valore, lavoro trapassato, oggettivato, morto, in capitale, in valore autovalorizzantesi; nostro animato che comincia a lavorare come se avesse amore in corpo”. All’interno di questa resurrezione del mortuum, come l’antico Osiride, il capitale si presenta come il morto che comanda al vivo, che ne è schiavo.
Infatti “nella fabbrica esiste un meccanismo morto indipendente dagli operai –meccanismo vivente- e gli operai gli sono incorporati come appendici umane”.
“La mort saisit le vif”!. Il mostro animato che ha il suo regno dove sono “i cadaveri delle macchine” e dove lentamente, “ogni uomo va morendo di ventiquattrore ore al giorno”, poiché il suo valore trapassa inesorabilmente nel processo lavorativo, assume infine anche la sanguinosa maschere del vampiro. “Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più vive più ne succhia”. E all’origine della sua epifania nella storia questo vampiro prediligeva i fanciulli e questo spiega il mistero della “trasformazione del sangue dell’infanzia in capitale”. Ma è tempo di tornare dalla magia e dalla negromanzia alla religione, anzi alla religione per eccellenza, ai predicati cristiani del capitale.
A questo proposito occorre notare che, per Marx, il cristianesimo è la religione specifica del capitale. “Per una società di produttori di merci, il cui rapporto di produzione generalmente sociale consiste nell’essere in rapporto coi propri prodotti in quanto sono merci, e dunque valori, e nel riferire i propri lavori privati l’uno all’altro, in questa forma di cose, come eguale lavoro umano, il cristianesimo, col suo culto dell’uomo astratto, e in particolare nel suo svolgimento borghese, nel protestantesimo, deismo, ecc.., è la forma di religione più corrispondente”.
Al lavoratore astratto del capitalismo industriale ben si accoppia, dunque, l’uomo astratto del cristianesimo; così come ben si accoppia la cristiana nozione atomistica di anima alla robinsonata del culto borghese per l’alienazione dell’individuo nell’individualismo.



martedì 26 giugno 2012

VATICAN CONNECTION E OPUS DEI, OVVERO IL LATO OSCURO DELL'ORACOLO... part 3°



Vaticano, dietro lo scandalo lo scontro tra Cl e Opus Dei.
Intervista a Ferruccio Pinotti
di Valerio Gigante, da www.adistaonline.it

Cosa pensi dello scandalo scoppiato dopo le rivelazioni fatte da La7 sul caso Viganò?
Mi pare chiaro che è in atto uno scontro interno al Vaticano che sta raggiungendo un livello molto alto e che ha oggi come obiettivo principale il segretario di Stato card. Bertone e il suo entourage.

Sei quindi dell’idea che la vicenda non sia scoppiata casualmente, ma che sia piuttosto il frutto di una strategia interna agli ambienti ecclesiastici. Un po’ come il caso Boffo del 2009... Del resto (come testimonia la parola “Pervenuta” stampigliata in alto a destra dell’originale mostrato da Gianluigi Nuzzi), la lettera di Viganò al card. Bertone è uscita dalla segreteria di Stato, non dall’archivio privato dell’ex segretario del Governatorato...

Sì, è un’ipotesi molto realistica. In Vaticano da anni è in atto una guerra tra correnti.
Il conflitto, per come si sta oggi sviluppando, mi appare piuttosto confuso negli esiti, e in ogni caso assai poco governabile. La fuga di notizie data in pasto ai media lo testimonia.
Bertone in Curia di nemici ne ha sempre avuti. Ritengo però che oggi l’ostilità nei suoi confronti si sia acutizzata in conseguenza dell’operazione che il Segretario di Stato ha condotto in maniera molto decisa per l’acquisizione del San Raffaele. Il progetto di espansione degli interessi vaticani in ambito sanitario di per sé certamente confligge con gli storici interessi in quel settore di Comunione e Liberazione.
Ma portare quel progetto proprio in Lombardia, nel cuore del potere ciellino, e per di più mirando al san Raffaele, un ospedale che ottiene 450milini di euro l’anno di rimborsi pubblici per le prestazioni sanitarie che eroga, ecco, questo forse è stato l’azzardo che Bertone sta pagando.
Ed in effetti, tra i più accesi oppositori del tentativo di scalata di Bertone al San Raffaele c’era proprio il cardinale Scola, la cui azione si è saldata con quella degli ambienti vicini alla Cei e con un certo numero di esponenti di Curia che negli ultimi anni erano stati progressivamente messi ai margini da Bertone.

Bertone è stato sostenuto in questi anni dall’Opus Dei (ai vertici dello Ior siede tra l’altro un suo soprannumerario, Ettore Gotti Tedeschi), che sarebbe rientrato all’interno della fallita operazione di acquisizione del San Raffaele assieme all’imprenditore Malacalza.
Si riproporrebbe quindi su un piano intra-ecclesiale oltre che su quello economico-finanziario il tradizionale scontro tra Cl ed Opus Dei?
Sì, con una differenza rispetto al passato: che l’Opus Dei non ha più quell’atteggiamento di superiorità e di altezzosa indifferenza che ha tradizionalmente avuto nei confronti del movimento di don Giussani, quando l’Opera si occupava di alta finanza e lasciava a Comunione e Liberazione gli appalti ed i rapporti con le amministrazioni locali. Un cambiamento che ho potuto personalmente constatare nelle dichiarazioni che al meeting di Rimini del 2009 mi ha rilasciato lo stesso portavoce dell’Opus Dei in Italia, Giuseppe Corigliano molto attento a cercare un dialogo con Cl, a sottolineare i carismi che rendevano simili l’Opera con il movimento di Giussani.
Certo, allo stesso tempo si notava anche un certo imbarazzo di Corigliano di fronte all’esibizione di grandezza e potere che caratterizza le kermesse di Cl e che non rientrano minimamente nello stile dell’Opus.
Un disagio che, oltre al disappunto, celava forse anche una certo desiderio di emulazione.

Certo, oggi più che lo scontro tra due forze, sembrerebbe configurarsi quello tra due debolezze, se è vero che l’Opus alla fine non è riuscita nell’intento di rafforzare la propria presenza nel settore della sanità e Cl non sta attraversando un periodo felicissimo dal punto di vista politico e giudiziario...
Se a ciò aggiungiamo la crisi economica riusciamo probabilmente a spiegarci anche l’intensità che lo scontro intra-ecclesiale ha raggiunto negli ultimi mesi e che è difficile rintracciare, almeno in queste forme, in stagioni precedenti vissute dalla Chiesa cattolica post-conciliare

Tu ritieni il papa spettatore suo malgrado dello scontro in atto o parte in causa, per aver nominato Bertone ed averne sostenuto l’azione?
È difficile rispondere. Storicamente questo papa ha avuto relazioni ottime con Comunione e Liberazione, di cui ha sempre ammirato lo spirito e l’azione ecclesiale.
Non a caso sono delle Memores Domini a prestare servizio nell’appartamento pontificio.
Ma anche l’Opus Dei ha avuto con l’attuale papa un rapporto privilegiato.
Alcuni si spingono a sostenere che l’Opera abbia giocato un ruolo importante nella stessa elezione di Benedetto XVI. Ecco, ritengo che oggi Ratzinger preferirebbe mediare tra i diversi interessi in campo; ma che, oggettivamente, anche per il livello della posta in gioco e degli attori in campo, la situazione gli sia sfuggita di mano. Insomma, è in atto nella Chiesa un progetto disgregativo che molto difficilmente il papa o Bertone potranno ricondurre all’unità.

Benedetto XVI ha però dato molto potere proprio a quelle realtà che oggi nella Chiesa combattono apertamente la propria lotta per l’egemonia...
La contraddizione sta proprio qui. Questo papa oggi vorrebbe ricondurre all’ordine lefebvriani, legionari, neocatecumenali, ciellini, opusdeisti. Ma si tratta di strutture a cui negli anni passati, specie sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, è stata concessa una autonomia enorme dal punto di vista dottrinario, ecclesiale e – soprattutto – finanziario.
Oggi quindi le spinte centrifughe, innescate dallo stesso pontificato wojtyliano (all’interno del quale Ratzinger ha giocato un ruolo tutt’altro che secondario) sembrano molto più forti di quelle centripete e il papa non credo riuscirà a ricondurre all’unità settori del corpo ecclesiale divenuti ormai molto influenti, anche in virtù dell’enorme potere finanziario accumulato.
E che combattono la loro battaglia uno contro l’altro su piani molto complessi e differenti, da quello delle strategie politiche a quello delle alleanze con i banchieri ed il mondo industriale, dalla finanza alla acquisizione di ospedali e università, dalla occupazione dei posti chiave nell’organigramma vaticano alle nomine episcopali.



 

martedì 19 giugno 2012

VATICAN CONNECTION E OPUS DEI, OVVERO IL LATO OSCURO DELL'ORACOLO... part 2°


Torno a riflettere sulle vicende che hanno condotto all’allontanamento di Luigi De Magistris dalle inchieste Why Not e Poseidone e di Monsignor Bregantini dalla Calabria.
A mente serena e con l’algido distacco dettato dal tempo che scorre, mi convinco sempre di più che le matrici del loro addio forzato siano comuni.
Ho avuto il tempo di rileggermi un po’ di carte sparse sulla mia scrivania al giornale, alle quali ho aggiunto quelle sparse nel mio studio di casa.
Ho composto il tutto con alcuni tasselli che da tempo mi ronzavano per la testa.
Molti tra noi giornalisti hanno avuto il coraggio di approfondire quello che – da subito e indipendentemente dai rilievi penali – appariva il grande brodo primordiale nel quale sguazza(va) il malaffare calabrese.

Dalle carte di De Magistris il tanfo della lobby “affaristico-politico-mafiosa-massonico deviata” si leva alto. Ogni pagina – se letta in controluce – mostra le orme indelebili della nuova P2 di cui tanto ho scritto in questo blog (da ultimi i post di 9, 11 e 14 febbraio) e nelle mie inchieste sul Sole-24 Ore (da ultimo 10 dicembre 2008 e 25 gennaio 2009).
Per non parlare della radio (puntate di “Guardie o ladri” scaricabili via podcast sul sito www.radio24.it).
L’inchiesta di De Magistris aveva però provato a entrare anche nei segreti di quella che Licio Gelli (uno che se ne intende) chiama la “massoneria bianca”: l’Opus Dei, che in Calabria accompagna spesso l’operato della Compagnia delle Opere, fino a pochi anni fa identificata con Antonio Saladino, che ne era il presidente e che è al contempo il principale indagato dell’inchiesta avocata allo stesso De Magistris (ricordo, per inciso, che Saladino, dalla superteste Caterina Merante, viene accostato alla massoneria, anche se il prode Saladino ha sempre smentito furioso).
La parola “Opus Dei” è restata dunque sempre nell’ombra e nella penombra, per la paura che, presso molti giornalisti, evoca.
Paura – anche semplicemente – di scriverne, cercando di capire o, quantomeno, di porsi interrogativi.
Ed allora mi sono andato a riprendere il libro di Sandro Neri:Licio Gelli. Parola di Venerabile”, editato nel 2006 da Aliberti.
Nell’ultima pagina l’intervistatore pone due domande che riporto testualmente insieme alle risposte.

Domanda: “Molti sospettano che la P2 esista ancora. E che continui a operare, magari sotto un altro nome”. Risposta. “La loggia massonica P2 è stata una realtà unica e irripetibile. Che oggi non avrebbe più senso. Ci sono organizzazioni molto più potenti, di respiro internazionale ma nello stesso tempo riservatissime”.
Domanda: “Può citarne qualcuna?Risposta: “L’Opus Dei. Una ragnatela che copre tutto il pianeta, tessuta da persone validissime. E’ chiamata massoneria bianca”.
Con una toccata e fuga, vi ricordo appena che negli archivi della Loggia P2 fu trovato un intero schedario dedicato all’Opus Dei e vi ricordo che – teoricamente - massoneria (bianca, nera, gialla o verdina che sia) e cattolicesimo sarebbero incompatibili.
Ora, senza evocare alcune vicende e persone “validissime” che quell’intervista evoca, come a esempio la contrapposizione tra lo Ior di Monsignor Paul Casimir Marcinkus e l’Opus Dei, il ruolo della stessa P2, di Roberto Calvi e il crack del Banco Ambrosiano, giusto per non contraddire il Venerabile che – ne sono certo – ha ancora il suo potere (nonostante giochi a fare il pensionato e a non rispondere ai magistrati siciliani che, non più tardi di tre mesi fa, sono tornati a interrogarlo su trame per le quali non lo considerano estraneo) qualche considerazione la farei. Insieme a voi. Immaginate se contribuisse a riflettere con noi anche il Venerabile che, mi gioco una pizza, segue (o fa seguire) il mio blog.
Dunque dunque: secondo l’ex Venditore di materassi, l’Opus Dei sarebbe una (anzi: l’unica) ragnatela più potente della massoneria internazionale. Questo assunto – mi domando a voce alta e professando il mio rispetto per la parte sana e maggioritaria di questa prelatura della Chiesa – è vero anche se le proporzioni si riportano e si adattano alla Calabria?
E quanto i principi dell’Opus Dei sono stati traditi nel momento in cui alcuni numerari, aderenti, soprannumerari o simpatizzanti influenti hanno cominciato a giocare con il potere e manovrarne le leve?
Per non saper ne leggere ne scrivere parto da un dato oggettivo che traggo dal libro di Assunta ScorpinitiLa Calabria di Escrivà. Un vero e proprio viaggio sulle tracce del fondatore dell’Opus Dei”, editato nel 2006 dalla casa editrice “Progetto 2000”.

Apprendo così – e non mi meraviglio – che la Calabria è la regione con il maggior numero di strade, piazze, strutture pubbliche e sacre immagini dedicate al benemerito fondatore spagnolo.
Bene, diranno molti di voi e così penserà anche l’ingegner marchese Giuseppe Corigliano (detto Pippo), potentissimo e immarcescibile direttore dell’Ufficio informazione dell’Opus Dei, che in Calabria è di casa: che male c’è? Nessuno. Lo spirito dell’Opus Dei – riporto fedelmente dal sito istituzionale - “è aiutare a trovare Cristo nel lavoro, nella vita familiare e in tutte le attività quotidiane”. Evidentemente in Calabria ci sono più persone che hanno bisogno di trovare Cristo.
E non ne dubito: soprattutto intorno al Santuario aspromontano di Polsi, magari a settembre quando si dedica una settimana di venerazione alla Madonna della Montagna.
E passiamo a De Magistris e alla sua inchiesta Why Not. L’11 ottobre 2007 il magistrato interroga Giuseppe Tursi Prato, ex consigliere regionale, un tipino fino, già spedito in carcere per associazione mafiosa e corruzione che – chiamato a rispondere delle sue frequentazioni – dichiarerà di appartenere all’Opus Dei ma di far parte di quelli che in Calabria non ne hanno mai tratto vantaggio (e come no, dicono sempre e tutti così!).
E ricorda, nella stessa occasione, che legatissimo all’Opus Dei era Franco Morelli, ex Dc, ex An, ex capo di Gabinetto dell’ex Governatore della Calabria Giuseppe Chiaravalloti, attualmente consigliere regionale, amico di Saladino e amante di Topolino (leggo dalla sua scheda personale sul sito della Regione Calabria questo fondamentale tratto distintivo dell’uomo attualmente indagato dalla Procura di Paola in un filone dell’inchiesta Why Not relativo all’utilizzo di fondi Ue.
Le ipotesi di reato al vaglio della Procura: truffa aggravata, peculato e abuso d’ufficio).
Il 5 gennaio 2008 Caterina Merante, superteste dell’inchiesta avocata a De Magistris, escussa dalla Procura generale di Catanzaro, ricorderà l’appartenenza all’Opus Dei dell’ingegner Giuseppe Lillo, del Consorzio Brutium e società satelliti, tutte creature dirette o indirette – secondo De Magistris - di Saladino. Anche Lillo è indagato dalla Procura di Paola nello stesso filone di indagine di Morelli. Indagati a Catanzaro per l’inchiesta madre sono invece – tra gli altri – Eugenio Luigi Conforti e Sabatino Savaglio (quest’ultimo uomo ombra e penombra di Saladino).
Se questi ultimi due facciano parte dell’Opus Dei solo Iddio lo sa, visto che l’appartenenza alla congregazione è quasi sempre tenuta “riservata” (cioè segreta, esattamente come la massoneria).



Per certo i mortali sanno invece che i due siedono ancora nel consiglio direttivo della Compagnia delle Opere della Calabria (consultare il sito per credere).
Ma De Magistris si era già imbattuto in due faccendieri – Liso e Scelsi – che, come si può leggere a pagina 253 dell’inchiesta Why Not “erano molto vicini all’Udc, ai vertici militari e all’Opus Dei”. 
E ancora troviamo una descrizione poco lusinghiera del volto affaristico, quando a pagina 255/256 l’ex Pm raccoglie alcune testimonianze secondo le quali alcuni appalti sanitari a Vibo potevano essere ottenuti attraverso l’intermedizazione di personaggi legati all’Opus Dei, così come era possibile concludere, nello stesso modo, vantaggiose compravendite immobiliari.
Oltre a De Magistris, si possono contare sulle dita di una mano quelli che in Calabria hanno acceso i riflettori sull’Opus Dei.
Tra questi il segretario nazionale del Pri – partito che vanta con orgoglio tradizioni massoniche – Francesco Nucara, deputato di Reggio Calabria. Intervistato da Calabria Ora il 14 agosto 2006 dichiarerà con una frase a effetto ma non casuale che “l’Opus Dei in Calabria è molto più radicata della massoneria”. Nucara – detto per inciso – è quello che a fine 2005 a Bologna, da sottosegretario all’Ambiente nel Governo Berlusconi, intervenne con un messaggio al Bicentenario del Grande Oriente d’Italia, concludendo il suo testo inviato ai relatori del convegno “La Massoneria italiana dalla Repubblica ai giorni nostri”, con un “caro fraterno saluto a tutti voi”. Chiaro?
Nucara è lo stesso Nucara chiamato in causa dai magistrati calabresi Enzo Macrì e Antonio Lombardo allorchè riportarono in sentenza che “su un’ autovettura intestata ad un affiliato della ‘ndrangheta è stato rinvenuto materiale di propaganda elettorale per il candidato del Pri Nucara Francesco, che secondo voci di pubblico dominio raccolte dai Carabinieri, durante la campagna elettorale era stato appoggiato dalle cosche mafiose facenti capo a Serraino Francesco, De Stefano Paolo, i Tegano, i fratelli Libri, Araniti Santo, Frascati Antonio e i fratelli Caridi”. Voci che Nucara smentì con forza minacciando querele contro ignoti per quel rapporto dei Carabinieri che lo indicava come il candidato di un gruppo di ‘ndrine. Nucara sarebbe inoltre indicato parente, per parte di madre, del boss di ‘ndrangheta Domenico Libri (si veda "Cirillo, Ligato, Lima, tre storie di mafia e politica” a cura di Nicola Tranfaglia, edizioni Laterza).

Mentre De Magistris – suppongo essendone conscio – stava firmando da solo il foglio di via dalla Calabria per i troppi poteri occulti toccati, lambiti o scoperti, il 31 dicembre 2007 la Diocesi di Locri-Gerace - nella quale ricade anche il Santuario di Polsi sacro ai calabresi devoti e ai boss di ‘ndrangheta, devoti più dei santini (da bruciare) che dei santi in vita o morti – ha ospitato l’ultimo giorno pastorale di Monsignor Giancarlo Maria Bregantini. Da un giorno all’altro la Chiesa decise di “promuoverlo” e spedirlo a Campobasso. Che promozione eh! E’ come se Giorgio Napolitano, da Presidente della Repubblica, fosse spedito a fare il presidente del consiglio comunale di Isernia.
«In questi anni – dichiarerà al Corriere della Sera il 7 novembre 2007 Mario Schirripa, fedele collaboratore di Bregantini - abbiamo combattuto la ' ndrangheta e la massoneria. Abbiamo dato battaglia anche contro chi non si espone. Credo che ora tutte queste persone si siano presi la rivincita».
''La ‘ndrangheta e le cosche sono strumento di peccato.
Come pure la massoneria deviata, spesso collusa con la mafia, in un intreccio di interesse losco e pericoloso, perchè favorisce non il bene comune, ma sempre e in modo prevalente il bene privatistico.
Questo è il vero peccato della massoneria, oggi, in terra di Calabria” aveva tuonato nella giornata dell’Avvento del 2005 Monsignor Bregantini ma nel giugno 2006 durante i corsi della Scuola di formazione all’impegno sociale e politico “Don Giorgio Pratesi” della Diocesi di Locri-Gerace sugli “Intrecci tra ‘ndrangheta e massonerie coperte” rincarerà la dose tanto da ricevere la durissima reazione di Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia che non escluse di adire le vie legali.
Ben sapendo, tutti, che fior di pentiti hanno fatto riempire ai magistrati centinaia di pagine di verbale nelle quali sottoscrivevavo – pagina per pagina – lo stretto e quasi inscindibile legame che in Calabria esiste tra ‘ndrangheta e massoneria coperta.
Monsignor Bregantini, dunque, ne aveva le scatole piene della massoneria deviata e non faceva nulla per nasconderlo.

Come De Magistris, che oltretutto aveva cominciato anche a penetrare nell’impenetrabile Opus Dei.
Ma…un momento… Questo film lo abbiamo già visto.
E già! Correva il 1992 e l’allora Procuratore della Repubblica di Palmi, Agostino Cordova, mirò agli stessi obiettivi “sensibili”.
Fu rimosso e spedito a Napoli (guarda tu, proprio come De Magistris) e da lì si son perse le tracce.
E – ironia della sorte – un altro De Magistris Luigi si è scottato con l’Opus Dei. Arcivescovo, penitenziere maggiore della Santa Sede dal 2001 al 2003, consulente della congregazione per le cause dei Santi. Fu rimosso perché l’Opus Dei non gli perdonò mai di essersi pronunciato, unico curiale di spicco, come ricordò il giornalista dell’Espresso Sandro Magister nel numero in edicola il 24 ottobre 2003, contro la beatificazione del fondatore Josè Maria Escrivà de Balaguer.
E dovette anche dire addio alla berretta cardinalizia che gli sarebbe toccata per tradizione.
Vuoi vedere che l’unico a capire tutto è stato Giuliano Di Bernardo, ex maestro del Grande Oriente d’Italia? Sono andato a ripescare un articolo del 17 luglio 2003 sull’”Opinione”, un quotidiano semi-sconosciuto particolarmente sensibile, a giudicare dall’attenzione che gli dedica, al richiamo della massoneria. Ecco il titolo: “Una super lobby per massoneria e Opus Dei – Giuliano di Bernardo mette insieme il diavolo e l’acqua santa e fonda l’Accademia degli Illuminati”.
Laici e cattolici, tutti insieme appassionatamente.
La Calabria dei poteri forti, occulti e contorti - che combatte Bregantini e De Magistris e li abbandona al proprio destino – evidentemente l’”Opinione” non la legge.
La Calabria in cui la “massoneria deviata” batte e combatte o si allinea e si allea (a seconda della convenienza) con la “massoneria bianca deviata”, l’Accademia degli Illuminati (scusate ma il nome a me fa sorridere, avrei preferito chessò… lo Zecchino D’Oro, se il nome non fosse già coperto da copyright) non la illumina proprio.
Tantomeno, credo, illumina la democrazia e il futuro di una terra dal destino ormai segnato (così come quelli di De Magistris e Bregantini), che il solo Architetto Illuminato che io riconosco - Signore Nostro Gesù Cristo - potrebbe salvare. Ammesso che gli avanzi un miracolo.


roberto.galullo@ilsole24ore.com

venerdì 8 giugno 2012

VATICAN CONNECTION E OPUS DEI, OVVERO IL LATO OSCURO DELL'ORACOLO... part 1°


Ufficialmente la Banca Vaticana è nota come l’Istituto per le Opere di Religione o IOR.
In ogni caso la religione ha ben poco a che fare con la Banca, a meno che ci si riferisca ai cambiavalute che si sono nella Chiesa. Mentre i cambiavalute stavano semplicemente fornendo un servizio, in modo che le tasse del tempio potessero essere pagate, la Banca Vaticana è stata coinvolta in evasione fiscale, imbrogli finanziari e riciclaggio di oro nazista.
Il Papa, come unico azionista della Banca Vaticana, è uno degli uomini più ricchi al mondo e, per associazione, uno dei meno etici.
L’Istituto è un organismo finanziario vaticano – secondo una definizione data dal cardinale Agostino Casaroli – ma non è una banca nel senso comune del termine.
Lo Ior utilizza i servizi bancari, però l’utile non va, come nelle banche normali, agli azionisti (che nel caso dello Ior non ci sono) ma risulta a favore delle “opere di religione”.
La Banca Vaticana non è responsabile né verso la Banca Centrale del Vaticano né verso il Ministero dell’Economia; infatti, funziona in modo indipendente con tre consigli d’amministrazione: uno è costituito da cardinali di alto livello, un altro è costituito da banchieri internazionali che collaborano con impiegati della Banca Vaticana e per ultimo un consiglio d’amministrazione che si occupa degli affari giornalieri.
Tali strutture organizzative così chiuse sono la norma nella Santa Sede e sono utili per mascherare le operazioni della Banca. Lo IOR funziona come banchiere privato della Chiesa, dal momento che si adatta perfettamente alle esigenze di una Banca diretta dal Papa.
A ogni cliente viene fornita una tessera di credito con un numero codificato: né nome né foto.

Con questa si viene identificati: alle operazioni non si rilasciano ricevute, nessun documento contabile. Non ci sono libretti di assegni intestati allo Ior: chi li vuole dovrà appoggiarsi alla Banca di Roma, convenzionata con l’istituto vaticano.
I clienti dello Ior possono essere solo esponenti del mondo ecclesiastico: ordini religiosi, diocesi, parrocchie, istituzioni e organismi cattolici, cardinali, vescovi e monsignori, laici con cittadinanza vaticana, diplomatici accreditati alla Santa Sede.
A questi si aggiungono i dipendenti del Vaticano e pochissime eccezioni, selezionate con criteri non conosciuti. Il conto può essere aperto in euro o in valuta straniera: circostanza, questa, inedita rispetto alle altre banche. Aperto il conto, il cliente può ricevere o trasferire i soldi in qualsiasi momento da e verso qualsiasi banca estera. Senza alcun controllo. Per questo, negli ambienti finanziari, si dice che lo Ior è l’ideale per chi ha capitali che vuole far passare inosservati.
I suoi bilanci sono noti a una cerchia ristrettissima di cardinali, qualsiasi passaggio di denaro avviene nella massima riservatezza, senza vincoli né limiti.
Nonostante sia di proprietà del Papa, la Banca, sin dal proprio inizio, è stata più volte coinvolta nei peggiori scandali, corruzione e intrighi. Sotto felice auspicio, l’apertura della banca nel 1941 per ordine di Pio XII, altresì chiamato il Papa di Hitler, ha fornito convenienti sbocchi bancari ai fascisti italiani, all’aristocrazia e alla mafia. (da «Tutto quello che sai è falso», Di Jonathan Levy).
Già dai primi del Novecento i Rothschild di Londra e di Parigi trattavano con il Vaticano, ma con la gestione Nogara gli affari e i partner bancari aumentarono vertiginosamente: Credit Suisse, Hambros Bank, Morgan Guarantee Trust, The Bankers Trust di New York (di cui Nogara si serviva quando voleva comprare e vendere titoli a Wall Street), Chase Manhattan, Continental Illinois National Bank.
Nel 1954 Bernardino Nogara decide di ritirarsi senza tuttavia interrompere l’attività di consulente finanziario del Vaticano, che continuò fino alla morte, avvenuta nel 1958.

La stampa dedicò poco spazio alla sua scomparsa, ma il cardinale Francis Spellmann di New York pronunciò per lui un memorabile epitaffio: «Dopo Gesù Cristo la cosa più grande che è capitata alla Chiesa cattolica è Bernardino Nogara». Al geniale banchiere, nel corso della sua lunga attività, venne affiancato il principe Massimo Spada. Anche lui mostrò lungimiranza e spregiudicatezza nella gestione degli interessi del Vaticano e si lanciò in varie operazioni, la maggior parte delle quali – come si è visto – in collaborazione con Michele Sindona.
Lo Ior, in quanto istituto che opera con modalità proprie, non è mai stato tenuto a nessun tipo di informativa – né verso i propri clienti, né verso terzi – né tanto meno a pubblicare un bilancio o un consuntivo sulle proprie attività.



All’epoca del caso Calvi-Ambrosiano, l’istituto doveva rispondere, in via puramente teorica, a una commissione esterna di cinque cardinali, ma di fatto gli amministratori si muovevano senza alcun vincolo. A favore di chi, allora, operava lo Ior? Marcinkus dichiarò che i profitti erano realizzati «a favore di opere di religione» e che «qualsiasi guadagno dello Ior è a disposizione del Papa».
Ma come osserva Bellavite Pellegrini: «Con le sue caratteristiche, lo Ior veniva veramente ad assomigliare a un inter-mediario che agisce su una piazza off shore» (da Ferrucci Pinotti “Poteri Forti” ).
Lo Ior, che ha una personalità giuridica propria, è retto da un “Consiglio di soprintendenza” controllato da una Commissione di cinque cardinali: si tratta del nucleo di vigilanza.
I porporati, però, non hanno generalmente alcuna competenza finanziaria.
Il loro dovrebbe essere un controllo morale. Un ruolo più tecnico è svolto dal “Consiglio di amministrazione” composto di cinque laici ed un direttore generale. L’Istituto intrattiene rapporti valutari e creditizi con clienti e banche italiane, opera attivamente sul mercato finanziario internazionale, gioca in borsa, investe, raccoglie capitali; tuttavia, come istituto estero, non è sottoposto ad alcun controllo da parte delle autorità di vigilanza italiane.
La Banca Vaticana afferma di non aver nessun documento relativo al periodo della Seconda Guerra Mondiale; infatti, secondo il procuratore della Banca Vaticana, Franzo Grande Stevens, lo IOR distrugge tutta la documentazione ogni dieci anni, un’affermazione alla quale nessun banchiere responsabile crederebbe. Ciononostante, altre documentazioni esistono in Germania e presso gli archivi americani, che dimostrano i trasferimenti nazisti di fondi allo IOR dalla Reichsbank, e altri dallo IOR alle banche svizzere controllate dai nazisti.
Un famoso procuratore specializzato nelle restituzioni dell’Olocaustoha documentato i trasferimenti di denaro dai conti delle SS a un’innominata banca romana nel settembre 1943, proprio quando gli Alleati si stavano avvicinando alla città.
Dalla fine degli anni Settanta, lo IOR era divenuto uno dei maggiori esponenti dei mercati finanziari mondiali. Sotto la tutela del vescovo americano (uno spilungone di 191 cm) Paul Marcinkus, il vescovo Paolo Hnilica, Licio Gelli, Roberto Calvi e Michele Sindona, la Banca Vaticana divenne parte integrante dei numerosi programmi papali e mafiosi per il riciclaggio del denaro, in cui era difficile determinare dove finiva l’opera del Vaticano e dove cominciava quella della mafia.

Il Banco Ambrosiano dei Calvi e numerose società fantasma dirette dallo IOR di Panama e del Lussemburgo presero il controllo degli affari bancari italiani e funsero da canale sot-terraneo per il flusso di fondi verso l’Europa dell’Est, in appoggio all’Unione nazionale anti-comunista.
Marcinkus, capo dello IOR, fu Direttore del Banco Ambrosiano (a Nassau e alle Bahamas), ed esisteva una stretta relazione personale e bancaria fra Calvi e Marcinkus. Sfortunatamente, molti di quelli coinvolti non erano solo collegati alla mafia, ma erano anche membri della famigerata loggia massonicaP2, con il risultato finale della spartizione del denaro di altre persone, inclusa una singola transazione di 95 milioni di dollari (documentata dalla Corte Suprema irlandese).
Non appena le macchinazioni vennero a galla a causa di un errore di calcolo attribuito a Calvi, le teste cominciarono letteralmente a rotolare.
L’impero bancario Ambrosiano fu destabilizzato da uno scontro ai vertici del potere interno, che coinvolgeva la Banca Vaticana, la mafia e il braccio finanziario dell’oscuro ordine cattolico dell’Opus Dei. L’Opus Dei, in ogni caso, decise di non garantire per il Banco Ambrosiano e Calvi fu trovato «suicidato», impiccato sotto il ponte di Blackfriars a Londra, con alcuni sassi nascosti nelle tasche, una scena ricca di simbolismo massonico.

di TONY BRASCHI

giovedì 31 maggio 2012

TERREMONTI... OVVERO "LA MALEDETTA PRIMAVERA DEL BECCHINO" !!!



Il Governo tecnico anno 2012 mi ricorda un becchino...
Puzza di cimitero, di zolle calpestate e fiori appassiti lasciati marcire in vasi di vetroresina...
Nel cielo solo nuvole, pioggia ed il vecchio adagio "Piove Governo ladro", calza a pennello e si intona al clima instaurato dopo il Golpe invisibile...
E' interessante come il Golpe non sia stato percepito, come un popolo abbia accettato che personaggi non eletti prendessero le redini del potere direttamente... In fondo è piaciuto che qualcuno abbia deciso per LORO, è una regressione infantile allo stadio primordiale ANALE...
Oggi anche coloro che in un primo tempo salutavano i Tecnici come salvatori della patria si stanno ricredendo, l'enusiasmo iniziale inizia a vacillare e inizia a serpeggiare anche nella maggioranza silenziosa, in questo caso quella di centrosinistra, i primi dissensi e le prime prese di coscienza sul vero volto di questo scempio moderno creato dai poteri forti...
Anche i servi intellettuali di sinistra che scrivono sui giornali nazionali, inizano a storcere il naso, non tutti, ma meglio tardi che mai...
Essi vedevono in Monti colui che avrebbe tolto di mezzo RE SILVIO, senza capire che uno era conseguente all'altro, senza capire che RE SILVIO aveva avuto il compito trentennale di rieducare un popolo e dirigerlo verso il basso astrale e senza capire che RE MONTI avrebbe finito il lavoro, avrebbe tagliato tutti con la sua falce malefica...

Il Governo tecnico 2012 è un parco zombi degno del miglior ROMERO, parlano come automi, non sembra provino sentimenti ed anche quando piangono lo fanno a comando senza ausilio di cipolle, hanno in comune tutti quanti abnormi orecchie che farebbero impallidire anche i rettiliani, semmai esistessero, sono gelidi e i loro occhi non hanno profondità, se li osservi sembrano disegnati, si sentono superiori come fossero altra razza ed in fondo non hanno empatia umana quindi non provano senso di colpa... Loro eseguono il loro compito sinarchico senza se e senza ma, perchè sono programmati per quello...
Il Governo tecnico 2012 è un grande cimitero, ben organizzato, e MONTI è il becchino...
Quindi non stupiamoci del ritorno della strategia della tensione che, in tempi non sospetti, scrivevo sarebbe tornata in auge per ovvi motivi, ed infondo era una facile e banale previsione, bastava affacciarsi alla finestra  ed osservare...

Dalla nostra finestra si vede il cantiere del cimitero, lo vogliono ampliare, sta inglobando  a macchia d'olio tutte le strade, le città, il paese intero... Il becchino è arrivato, come un messagero mandato dall'alto o dal basso, a seconda del punto di vista, ed ora deve raccogliere cadaveri lungo il suo cammino, tanti cadaveri annunciati, cadaveri previsti e voluti...
Lui si limita a caricare sul suo carro nero i nostri corpi e ad aprire le bare...
E quindi via con il progetto stragista rinnovato, prima con finti anarchici dei servizi segreti che servono a destabilizzare ed a creare il clima adatto, poi con l'attentato di stato all'Istituto femminile di Brindisi, dove in un colpo solo si è voluto colpire simbolicamente la cultura e le donne, sulla scia del noto femminicidio in atto come rituale sempreverde da alimentare...
Altra curiosità interessante, la via dell'Istituto di Brindisi è via Aldo Moro ed ultimamente ritorna spesso questo nome che sembra rappresentare un messaggio in codice...
A Bologna, poco tempo fa, si è "suicidato" un consigliere comunale del PD, noto in città ma quasi sconosciuto a livello nazionale... Si è buttato dal 7 piano del palazzo della sede della Regione in via Aldo Moro, ed è morto lo stesso giorno esatto di Aldo Moro... Contemporaneamente il FAI ricalca malamente le gesta delle BR che uccisero Aldo Moro annunciando altri 7 colpi da sparare e poi abbiamo una bomba in via Aldo Moro a Brindisi...
Sicuramente sono coincidenze, per carità, ma sono curiose e significative...



Sembra che usino limguaggi militari presi a prestito dai linguaggi ermetici per firmare i loro delitti, i vari step del contenimento della massa, alimentano il plagio emozionale e servono a controllare l'attuale fase politica...
Come se non bastasse, ecco arrivare in Emilia Romagna, nelle sue province e nelle sue campagne, terremoti a catena non annunciati simili a quelli dell'Aquila di 2 anni fa...
Terremoti che non si limitano a qualche disastro immediato, ma continuano a sfogarsi nel tempo senza che nessun geologo o sismologo sappia un minimo prevederli o contestualizzarli...
Capitano a fagiolo proprio adesso, nel peggior periodo della vita repubblicana, nel mezzo di una crisi inventata dai datori di lavoro del nostro caro becchino che avrà tanto da lavorare ancora per molto e potrà scavare altre fosse ed ingrandire il suo personale cimitero post-moderno...
TERREMONTI è arrivato, gente scappate finchè potete, ha già pronte le vostre bare con sponsor Equitalia, che dal nome mi ricorda l'insegna di un noto macello equino decaduto...
La mattanza è arrivata, i cavalli di razza scappino nelle ultime praterie sconosciute alla falce del becchino...
IN ARRIVO NUOVI TERREMONTI !!!

MDD

venerdì 18 maggio 2012

NOME IN CODICE: "OLGA"... !!! OVVERO L'ANARCHIA DEI POTERI FORTI...


La notizia del solito sedicente gruppo anarchico che avrebbe gambizzato il "povero" manager ADINOLFI mi ripugna... Nel senso che sono 150 anni che la massoneria ed i servizi segreti deviati si prodigano ideando e finaziando cellule protorivoluzionarie da eteroguidare e manovrare come burattini...
Basta non se ne può più... !!! Ma la cosa penosa e ridicola è ascoltare intellettuali di sinistra che ancora ci credono e sono pronti a descrivere i meccanismi di eventuali terroristi rossi che nei fatti non esistono...
La firma è del ‘Nucleo Olga’, che prende il nome da “Olga Ikonomidou, nostra sorella delle CCF/FAI” e che sarebbe legato alla sedicente Federazione Anarchica Informale, gli “anarcoinsurrezionalisti”... Ovviamente è una falsa pista o semplicemente un livello inferiore della piramide, il primo gradino della struttura che cela i veri mandanti ed ideatori...
Sembra anche un nome tipico della letteratura degna del peggior 007... NOME IN CODICE OLGA... Potrebbe essere un bel soggetto per un futuro film di genere, invece è la cruda realtà e ci viene sbattuta in faccia come fosse reale... In questo periodo dove il sistema sta realizzando i suoi palinsesti REAZIONARI in linea con il N.W.O. c'è un ritorno alla strategia della tensione in stile anni 70, contemporaneamente ai soliti omicidi rituali mediatici pompati su tutte le reti nazionali come fossero telenovele senza fine... In tempi bui il sistema necessita di ripristinare il solito adagio medievalista "MEMENTO MORI", per spaventare le masse, controllarle e mantenere lo scettro del comando...
Insomma ristabilire i ruoli sociali che spesso ho analizzato...

Ma se vogliamo avere una visione d'insieme più ampia, possiamo notare che scientificamente il sistema, in tempo di crisi economiche globali, come quella che avvenne il 1929, presenta caratteristiche similari che si ripetono come pattern e loop identici tra loro...
Ad ogni crisi finanziaria indotta ed eteroguidata corrisponde sincronicamente una formazione politica populista o fascistoide ed i soliti gruppi insurrezionalisti dei servizi deviati...
E' un sincronismo sospetto perchè avviene sempre puntuale come un orologio svizzero...
Oggi in Italia notiamo il ritorno dei "famigerati anarchici" ed in altri paesi come l'Ungheria e la Grecia il ritorno dell'uomo nero fascista, portatore di un ordine paventato che nasconde ovviamente ben altro e in Grecia portatore di un nome sospetto, ALBA DORATA, che richiama fin troppo palesemente la GOLDEN DAWN, quasi irritante nella somiglianza...
Mentre i nostrani sedicenti anarchici del FAI, detti anche anarchici INFORMALI, che sembrano usciti da una Biennale anni 70, sono i nostri fake che serviranno al governo tecnico per soddisfare le esigenze padronali sinarchiche e giustificheranno il vittimismo dei potenti e delle strutture del potere che legittimamente si dovranno difendere dai terroristi e quindi dovrano lentamente imporre uno stato di polizia...Sistema accettato anche dai sudditi perchè indottrinati e plagiati dai media massonici da ormai troppi decenni...
Adinolfi e gli altri 7 bersagli, saranno il cavallo di troia di un FASCISMO FATTO IN PUNTA DI PIEDI, CHE FINALMENTE POTRA' IMPORRE IL CAMBIAMENTO A DESTRA DELLA COSTITUZIONE ITALIANA, ANCORA TROPPO DEMOCRATICA PER LE AGENDE DEGLI ILLUMINATI...
Il FAI, in scala nazionale e locale come in scala mondiale e globale Bin Laden, presenta le stesse caratteristiche di plagio emozionale, ha la stessa funzione politica, la stessa matrice, le stesse dinamiche operative,  glistessi militari dietro le quinte...
I SOLITI NOTI !!!

Ma la cosa più divertente è studiare i loghi ed i simboli esposti...
Possiamo fare i due esempi citati sopra...
Iniziamo dalla formazione politica greco fascista, ALBA DORATA...

IL RITORNO DELL'UOMO NERO :
-In Grecia hanno piazzato il solito gruppo di estrema destra dei servizi segreti, ma stavolta si sono un pò troppo scoperti con il simbolismo e le appartenenze...
L'ALBA DORATA, come dicevo precedentemente, si richiama alla GOLDEN DAWN, ma la cosa buffa è che hanno il simbolo somigliante a quello massonico della RAI ANNI 70, con la svastica stilizzata, sono rimasti ai tempi dei colonnelli greci, tempi bui di fascisti che odiavano gli uomini...Ora tornano armati dai sionisti e voluti dalla pancia elettorale reazionaria, quella che solitamente viene utilizzata dall'Oracolo per destrutturare i popoli per fagocitarne la ribellione...
Il loro programma elettorale prevede anche la pena di morte...
Ad ogni crisi economica corrisponde una ondata di gruppi reazionari che nascono in ognidove, finanziati dalla massoneria clerico-fascista...

SONO SINCRONISMI che dovrebbero far riflettere i fascisti complottisti in buona fede, se fossero onesti intellettualmente... Sono sincronici perchè uno è lo zerbino dell'altro, un pò come il fascismo ed il nazismo, che furono ideati ed inventati dai poteri forti sinarchici per contrastare le vere rivoluzioni popolari socialiste, troppo pericolose per il padronato ed ora, come nel 29, ecco ritornare queste formazioni in tutta Europa...
In Ungheria stesso discorso, il governo populista di estrema destra, vicino culturalmente alle società segrete NERE, come quelle di Millennium di Stig Larson, quelle del controllo della pedofilia, degli snuff movie e dei delitti rituali mediatici, e quella del terrorista di Oslo, per intenderci...
Esse servono come placebo per infognare la massa e deviarla dalla sua naturale presa di coscienza socialista ed a contenere le istanze popolari durante periodi storici di passaggio...



NOME IN CODICE "OLGA" :
La sedicente formazione anarchico insurrezionalista del FAI, viene fuori anch'essa sincronicamente alla crisi economica attuale, sembra voler osteggiare i protagonisti dei poteri forti, mentre colpisce personaggi importanti ma sempre minori, spesso sconosciuti ai più, difficilmente colpiscono un ministro della Repubblica, soprattutto quelli che contano e che sono allineati, mentre più facilmente si accontenatno di colpire i loro zerbini o coloro che sono in parte in contrasto con il sistema padronale... Servono a creare vittimismo mediatico e a giustificare la perdita dei diritti civili, strumenti utili per spostare il bilancino della politica nazionale a destra...
Ma la cosa più divertente, per chi conosce un pochino i simboli esoterici e templari, è che veicolano massivamente simbologia rosacrociana... Oltretutto, sia nei colori che nelle rappresentazioni grafiche, i simboli dell'estrema sinistra sono molto simili a quelli dell'estrema destra, anche se apparentemente sono lontanissimi... Ricordano anche l'estetica di regime comunista, simile a quella fascista del ventennio... Hanno la stessa impostazione culturale ed estetica, quindi sono logica emanazione degli stessi ALTI poteri...
Se analizziamo il simbolo del FAI, possiamo notare oltre alla stella, che ha diversi piani di lettura e significati, da quello storico socialista-comunista a quello del pentagono massonico/babilonese, la stessa per intenderci della Repubblica italiana e dei militari, il compasso formato dal semicerchio, le frecce che convergono verso il centro, simbolo dell'implosione e dell'antimateria, quindi simbolo NERO e anti-democratico, fino alla croce templare, derivata subliminalmente dalla intersezione delle frecce stesse verso il centro del logo... Come quello della tartaruga di Casapound che mostra una croce templare inscritta nell'ottagono della corazza rettile...
Talmente evidenti, una volta capiti e studiati, da essere quasi comici e ridicoli nella loro rappresentazione naif tipica degli ambienti militari...
OLGA etimologicamente significa SANTA o SATANA, colei che assiste ed aiuta...
Ma chi aiuterebbero questi sedicenti carbonari in erba???
I cassintegrati???
I licenziati???
Le famiglie proletarie???
La popolazione sottomessa???
O il governo sionista dei tecnici???

AI POSTERI L'ARDUA SENTENZA...