Un saluto al grande Dario Fo, un abbraccio all'uomo, all'intellettuale che meglio ha saputo denudare il Re attraverso la satira, l'intelligenza, il linguaggio, ed un benvenuto a Dylan, vecchia roccia rotolante, poeta di un mondo antico che non c'è più, o forse non è mai esistito.
Non sono in grado di dire se entrambi meritassero il Nobel, personalmente lo avrei dato prima a Fabrizio De Andrè e a Stanley Kubrick, o forse a nessuno di loro, perché ritengo il premio Nobel un retaggio di un mondo ipocrita.
-Ricordiamo che, nel 1888, mentre Alfred Nobel si trovava a Cannes, suo fratello Ludvig morì, e per errore un giornale francese pubblicò il necrologio della morte di Alfred condannandolo aspramente per l'invenzione della dinamite.
Il titolo del necrologio diceva "Il mercante di morte è morto" (Le marchand de la mort est mort): Alfred Nobel, colui che divenne ricco trovando il modo di uccidere il maggior numero di persone nel modo più veloce possibile. (wikipedia)
A seguito di questo episodio Nobel avrebbe iniziato a preoccuparsi di come sarebbe stato ricordato dopo la sua morte e quindi in lui sarebbe maturata la volontà di lasciare un migliore ricordo di sé.
La nascita del famoso premio ha origine dalla volontà di redenzione di un mercante di morte, quindi per concessione del Re di turno. Simbolicamente santifica lo status quo e dall'alto della sua regale giuria, indica il meritorio tra i tanti concorrenti del reality più aristocratico che ci sia.
-Un premio intriso di sangue che riconosce emeriti umani insigniti al rango pneumatico superiore, con annesse statuette sacre per la pace come Obama, Al Gore e Kissinger, non mi ha mai convinto.
Per carità, nella lunga lista dei vincitori ci sono anche tante personalità degne di tale onorificenza, ma ritengo sia un gioco strumentale politico attraverso il quale il sistema occidentale si indora e ci indora la pillola sociale del più bravo tra i bravi.
Con il Nobel nasce il concetto moderno di reality e di meritocrazia, però senza gara, con vincitori ad honorem, una sorta di competizione senza competizione, in base alle virtù espresse in vita e durante la propria luminosa carriera.
Un retaggio antico che è trasmutato sotto altra forma in un mondo bisognoso di modelli e di archivi di Stato ove catalogare le opere d'arte viventi, meglio se prossime alla morte nel caso di artisti, ancor meglio se morte nello stesso momento in cui si celebra il nuovo nato, dove si replica dalle sue ceneri il mito della Fenice sotto forma di vip, ma un po' tutti VIPere.
Il Mistero Buffo della Fenice dei vip e del suo eterno ritorno aleggia su di noi, trasmuta dal giullare al menestrello di Stato...
Drappi, tappetini regali, completi in Tait e rose rosse annesse ci portano nel mondo dorato della messa laica, in realtà estremamente religiosa, della premiazione, del BENEMERITISMO, delle medagliette e stigmate decorative luccicanti. Tra sorrisi a denti stretti o a gengive da cavallo, tra frizzi, lazzi e sollazzi, tutti insieme appassionatamente a celebrare questo mondo tanto cattivo, ma che in fondo può vantare eccellenze di gran croce, faro per le prossime generazioni di sudditi.
La premiazione è un po' come una piccola morte, una medaglia apposta sulla tomba senza il cadavere, la fine di un percorso, un fiore che non appassisce perché impregnato di un'energia egregorica socialmente condivisa, ed è interessante notare la significativa coincidenza astrale del lungo viaggio di Fo che fa simbolicamente il passaggio di consegne al menestrello americano.
La vecchia america in odor di elezioni politiche saluta il "meglio" che può rappresentare ed esprimere per farsi bella, nonostante il trucco stia scemando e le rughe siano sempre più evidenti.
Tra due loschi figuri contendenti alle politiche, Clinton e Trump, il terzo gode con occhiali scuri ed aria da becchino, incoronato direttamente dal presidente Obama.
Il buon Dylan progressista ripulisce in un nano-secondo lo specchio nei quali i sudditi proiettavano le loro immagini come ombre e mostra la faccia onesta a stelle e strisce.
Il messaggio mediatico internazionale è quello di morte e rinascita.
Quale cambiamento dobbiamo aspettarci, chi muore e chi rinasce???
Un messaggio subliminale come spot a favore della Clinton in evidente debacle???
A favore degli USA in contrapposizione a Putin il conservatore???
Quale evento ci aspetta alle porte, un nuovo conflitto militare globale annunciato e forse imminente?
O, semplicemente, una velleità aristocratica di veicolare e glorificare l'atto celebrativo in quanto tale, nel ritornello sempreverde dei ruoli sociali condivisi???
Dal giullare al menestrello siamo ancora in pieno medioevello...
«Luce luce lontana, più bassa delle stelle, quale sarà la mano che ti accende e ti spegne? Ho visto Nina volare tra le corde dell’altalena, un giorno la prenderò come fa il vento alla schiena…».
Così Fabrizio De Andrè poetizza, e dunque rinnova, una vecchia storia: quella di Erigone, la vergine sposa di Dioniso trasformata poi in costellazione, che fondò il mito dell’altalena.
Ma che senso ha ricercare queste ascendenze arcaiche, richiamare i significati sacri, gli usi visionari? In fondo l’altalena è solo un gioco, un innocente passatempo per bambini che però, qui sta l’arcano, mai lascia indifferenti, sempre turba l’anima in modo inspiegabile. Forse è perché viene da un tempo lontano, quando le distanze tra l’umano e il divino non erano, come oggi, incommensurabili, e quel gioco simboleggiava la loro congiunzione: una pratica estatica, per rigenerarsi al cospetto della zōḗ.
Nell’antica Grecia zōḗ significava Vita, senza nessuna caratterizzazione ulteriore e senza limiti: esistenza incondizionata. E questa zōḗ, che non ha contorni e neppure definizioni, ha il suo sicuro opposto in thánatos, la morte. Ciò che in zōḗ risuona in modo certo e chiaro è «non morte»: qualcosa che non la lascia avvicinare a sé; da questo Bataille vedrà nell’erotismo l’affermazione della Vita sino dentro la morte.
Rileggere un mito, in realtà, significa renderlo attuale; Schelling dice che nulla di ciò che è, e di ciò che diviene, può essere e divenire senza che un’altra cosa contemporaneamente sia e divenga, poiché all’interno della natura stessa non esiste nulla di originario, nulla di assoluto e per sé stante: gli atti di culto che hanno preceduto quelli attuali non erano semplici gesti di superstizione dovuti all’ignoranza dei fenomeni naturali, ma creazioni possenti generate da questa consapevolezza.
La vertigine e la maschera
L’altalena è dunque un gioco originariamente sacro, ma che tipo di gioco è? Secondo Roger Caillois nel suo La vertigine e la maschera, essa risponde al principio dell’Ilinx, della «vertigine»: l’ebbrezza che strappa al mondo razionale e mette, seppur per un solo momento, sull’orlo dell’imponderabile, esposti alla visione del gorgo – questo significa in greco la parola Ilinx– nel quale gorgogliano le forze che governano il mondo senza che le si possa mai governare.
Ancora e sempre l’attrazione per la «vertigine» resta una necessità della vita psichica; anche se la civilizzazione odierna l’ha voluta confinare in luoghi separati – come i Luna Park nei quali l’ebbrezza “normalizzata” non deve aprire le porte all’incontro con le forze della natura – una libera e semplice altalena, con il suo movimento “lunare”, ciclico, può generare un fugace incontro con l’Intelligenza della zōḗ.
Perché il cielo, ed il mondo sotto di esso, si muovono con movimento circolare? Si chiede l’egizio Plotino nelle Enneadi, e lui stesso risponde: perché imitano l’Intelligenza.
E il movimento circolare, prosegue il filosofo: «È un movimento della coscienza, della riflessione, e della vita che ritorna su se stessa, che non esce mai da sé e non passa ad altro, appunto perché deve abbracciare tutto in sé. Ma non l’abbraccerebbe se rimanesse immobile, né avendo un corpo, manterrebbe in vita le cose che contiene: infatti la vita del corpo è movimento. Sicché il movimento circolare risulta composto del movimento del corpo e di quello dell’anima, e siccome il corpo si muove per natura in linea retta, e l’anima lo trattiene, dai due deriva quel movimento che ha del movimento e della quiete».
E allora, nessun gioco come l’altalena può simboleggiare meglio la visione di un corpo e di un’anima uniti nel generare questa combinazione di quiete e movimento che riflette, sul piano del microcosmo umano, l’Intelligenza stessa che ordina ed abbraccia il Cosmo.
«Io, se non lo sapete figliuoli, vi ho data vita per mezzo della voluttà e del moto» dice la Venere rinascimentale e neoplatonica di Marsilio Ficino, divinità della Vita che genera altra vita secondo «voluttà e moto»; principio femminile che fornisce alla zōḗ quell’animazione caratterizzante propria delle vite particolari: le singole bíos.
Venere, «anima del Mondo» secondo Plotino, agisce dunque attraverso il moto ondeggiante che il suo paredro, Eros, suggerisce ai corpi. E come non associare queste caratteristiche alle sensazioni eccitanti, erotiche, che proviamo in altalena: la voluttà sensuale evoca il suo moto, il suo moto ondeggiante porta seco la voluttà.
Ma questa sensualità, l’erotismo del dondolio, arriva a noi dalla trasformazione di un gioco – l’altalena – che antichi miti descrivono come simbolizzazione della morte; per questo il nesso tra morte ed erotismo sfugge a chiunque non ne veda il senso religioso! Inversamente, il senso delle religioni sfugge a chiunque trascuri il legame che esso presenta con la morte e l’erotismo.
Estendere la trama delle analogie significa essere sostenuti, nella nostra ricerca, dalla tela della realtà; questa preziosa unità analogica potenzia il nostro essere nel Mondo.
Un obiettivo esistenzialmente ed essenzialmente politico dunque, poiché questi termini sono aspetti di uno stesso divenire, di una potenza dell’esserci che manifestiamo attraverso la nostra singolarità pienamente dispiegata.
Il mito greco: Erigone
Ecco, allora, il mito delle origini: un pastore di nome Icario ricevette da Dioniso il segreto del vino. Di questo nettare egli fece dono ai suoi colleghi pastori che, credendosi avvelenati, lo uccisero. La fedele cagna Maira corse a cercarne la figlia Erigone che, di fronte al cadavere del padre, lanciò una maledizione prima di impiccarsi per il dolore: da quel giorno, nella ricorrenza del suo gesto, tutte le vergini si sarebbero impiccate sino a quando gli assassini del padre non fossero stati trovati ed il suo sacrificio espiato.
E così andò; di fronte a quel susseguirsi di impiccagioni verginali gli abitanti di Atene si rivolsero all’oracolo delfico, che sentenziò la necessità di inventare un gioco che potesse simboleggiare l’impiccagione senza causare la morte. Così nacque il rito dell’altalena.
Ma, per comprendere appieno il mito, dobbiamo situarlo all’interno della sua evoluzione: le storie non vivono mai vite solitarie, sono inserite in un grande albero del quale dobbiamo ritrovare le radici attraverso i rami.
Il fondamento storico cultuale sul quale si basa questa ricostruzione del rito tratto dal mito risale ad un’epoca molto più remota: alla taurocatapsia minoica in onore della Grande Dea mediterranea. Il salto tra le corna del toro, infatti, simboleggiava il moto oscillante dell’altalena sulla quale stava seduta la Dea, mentre l’animale era una sua ipostasi teriomorfa.
A riprova di ciò, nella zona che circonda il palazzo di Aghia Triada, presso Phaestos, venne trovata una statuina di terracotta, risalente al XVI secolo a.C., che rappresenta una figura femminile che si dondola in altalena. Il luogo di rinvenimento era un piccolo reliquiario e la statuetta, sormontata da due uccelli che stanno per spiccare il volo, forse mediatori tra il mondo dei mortali e quello degli dei, evoca, all’interno dell’arte minoica, l’ipostasi della divinità che, in questa cultura, significa l’altro da sé, lo «spettatore divino».
A Malthi in Messenia e a Mari in Mesopotamia si trovarono altre due statuette della Dea, risalenti allo stesso periodo, seduta e approntata per la sospensione.
Una figura femminile in trono che doveva essere destinata a dondolarsi la troviamo anche in un santuario della dea babilonese Ninhursag, risalente al III millennio a.C., come pure in varie parti della Grecia sono state rinvenute figure preistoriche che, come gli oscilla romani, erano destinate allo stesso scopo.
Alle origini, dunque, la sfera del mito e del suo rito appare molto più ampia e decisamente meno tinteggiata di toni oscuri rispetto al mito greco, essendo certamente presente il tema della morte ma, più ancora, quello della rinascita.
E di morte e rinascita parla il simbolo più conosciuto di Cnosso, il regno della Grande Dea: il labirinto. «Una grande figura femminile della cerchia dionisiaca apparve su una tavoletta di Cnosso, in un contesto di poche parole senza nomi; e tuttavia fu il primo personaggio divino della mitologia greca che poté essere immediatamente conosciuto […] è la Signora del Labirinto: essa deve essere stata una Grande Dea. […] Socrate, nel dialogo che Platone pubblicò con il titolo di Eutidemo, nominò il labyrinthos e lo descrisse come una figura in cui è facilissimo riconoscere una linea a spirale o a meandro che si ripete all’infinito. […] Sia la spirale sia il meandro vanno intesi come percorsi che si fanno involontariamente avanti ed indietro, se si continua a seguirli»; così ci dice Kerényi nel suo Dioniso.
E «Io sono iltuo labirinto… », dirà Dioniso ad Arianna nella poesia di Nietzsche. Arianna «moglie di Dioniso», come dice Euripide nell’Ippolito, è una divinità lunare, legata alla parte umbratile dell’esistenza, come Persefone e Demetra.
Su alcune monete di Cnosso la troviamo raffigurata su una faccia, mentre su quella opposta compaiono i meandri del labirinto con iscritta una falce di luna. Questa sua caratteristica affinità con la costruzione dedalica le consentirà di orientare Teseo, ma anche di identificarsi con il movimento dell’altalena, che riproduce le fasi lunari nel loro continuo mutamento: come i meandri del labirinto.
Le tre fasi della luna si riflettevano anche nella figura della Grande Dea come vergine, ninfa e vegliarda. Altra identificazione fu quella che vedeva la vergine associata all’aria, la ninfa alla terra e la vegliarda al mondo infero.
Queste letture gettano luce anche sulla modalità della morte di Arianna, o di una delle sue morti, quella per suicidio mediante impiccagione, che la identificherà poi con Erigone. Il mito, in questo caso «esistenziale» – come lo storico delle religioni Raffaele Pettazzoni definiva quelli che simbolizzano le fasi della vita – non va separato dal rito che lo richiama e lo attualizza.
E allora possiamo pensare all’altalena come ad un gioco che “svolge” il labirinto; una sorta di trasformazione del percorso terrestre, forse in origine una danza, in moto pendolare: la traiettoria, che richiama la falce di luna, ne risolve i meandri in eterne oscillazioni.
Luna ed altalena divengono così le facce di una metafora aerea che richiama le fasi di una perenne ricerca interiore, mai terminata, inesausta; una prova continua, a tratti mortale, che sembra tornare incessantemente al punto di partenza, e della quale il labirinto è sempre stato il simbolo più immediato.
Anche nei Misteri di Eleusi le danze labirintiche rappresentavano il cammino dell’anima verso la sua liberazione; i motivi a meandro, presenti in maniera ubiquitaria in ogni tempo e luogo, sono un simbolico riferimento alla zōḗ non passibile di interruzioni. Seguendo queste suggestioni capiamo perché nel palazzo di Cnosso il corridoio dal soffitto a meandri conduce verso la principale fonte di luce della costruzione, chiara simbologia della rinascita.
Dioniso e l’altalena
Questi riferimenti iniziali ad Arianna, ed al labirinto come percorso ripetitivo, un «avanti ed indietro», servono ad inquadrare le ascendenze dionisiache del mito fondatore: la storia di Erigone, l’«Arianna di Ikarion» che diverrà la prima baccante, vergine e amante del dio; una delle tante personificazioni della Grande Dea che, all’inizio della storia mediterranea, presiedeva al rinnovamento eterno della Vita.
E allora entriamo più a fondo nel mito greco che, per primo, come tutti i miti, ci descrive la festa delle altalene, e facciamolo guardando al firmamento, alla costellazione celeste in cui è fissato per sempre. Se l’andare in altalena è un riferimento polare nel cielo microcosmico delle nostre immagini archetipiche, è naturale che abbia un corrispettivo proprio nella costellazione che ci narra la sua storia: la Vergine o, in altre versioni, Sirio.
Nel mito, ripreso da Eratostene, Sirio appare come la cagna Maira, la “scintillante”, un nome proprio per una tale stella.
È la «luce lontana» che si vede in inverno cui fa riferimento De Andrè nella sua canzone Ho visto Nina volare, dove il mitologema dell’altalena viene ripreso in ogni suo aspetto.
È questa cagna, poi trasformata da Dioniso in luminoso astro, che troverà il cadavere di Icario, l’eroe del dêmos di Ikarion, al quale il dio aveva deciso di far dono del vino. Ma, come spesso accade nelle relazioni diseguali tra uomini e dei, nell’asimmetria che vige tra la finitezza dell’umanità e l’indifferenza delle divinità – direbbe Varrone: parchissime di misericordia – il segreto procedimento si rivela, per il suo portatore, una maledizione.
Icario, infatti, viene ucciso dai suoi amici – mandriani dei boschi di Maratona presso il monte Pentelico – poiché accusato ingiustamente di averli avvelenati proponendo loro di gustare il nettare senza tagliarlo con l’acqua, come Enopione più tardi consigliò di fare. Dioniso dunque, il dio che muore e rinasce, protagonista della tragedia greca, signore dellazōḗ, è all’origine del mito greco dell’altalena, che a lui sarà legata anche da altre pratiche tutte riconducibili all’essenza del «dio dell’ebbrezza», quella situazione particolare di «vortice» del quale il vino è l’araldo.
Gli antichi mitografi, quelli precedenti Eratostene, dicono che dopo l’uccisione di Icario da parte dei pastori che si credevano avvelenati, la cagna Maira, fedele compagna dell’emissario dionisiaco, torna da sua figlia Erigone per avvertirla della tragedia paterna. Comincia così l’angosciante erranza della ragazza alla ricerca del corpo amato, un topos che include, tra molti altri, la ricerca del cadavere smembrato di Osiride da parte della sorella-amante Iside.
Significativa prefigurazione di quello che sarà lo strumento simbolico che libererà le vergini attiche dalla sua maledizione, l’altalena appunto, Erigone, «copiosa figliolanza», traduce il suo nome Graves, oppure «nata all’alba» – tutti appellativi che la includono in uno degli aspetti della Grande Dea – viene, nei miti più antichi, chiamata Alêtis, l’errante, con riferimento non solo all’errabonda e disperata ricerca del cadavere, ma anche al suo carattere lunare, di perenne mutazione astrale.
La luna e la morte – aspetti della Grande Dea – si sovrappongono alla figura di Erigone sulla sua altalena, così come lo sbocco del mito sarà verso la rigenerazione e la vita.
Erigone erra dunque come la luna nel cielo, senza posa. A volte scompare, nera ed invisibile, minacciosa, come inghiottita dal mondo infero. Se per la civiltà greca Dioniso è oramai il dio della zōḗ, la vita senza caratterizzazioni, Erigone, figura epigona della Dea, ne è il principio animatore, caratterizzante: colei che dà l’anima alle bíos.
La zōḗ indifferenziata, infatti, cerca l’animazione: per caratterizzare le sue forme, le suebíos, ha sempre bisogno del principio femminile. Questo «fare anima» – mutuando la celebre espressione di Keats – è necessario alla zōḗ per trascendere il suo stadio seminale, totipotente ma indistinto, e trasformarlo in atto. Erigone, quindi, è il principium individiationis di Dioniso.
Qui la complementarietà simbolica tra le due divinità è evidente; si può dire che siano aspetti dello stesso Principio che si esprime attraverso attributi diversi; dalla relazione tra Erigone e Dioniso nascerà anche un figlio, Stafilos, che può essere inteso come la zōḗ che si rende carne: Stafilos morirà e risorgerà, come il dio stesso.
Anche con Arianna avviene tutto questo: una versione del mito ci narra della «Signora del Labirinto» che muore di parto e del figlio nato nell’Ade; una nascita mistica che riprende così il mitologema della Grande Dea che procrea la sua discendenza.
«E così Arianna divide con tutti coloro che appartengono a Dioniso un destino tragico e, coi più eletti di questi, anche la sua liberazione dall’Ade dopo la morte e la sua elevazione all’Olimpo», ci ricorda Otto.
In altre versioni del mito, narrate da Igino, Apollodoro ed Eliano, è Dioniso stesso che viene ucciso dai pastori, ed Erigone piange il suo sposo affetta da una forma di mania che la raffigura così come la prima baccante. Si impicca dunque ad un albero che potrebbe essere anche una vite scaturita dal corpo dell’amante; in tempi lontani questa sviluppava un vero e proprio tronco, ancora visibile in alcuni musei di storia naturale, come quello di Firenze.
Graves sostiene invece l’ipotesi del pino, nominato da Virgilio nelle Georgiche: lo stesso albero sotto il quale il frigio Attis fu castrato.
In altre narrazioni dal corpo del dio scaturirà la vite, e il suo sacrificio darà agli uomini il mezzo per raggiungere l’ebbrezza, attraverso la quale egli tornerà ogni volta a rinascere, continuando così il ciclo della Vita.
Erigone dunque, come nel mito di Iside e Osiride, termina il suo vagare al ritrovamento del corpo del padre o amante, Icario o Dioniso, che l’antica festa ateniese delle Anthestḗria – la festa dei germogli – faceva coincidere col Giorno delle Brocche (Choēs), nelle quali si trasferiva il vino per essere bevuto, ed in grandi paioli si cucinava la panspermia, una miscela di prodotti vegetali che esaltavano le forze vivificatrici della natura risorta. Lo stesso giorno le giovani vergini ricordavano il sacrificio di Erigone andando sulle altalene, leAiðra.
Era il momento in cui l’inverno volgeva alla fine ed i fiori cominciavano a spuntare dalla neve residua. Il verbo antheîn, che indica questo movimento floreale, dà appunto il nome alla festa, Anthestḗria, ed al suo mese, Anthestērin.
I versi di un ditirambo dicevano: «Ora è venuto il tempo, ora ci sono i fiori». Ma la scena del ditirambo non era l’Atene nei giorni della festa, bensì un richiamo ai fiori che Persefone stava cogliendo quando venne rapita da Ade, il signore del mondo infero. Ecco che torna, imperioso, il raccordo tra il gioco dell’altalena, la vergine impiccata, e la storia del dio che in questo periodo emerge dal mondo sotterraneo portando con sé anche le anime dei defunti ad abbeverarsi alle brocche col vino.
Le anime dei morti venivano chiamate díspioi: le assetate, e non di semplice acqua avevano sete, bensì del vino dei píthoi, i grandi recipienti di argilla aperti nel primo giorno della festa e dai quali il nettare dionisiaco veniva trasferito nelle brocche, nelle choēs, che davano il nome al terzo giorno delle celebrazioni.
Qui ci troviamo immersi pienamente in un’atmosfera frammista di ebbrezza e spiriti dei morti: dunque aperta al puro erotismo, ne dedurrebbe Bataille. Era questo delle Anthestḗria, infatti, anche il tempo in cui Dioniso, tornato dagli inferi, giaceva con le donne di Atene, tutte simboleggiate dalla Basilinna, la moglie dell’árchōn basileús.
In epoca romana lo stesso periodo veniva definito Mundus patet: il mondo infero restava aperto, seppure per pochi giorni, ma senza l’ebbrezza dionisiaca, e dunque senza l’erotismo della festa ateniese.
E così, il giorno delle brocche, le giovani andavano in altalena, in onore di Erigone; anche ai bambini era consentito dondolarsi, perché quel giorno essi imitavano tutto quanto accadeva pubblicamente nella grande festa. I giovani Kuroi bevevano il vino per la prima volta.
La relazione tra la morte e l’altalena dunque, come vediamo dal mito, è diretta: essa è un’attività comunque potenzialmente letale: per questo può simboleggiare la trasfigurazione simbolica della morte proprio a partire dalle sue intrinseche caratteristiche.
Il legame tra l’altalena e la morte rituale durante le celebrazioni dionisiache è anche dovuto all’indubbio carattere ctonio del dio poiché, come dice icasticamente Eraclito «Ade e Dioniso […] sono un’unica e medesima cosa», a sottolineare la cifra infera di una divinità legata, per metà della sua esistenza/ciclo, al mondo dei morti.
Ed infatti, durante le Anthestḗria risorgevano le anime dei defunti ma anche i keres, forme che veicolavano miasmi, influenze nefaste che dovevano essere purificate con katharmoi. L’ultimo giorno della grande festa, in conclusione di tutte le celebrazioni, nelle case venivano scacciate queste entità insieme alle anime dei defunti, oramai appagate dai culti a loro dedicati e dalle libagioni di vino, col grido «fuori i keres, sono finite le Anthestḗria!».
Ecco che, allora, come dice Otto, pienezza di vita e violenza di morte, ambedue sono in Dioniso egualmente misurate: nulla è attenuato, ma nulla è distorto.
Ma dove c’è Thanatos c’è anche Eros, e la festa delle altalene è impregnata di sensualità e di vera e propria sessualità, intesa e vissuta anche come momento problematico della vita muliebre, in cui avviene un passaggio non sempre facile a compiersi.
Ernesto De Martino, nel suo studio sui tarantolati, coglie appieno il legame tra fase puberale – dunque ancora “virginale” della vita femminile – e la stagione successiva, quella matrimoniale, con il corteo di pulsioni suicide legate al travaglio del momento.
La festa delle Aiðra assume dunque un connotato sessuale evidente, dato che il giorno dopo si celebravano le nozze della regina con Dioniso, e che la notte delle altalene era vista come preparazione a queste. In sintesi le vergini, identificandosi con Erigone, si preparavano esse stesse all’incontro col dio, proprio come la loro eroina aveva fatto all’origine del mito.
L’idea che qualcosa di altalenante servisse come scongiuro della cattiva sorte, auspicio beneaugurale, o come gesto di purificazione, la troviamo “imbalsamata” anche nel rito romano degli oscilla, che richiama il mito originario seppur “disumanizzato”.
Nel Libro II delle Georgiche (vv. 388 sgg.), infatti, compaiono questi versi oltremodo indicatori: «Et te, Bacche, vocant per carmina laeta, tibique oscilla ex alta suspendunt mollia pinu» (E te, Bacco, invocano con lieti carmi e in tuo onore appendono oscilla agli alti pini).
Il termine latino oscilla, da cui l’odierno «oscillazione», deriva da os-oris, bocca o più estensivamente faccia; probabilmente in origine un’effigie del dio stesso. Dunque è in onore di Dioniso, durante le Paganalia o le Sementivae faeriae, feste della semina, che vengono fatte dondolare queste immagini. Durante i Compitalia invece, feste in onore dei Lari, venivano appese figurine in legno che rappresentavano gli schiavi e i bambini della famiglia.
Nel periodo imperiale, infine, ogni casa aveva, sospeso tra i portici, un oscillum raffigurante varie divinità, sempre con una qualche ascendenza o correlazione dionisiaca. A questo proposito un oscillum molto ben conservato è visibile nella chiesa di San Clemente in Laterano a Roma, proveniente dal mitreo sottostante.
Maria e l’altalena
Anche la religione cristiana originaria assumerà caratteri dionisiaci, basti pensare a Gesù che si definisce «la vera vite» (Giovanni XV, 1-2) e come gli apostoli si debbano attaccare a lui «come grappoli al tralcio». L’anima cristiana si considerò, come l’orfica, serrata al corpo come in un sepolcro.
La teologia cristiana è in parte esoterismo dionisiaco: consideriamo soltanto la centralità del vino come simbolo di resurrezione. Ma, forse più essenziale ancora, è la relazione tra la Madonna, ciò che resta della Grande Dea nella concezione patriarcale cristiana, e Gesù, suo figlio, attraverso un rito che implica una oscillazione collettiva.
A Taranto, il Giovedì santo, la Madonna addolorata cerca il figlio morto nei sepolcri allestiti presso le varie chiese. Osservando la processione che la accompagna si notano subito i Perdoni che, a piedi scalzi, i volti coperti da un cappuccio (torna la maschera!), nazzicano, cioè si cullano – questo significa in dialetto la parola – assumendo questa camminata dondolante tutta la notte.
Anche chi porta la statua nazzica, come pure i fedeli tutti. Se si osserva lo sguardo della statua, oltre il velo nero (Eros e Thanatos) che lo adombra come fosse quello di una danzatrice del ventre – altra forma della maschera – si capisce che questo cercare non è dettato solo dal dolore, ma dalla volontà di dargli la possibilità di risorgere: è lei che fa rinascere il figlio.
Joseph Roth ne La cripta dei Cappuccini dice ad un certo punto: «Sempre una madre aspetta il ritorno di suo figlio, del tutto indifferente se questi se n’è andato in un paese lontano, in uno vicino o nella morte».
E questa attesa è un sentimento attivo, una forma di volontà, e produce una forza che tiene vivo il ricordo e dunque viva la persona.
Quando questa volontà viene esercitata da una moltitudine di persone diviene un atto di fede in grado di rigenerare la Vita.
Attis e Cibele, Dioniso e la Grande Dea attraverso la Basilinna nelle Antesterie… sono gli antecedenti divini del Cristo, così come Maria è ciò che ci rimane della Grande Madre.
L’ottica ecclesiale ovviamente capovolge polarmente la simbologia: il patriarcato cattolico ha voluto transustanziare la naturale rinascita della vita in quella della resurrezione eterna di un corpo morto, attribuendola al potere del Dio padre.
Ha spezzato così il nesso matriarcale tra vita, morte e rinascita, con la conseguenza evidente di far allontanare ancor più l’umanità da questo mondo e dal rispetto per la ciclicità dell’esistenza e di chi l’assicura: sotto la croce a deporre il Figlio è la Madre.
E dunque per il principio degli elementi costanti che regna nel mitologema della rinascita del figlio autogenerato da parte della Madre- essendo lo Spirito Santo emanazione di lei e non altro da lei – la lettura autentica del rapporto tra Maria e Gesù è chiara.
Questa non è una interpretazione eretica, ma solo l’evidenza della naturale evoluzione che parte dal rapporto tra la Grande Dea ed il suo paredro, prima figlio, dopo amante, poi in morte da Lei stessa fatto rinascere.
Se il femminile riprendesse le fila e rivoltasse in questo senso la tela della realtà simbolica cambierebbe radicalmente anche quella fattuale. Una modesta proposta
Ecco, allora avanziamo, a mo’ di conclusione, una modesta proposta, partendo dalla domanda: dove sono finite le altalene oggi? Perché nei parchi pubblici ai bambini vengono proposte quelle squallide apparecchiature munite di cinture di sicurezza, con una escursione di poche decine di centimetri, basse ed impiantate su basi di grigio tartan? Come faranno questi bambini esperienza del loro volo immaginario? Dove incontreranno la «vertigine»? Quando potranno, con la coda dell’occhio socchiuso nel sorriso estatico del volo pericoloso, intravedere Dioniso bambino che spunta nella luce del sole?
La scomparsa delle altalene dai parchi pubblici è la prova provata della violenza crescente che il nostro modello di civilizzazione esercita sui bambini, ovviamente con la scusa della “sicurezza”. Privati del sensibile, essi si rifugeranno nell’insensibile, nel consumo senza soddisfazione, poiché è solo l’investimento emozionale che immettiamo nel gioco che lo rende libidicamente produttivo, soddisfacente; è il rischio della morte, e la sua visione, il vortice, che penetrano sino all’interno delle nostre ossa sino agli ultimi fondamenti del sangue, mentre oscilliamo pericolosamente, a rendere il gioco perfettamente dionisiaco, erotico, liberatorio e creativo.
Per ritrovare qualcosa del genere dobbiamo andare nei Luna Park contemporanei, in cui enormi aggeggi meccanici ci fanno provare sensazioni simili a quelle che una volta cercavamo sulla tavoletta sospesa tra i rami di un albero. Ma oggi, a differenza di quel tempo, l’illo tempore della nostra infanzia, i ragazzi sono imbragati, legati da camice di forza dentro macchine che fanno vivere, a pagamento, un fugace brivido che non è né estasi né paura. L’altalena dei parchi pubblici odierni, con i suoi edulcorati epigoni da Luna Park, sta dunque a quella alta ed infinita di un tempo come la pornografia d’accatto sta all’eros.
L’altalena vera, invece, evoca in noi un’energia che esige di essere immaginata. E non è forse questa sensazione di ricreare il futuro attraverso le immagini, di cui abbiamo bisogno per vivere l’infanzia? Di una «gioia incorporea che ha appena dato inizio alla sua corsa», come scrive Shelley? Immaginare significa innalzare di un tono il reale; la gioia dell’altalena, del corpo in altalena, riproduce nel microcosmo della nostra oscillazione ascensionale la stessa dinamica dell’universo in espansione.
Forse possiamo arrivare a pensare, chi scrive lo pensò molte volte, che se morissimo nel punto massimo di elevazione, il nostro corpo resterebbe li, sospeso nel cielo.
Il genio del male, scultura rappresentante Lucifero conservata nella cattedrale di San Paolo a Liegi (Belgio)
La mistificazione cattolica della figura di LUCIFERO, portatore di LUCE, messaggero di liberazione dell'uomo, STELLA DEL MATTINO, parificato nei secoli strumentalmente alla figura di Satana, inteso religiosamente come entità divisoria del MALE, ha prodotto l'errata sovrapposizione dei due termini.
E' facile comprendere come il potere temporale ecclesiastico abbia ripreso un'accezione volgare dal vecchio testamento per stabilire i dogmi futuri sull'uomo e sui popoli schiavi, prova ne è stato il dominio secolare della Chiesa di Roma.
Il vero satanismo, sempre nella sua accezione religiosa e profana di MALE ASSOLUTO sugli uomini, è paradossalmente ascrivibile proprio alla condotta storico politica della tirannia della Chiesa di Roma.
Furono proprio loro a percorrere quella strada arimanica nei fatti, attraverso dogmi imposti per il controllo emozionale dei popoli, attraverso guerre, crociate, colonialismi, epurazioni etniche, schiavismo, attraverso saccheggi culturali, sapienziali, annettendosi saperi poi negati alle masse soggiogate in altre terre, attraverso la coercizione spirituale ed il relativo svuotamento del significato profondo della dimensione interiore, vietati proprio perché pericolosi per il naturale e logico risveglio delle coscienze.
La manifestazione iconograficamente più satanica, sempre nell'accezione distorta cattolica, è stata paradossalmente proprio quella della Santa Inquisizione con le sue pratiche di tortura e di sadismo gratuito, con i roghi degli eretici e degli uomini liberi, con i suoi infiniti rituali di sangue esposti nella pubblica piazza fino al tardo 800.
La Chiesa ed il suo "Potere Temporale" ha ben contribuito in 2000 anni di storia alla visione più deleteria "materialista", nel suo significato di potere terreno, altro che spiritualità, altro che CRISTO, altro che ALTO ASTRALE, essa ha alimentato i veri inferi del sottobosco del Basso Astrale, alla pari del suo "figlio satanista", prodotto che ne condivide, ribaltandone, tutti i suoi simboli, essendo intimamente interconnesso ad essa nei suoi aspetti più crudeli e deleteri, uguali/opposti.
Ci sono stati ovviamente anche grandi personaggi illuminati e diversi esempi positivi storici nella Chiesa di Roma, la maggioranza di loro innovatori od oppositori, portatori anch'essi di Luce, che hanno contrastato ed elevato il cristianesimo corrotto dallo schema del potere consolidato in migliaia di anni bui. Alcuni di questi avevano una visione più sociale e libertaria rispetto al dogma cattolico, luciferici nelle loro azioni e pensieri, portatori di luce come fu la figura storica, meta-storica e/o archetipica del CRISTO.
Il potere cattolico ha "controiniziato" il significato cristico, svuotandolo del suo impatto rivoluzionario, politico e sociale, riducendolo a puro esempio di sacrificio rituale, determinandone la valenza simbolica di MEMENTO MORI per tutti coloro che osano contrapporsi ai mercanti del Tempio in ogni tempo, riducendolo ad iconografia popolare, negandoci il suo ruolo, in primis, di liberatore, ergo di DIVISORE del dogma e non di "divide et impera" tra comuni mortali.
In questo sovrapponibile con colui che porta luce ed accende la coscienza, come SE' SUPERIORE individuale e poi collettivo, come gnosi proto-anarchica della condotta esistenziale dell'uomo in questa landa desolata e senza DIO chiamata terra.
Cristo stesso come valenza egregorica ed archetipica, rappresenta l'esatto contrario della Chiesa di Roma che ne ha rubato le vesti per ridurlo solo a figlio di DIO, "eliminando" dal vocabolario non scritto il termine D'IO.
I mercanti del tempio cattolico, come di qualsiasi tempio, sarebbero cacciati fuori in malo modo, il cattolicesimo pretende di rappresentarlo, ma la sua mistificazione verte in chiave divisoria.
Con la Chiesa la figura cristica smette di indossare i suoi abiti "antagonisti" per indossare gli abiti sacrificali, usati come strumento e monito per soggiogare i fedeli che smettono di essere realmente spirituali e liberi, proiettando esternamente la loro divinità naturale interiore in un avatar artificiale esterno, prodotto dal cerchio magico sacerdotale millenario, sicuramente scevro della innata poesia tribale animista, ma ad esso legato come un feticcio atavico al quale delegare la propria schiavitù, l'esatto contrario del significato rivoluzionario storico, politico, filosofico, gnostico di colui che libera l'uomo dalle sue catene donandogli il dubbio ed il libero arbitrio.
Questo a prescindere sia esistito o meno un Gesù di Nazareth o siano esistiti più liberatori in terra di Palestina e prima, altrove.
Diventando, infine, il contenitore sistemico delle istanze popolari terrene e dell'anima, ne ha ribaltato i connotati, spegnendo la sua egregora innovatrice, continuando ad alimentare la fiamma dello status quo, trasmutato da sacro Romano Impero a Chiesa di Roma, attraverso lo schema del potere che si replica all'infinito.
Il politeismo antico è divenuto il culto dei santi, la Grande Madre è diventata Maria, madre e matrice dell'uomo, ereditando tutto il pantheon deistico dal passato, adattandolo alla propria iconografia religiosa di stato per mantenere con diverso nome lo scettro del comando, adattandosi ai costumi di ogni epoca, dettando regole e dogmi, plasmandoli nel tempo e nel Tempio. "Fu Lucifero che aprì gli occhi all'uomo creato da Jehovah, divenendo perciò suo avversario, con il conferirci, benché ad un elevato prezzo, l'immortalità spirituale, per la quale non eravamo ancora preparati. Rese possibile lo sviluppo nella nostra coscienza di una attività libera, incorporando però nello stesso tempo la possibilità dell'errore, del male interiore originato dalle passioni. Lucifero è inoltre una figura di primissima importanza nell'evoluzione dell'umanità, poiché insegnò all'uomo la conoscenza del bene e del male, aprendo per la stirpe umana sentieri che le erano vietati."
cit. Dizionario esoterico Rosacrociano
Il termine Lucifero significa letteralmente "Portatore di luce", in quanto tale denominazione deriva dall'equivalente latino lucifer, composto di lux (luce) e ferre (portare), sul modello del corrispondente greco phosphoros (phos=luce, pherein=portare), e in ambito sia pagano che astrologico esso indica la cosiddetta "stella del mattino", cioè il pianeta Venere che, mostrandosi all'aurora, è anche identificato con questo nome. Nella corrispondenza tra divinità greche e romane l'apparizione mattutina del pianeta Venere era impersonificata dalla figura mitologica del dio greco Phosphoros e del dio latino Lucifer.
Analogamente in Egitto Tioumoutiri era la Venere mattutina.
Nell'antico Vicino Oriente, inoltre, la "stella del mattino" coincideva con Ishtar per i Babilonesi, Astarte per i Fenici.
In ambito gnostico ed esoterico, Lucifero sarebbe invece un detentore di sapienza inaccessibile all'uomo comune viziato dal plagio emozionale cattolico e messaggero illuminato come archetipo di liberazione, tentatore si, ma inteso come portatore di scelta e di libero arbitrio, colui che insegna a pescare e non colui che fa la carità per concessione del sovrano.
Inteso filosoficamente come SE' superiore, padre invisibile dell'illuminismo e della massoneria delle origini, essere luminoso, ergo figura positiva sovrapposta erroneamente, non a caso dal Clero, alla figura archetipica di Satana.
Lucifero o Lucifer è una divinità della luce e del mattino della mitologia romana, corrispondente alla divinità greca della luce: Eosforo ("Portatore dell'Aurora") o Fosforo ("Portatore della luce"), nome dato alla "Stella del mattino", era figlio di Eos (dea dell'Aurora) e del Titano Astreo e fu padre di Ceice (Ceyx), re di Tessaglia, e di Dedalione.
Mentre del culto di Lucifero come divinità legata a Venere non abbiamo traccia, esistevano culti dedicati a divinità definite "Lucifere" (cioè Portatrici di Luce) come Diana e Giunone.
Oltre a queste, tra le Divinità Maschili Solari più conosciute che ritroviamo nel pantheon greco-romano vi è Apollo, di cui un epiteto era Phosphoros (ΦΑΕΣΦΟΡΟΣ in lettere greche), che tradotto in latino è Lucifer, Lucifero appunto.
Il giudaismo ortodosso attuale nega l'esistenza di qualsivoglia entità spirituale che non sia Dio (quindi angeli e demoni propriamente detti), considerandoli rispettivamente come o messaggeri umani o emanazioni impersonali della potenza di Dio.
La Jewish Encyclopedia afferma che l'identità fra Sataniel (Satana) ed Helel (Lucifero) risale già a un secolo prima dell'era cristiana, quando alcuni scritti ebraici, come il Secondo Libro di Enoch e la Vita Adam et Evae del I secolo d.C. circa, interpretarono un passo di Isaia e uno di Ezechiele nello stesso senso adottato in seguito dai Padri della Chiesa, riferendolo cioè al racconto della Caduta degli Angeli capeggiati dall'arcangelo Samhazai (o Samyaza, cioè "ladro del Cielo"), che sarebbe appunto altro nome di Sataniel.
Tale passo della Jewish Encyclopedia fa riferimento a tre paragrafi di due fonti dove si parla della caduta di Satana come angelo, ma il termine relativo a Lucifero (e le sue varianti come stella del mattino) non sembra essere presente, quindi tale associazione, con le conseguenze teologiche che ne conseguirebbero, andrebbe presa con molta cautela. Al vaglio, non sembra che altrove esista una documentazione nella letteratura giudaica extra-biblica del termine Lucifero e sinonimi.
Nell'Antico Testamento, Lucifero (in ebraico הילל o helel, in greco φωσφόρος, in latino lucifer) è il nome classicamente assegnato a Satana dalla tradizione giudaico-cristiana in forza dell'interpretazione prima rabbinica e poi patristica di un passo di Isaia.
Più precisamente, Lucifero è considerato essere il nome di Satana prima che Dio lo facesse precipitare dal Cielo.
Mentre Michele sarebbe il capo delle schiere angeliche, Lucifero/Satana sarebbe il riferimento degli angeli ribelli e precipitati negli Inferi.
Nella Vulgata, cioè la versione in latino della Bibbia, il termine lucifer è utilizzato nell'Antico Testamento solo quando il profeta Isaia lo applica al re di Babilonia, la cui caduta è oggetto dell'ironia del profeta. I Padri della Chiesa tennero conto del frequente accostamento di Babilonia al regno del peccato, dell'idolatria e della perdizione sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento, nonché dei quattro sensi delle Scritture, e identificarono il Lucifero di Isaia con il Satana di Giobbe e dei Vangeli.
Il passaggio logico che ne emerge è che il termine Lucifero è stato usato impropriamente ed associato a figure che hanno queste caratteristiche: superbia, tentativo di equiparasi a divinità, trasgressione, caduta dal cielo (intesa come gloria, ma poeticamente parallelo al fulgore come stelle che stanno in cielo), cherubino (il cui significato si è trasformato con lo sviluppo della angeologia) e vari altri. Vista la numerosa presenza di testi scritti in cui Satana, che da attributo (il satana=l'accusatore, in ebraico) si è trasformato in personificazione, è identificato come: angelo, creatura di Dio, superbo, ribelle, caduto dai cieli, fautore del male e della seduzione e via dicendo, diventandone a tutti gli effetti un sinonimo.
Il nome "Lucifero" compare nel Nuovo Testamento solo per indicare la STELLA DEL MATTINO e in senso traslato Cristo, la cui futura seconda venuta in terra segnalerà l'inizio di un mondo nuovo di luce: Pietro 1:19:"et habemus firmiorem propheticum sermonem cui bene facitis adtendentes quasi lucernae lucenti in caliginoso loco donec dies inlucescat et lucifer oriatur in cordibus vestris."
La Nuova Diodati:"Noi abbiamo anche la parola profetica più certa a cui fate bene a porgere attenzione, come a una lampada che splende in un luogo oscuro, finché spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori."
Nell'Apocalisse Cristo stesso si definisce "stella radiosa del mattino" (22,16) e promette la "stella del mattino" come ricompensa per chi persevera nelle buone opere (2,28).
Nei primi secoli della Chiesa, quindi, il nome Lucifer è stato considerato un titolo di Cristo: per esempio nell'inno Carmen aurorae, o come un nome adatto per i bambini cristiani.
Vedi San Lucifero, il vescovo di Cagliari (morto nel 370).
La Tentazione e la Caduta di Eva, di William Blake
Accanto alla tradizione teologica e letteraria riguardo Lucifero si sviluppò, già nei primi tempi di fioritura e di espansione delle dottrine cristiane, una corrente gnostica che tentò la reinterpretazione della figura luciferina in chiave salvifica e liberatrice per l'uomo dalla tirannia del Dio Creatore. Secondo tale dottrina, che ha radici tanto nel Marcionismo quanto nel Manicheismo, il serpente/Lucifero descritto nel Genesi sarebbe colui che ha indotto l'uomo alla conoscenza, la scientia boni et mali, e dunque all'elevazione dell'uomo a divinità, pur contro la volontà del Dio supremo che avrebbe voluto invece mantenere l'uomo quale suo suddito e schiavo, cioè quale essere inferiore.
In tale dottrina il nome Satana scompare quasi del tutto in favore del nome Lucifero, che viene interpretato alla lettera come "Portatore di luce" e viene perciò eletto quale salvatore dell'uomo.
Tutto ciò è in evidente antitesi con la concezione classica del Cristianesimo, secondo la quale invece l'aspetto luminoso di Satana è solo un mascheramento e uno strumento di seduzione.
È San Paolo il primo a ricordare che: « anche Satana si traveste da angelo di luce. Non è dunque cosa eccezionale se anche i suoi servitori si travestono da servitori di giustizia; la loro fine sarà secondo le loro opere. »
(2 Corinzi 11,14-15)
Comunque l'idea di Lucifero come principio positivo nonché il suo accostamento alla figura di Prometeo saranno dei motivi ripresi da una lunghissima tradizione gnostica e filosofica che nella storia ha trovato echi nell'Illuminismo, nella Massoneria, nel Rosacrocianesimo, nel Romanticismo di Byron, di Shelley, di Baudelaire e persino di Blake.
Tutta questa enorme cultura, la cui matrice luciferica è rimasta sempre più o meno celata, può essere compendiata nel termine luciferismo (o luciferianesimo) inteso come controparte del satanismo, ove quest'ultimo accetta l'identificazione di Lucifero e Satana e anzi venera proprio l'aspetto tenebroso e demoniaco di Lucifero/Satana, mentre la visione luciferiana usualmente non accetta tale identificazione oppure l'accetta solo per risolvere l'aspetto "satanico/divisorio" nell'aspetto luciferino (cioè l'aspetto tenebroso nell'aspetto luminoso).
Posto che satanismo e luciferismo non si oppongono l'uno all'altro, il culto di Lucifero come entità spirituale oppure più semplicemente come simbolo ideale ha come presupposti teologico-filosofici l'identità fra Dio e Sophia (la Sapienza) e dunque la divinità della luce di conoscenza nell'uomo, nonché infine la benignità essenziale di qualsiasi entità che sia Portatrice di luce, cioè portatrice di conoscenza.
Secondo tale visione dunque le figure archetipiche di Cristo e Lucifero o sono figure complementari, oppure sono addirittura la stessa persona in due aspetti e momenti diversi, per cui il Satana che compare nei Vangeli sarebbe stato anche il tentatore di Lucifero all'inizio dei tempi (il che presuppone la non-identità fra Lucifero e Satana).
Analogamente Rudolf Steiner distingue Arimane da Lucifero, sostenendo come «gli spiriti arimanici, o spiriti mefistofelici, sono quelli che propriamente (se si prendono i nomi con esattezza) vengono chiamati dalla concezione medioevale gli spiriti di Satana, da non confondersi con Lucifero».
Una forza malefica ancora più antica di Arimane è infine quella degli Asura, che comincerebbe a far sentire i suoi influssi solo a partire dall'epoca attuale e sempre più in avvenire.
Il massone Albert Pike scriveva nel suo libro Morals and dogma: "Lucifero è l'incarnazione della ragione, dell'intelligenza, del pensiero critico. Egli si erge dinanzi al dogma di Dio e a tutti gli altri dogmi. Egli sostiene l'esplorazione di nuove idee e di nuove prospettive nella ricerca della verità."
E' SEMPRE E SOLO COLPA DELLA MAGGIORANZA SILENZIOSA IN ASTINENZA DA ROGO...
cit. "Il DNA nucleare si puo' separare dal DNA mitocondriale SOLO in laboratorio!"
cit.
Sul corpo di YARA era presente quasi esclusivamente il suo DNA mitocondriale.
L’analisi mitocondriale del campione misto ritrovato sugli slip della ragazzina, effettuata dai RIS di Parma, evidenzia una «componente maggioritaria» riferibile a Yara e una minoritaria di «difficile interpretazione». In parole povere, il profilo mitocondriale di Yara potrebbe aver «coperto» quello di «Ignoto 1». Le nuove analisi sembrano infatti indicare che il DNA mitocondriale, presente nei campioni non sarebbe riconducibile a quello di Bossetti, a differenza di quello nucleare che corrisponde invece al 99% con quello dell’uomo.
Se per la procura i nuovi risultati non sarebbero particolarmente rilevanti, perché i dati sul DNA nucleare rimangono certi, i suoi avvocati sono ovviamente di opinione opposta e avrebbero annunciato una nuova richiesta di scarcerazione basata sull’inaffidabilità delle prove a suo carico.
Non solo, sul corpo di YARA sono stati rilevati diversi DNA nucleari appartenenti a più profili, ma questo non è stato mai tenuto in considerazione in sede processuale.
Il corpo inizialmente non era nel campo RC, dove invece è stato trovato successivamente, l'Unità cinofila, in quei 3.000 metri quadrati non avevano visto proprio nulla.
Fu ritrovato magicamente dopo da un passante, evidentemente più abile di un intero corpo speciale...
Vi sembra tutto ciò plausibile???
Non si trattava di trovare il cadavere in mezzo a calanchi e crepacci, ma in un campo di sterpaglie, piatto come un'ostia.
Quindi, logica vuole che il corpo sia stato messo in un secondo momento, e quindi uccisa altrove, non essendoci neanche tracce di sangue vicino al cadavere e nella zona circostante, e sul corpo della ragazzina siano state successivamente riposte tracce di DNA nucleare riconducibili a Bossetti, da coloro che volevano creare un capro espiatorio ed avevano accesso ai laboratori, per coprire altri colpevoli ed occultare la ragione per cui è stato fatto questo delitto rituale.
Vi sembra plausibile che siano stati spediti sms post-mortem e sia stata lasciata la sim card ed il telefonino negli abiti di YARA in un punto del campo incolto, tracciato inutilmente e precedentemente dalle forze dell'ordine???
Volevano proprio farlo ritrovare quel cellulare in quel dato momento???
Non vado a scomodare i simboli esoterici ritrovati nella schiena fatti con un pugnale, non voglio neanche scomodare il taglio alla gola, inferto in maniera professionale come primo colpo sulla giovane vittima, tipico di certi ambienti, preferisco stare su di un piano comprensibile ed accettabile da tutti, che poi ci chiamano complottisti e storcono il naso...
Non solo, il marocchino inizialmente fermato da un'operazione in stile SWAT, sulla nave mentre tornava nel suo paese e, successivamente rilasciato perché ritenuto innocente, non è stato ascoltato in maniera esaustiva e non gli sono state chieste spiegazioni reali su quella strana telefonata che fece alla sua compagna.
Nell'intercettazione lui affermava di aver visto nel cantiere particolari dell'omicidio, mentre all'epoca fu solo strumentalmente veicolata la frase "ALLAH MI PERDONI", riferita non si capisce bene a cosa.
Inizialmente la telefonata fu occultata anche alla stampa, ma successivamente qualcosa fu fatto trapelare, trovando conferma in sede ufficiale anche da parte dei traduttori.
Questa incredibile e fondamentale PROVA non è stata volutamente considerata dai magistrati, nonostante diversi giornalisti avessero chiesto le motivazioni di questo atto così scellerato.
In sintesi è stato risposto dagli inquirenti che la telefonata sarebbe una STUPIDATA, e che la frase non avrebbe nessuna rilevanza penale in sede processuale.
Fatemi capire, prima inseguono il lavoratore marocchino che sta andando in ferie o scappando, come poi nei fatti è successo, perché testimone scomodo di un fatto che ha dichiarato di aver visto, ma poi la stessa intercettazione che prima aveva mosso l'intero apparato di polizia, viene ridicolizzata e occultata...
Ma se fosse una storia di un film, gli stessi INGENUISTI che credono alla colpevolezza di BOSSETTI, si incazzerebbero per tutte queste strane incongruenze, sicuramente direbbero: "MA DAI, è incredibile che non utilizzino questa prova, saranno per caso coinvolti altri personaggi, dato che coprono platealmente prove così importanti??? Che film di merda..."
Questo direbbero, mentre caricano il dvd di STAR TREK ultima serie, per sublimare con un fantasy la cruda realtà e quello che il loro inconscio non osa far emergere a galla.
Perché occultare tante prove???
Per la semplice ragione che si doveva creare una vittima sacrificale, come spesso accade, per coprire altro.
Il furgone bianco fatto vedere a reti unificate, usato come prova inconfutabile della colpevolezza di Bossetti, mandato in onda ad intermittenza per lobotomizzare i nostri cari utenti televisivi, è stato poi stabilito non essere il suo, o almeno sembra ci siano dubbi, dato che il video integrale riprende decine di furgoni simili...
Svegliatevi dal sonno della ragione, cari schiavi che non siete altro, non fate i soliti quaraquaqua' timorosi dell'autorità, perché siete voi i veri colpevoli, voi INGENUISTI e subumani di varie latitudini che accettate sempre acriticamente la versione ufficiale, e con i quali mi tocca condividere lo stesso pianeta.
Pensateci, perché un giorno potreste essere incastrati proprio VOI che fate populismo e giustizialismo, potrebbe capitarvi di incappare in una brutta storia, cercate di comprendere la tragedia di un innocente, e come lui tanti altri, incastrati dal sistema.
Che poi versate lacrime di coccodrillo per i tanti TORTORA messi in galera dai vostri padroni per soddisfare la vostra miseria umana e stringervi le catene che amate tanto portarvi appresso...
Questi omicidi e le conseguenti falsificazioni di propaganda mediatica, vengono confezionate SOLO per voi che avete fede nell'oracolo digitale.
Se foste un attimo più umani ed informati, le cose andrebbero un po' diversamente. E' SEMPRE E SOLO COLPA DELLA MAGGIORANZA SILENZIOSA IN ASTINENZA DA ROGO, se accade tutto ciò... cit.
In questo articolo voglio analizzare il caso mediatico del suicidio di Tiziana Cantone. Ovviamente, ne darò una lettura dietrologica e simbolica, mantenendo un profilo profondamente rispettoso nei confronti della sua persona, dei suoi familiari e di tutti i suoi cari.
Faccio da subito 2 ipotesi. La prima è quella relativa all'informazione ufficiale, ovvero, quella del suicidio operato tramite un foulard come estrema ratio di una pesante situazione che si era creata nel tempo e divenuta insostenibile. Ipotesi forse plausibile, facente parte di quelle tragedie che, purtroppo, succedono ai danni di donne umiliate, in questo caso, riferita alla violazione della sua privacy attraverso i social, dove è stata trattata come un'appestata. Conseguenza scaturita dall'aver alimentato la gogna mediatica della popolazione ilica, dai falsi moralismi, dalla caccia alle streghe, dall'aver creato quella moda virale dell'offesa gratuita, violenta, macista di mezzi uomini e mezze donne, tutti pronti a schedarla come TROIA, salvo poi masturbarsi inebetiti e morbosi guardandola nei video, assaliti da un conformismo ipocrita e triviale. Questo fa parte del retaggio subumano di certi nostri cari concittadini che sono sempre in astinenza da rogo e pronti scaricare le proprie frustrazioni con il più debole. Essi sono i figli culturali di coloro che sbavavano quando la chiesa bruciava le eretiche in piazza, sono coloro che facevano le adunate naziste ed alveari di ogni fede totalitaria, sono infine, coloro che sono sempre in prima fila, pronti per essere legittimati dallo status quo ad infierire sul capro espiatorio del momento, qualunque esso sia e in qualunque veste esso si presenti o sia presentato dal sacerdozio digitale.
Premesso ciò, ed è giusto sottolinearlo, mi schiero virtualmente contro tutti coloro che l'hanno ingiustamente ingiuriata e simbolicamente uccisa.
Poco mi importa se sia stata ingenua a fidarsi di coloro che giravano quei video, gli stessi amici, od alcuni dei quali, hanno successivamente spedito e reso mediatico il fatto, a meno che non si sia materializzato sul web da solo...
Poco mi importa se facesse giochi erotici in combutta con l'ex-ragazzo che voleva aiutarla per le spese processuali, coinvolgendo altra gente sotto le lenzuola, questi sono fatti suoi e nessuno dovrebbe dare giudizi morali,
nulla giustifica tutti coloro che l'hanno massacrata e derisa violentemente in rete...
Detto questo, ed era doveroso ricordarlo, penso che ci sia tanto altro a livello mediatico riguardo questa triste vicenda rituale.
A prescindere sia stato un vero suicidio, forse un gesto dettato dalla disperazione, dalla vergogna, dalla paura di affrontare la società a testa alta, dall'annichilimento perpetrato dalla gente del paese, o sia accaduto altro che gli organi dell'informazione ci hanno sapientemente negato, è assai difficile suicidarsi con un foulard stretto dalle proprie mani e non allacciato come cappio che faccia leva dall'alto, il fatto mediatico in se, per come è stato presentato ed associato in TV sui TG, è piuttosto interessante e curioso.
Intanto i media, oltre la triste storia di Tiziana, hanno riportato negli stessi giorni un caso analogo, sempre tramite foulard, ovvero il suicidio accaduto a Chiaravalle, in provincia di Ancona.
Blandine Diavila, 28 anni, si sarebbe suicidata strozzandosi anche lei con un foulard. Sotto choc il suo ragazzo, tal Lorenzo Luna, residente a Montemarciano. La notizia specifica che:"Se di suicidio si è trattato, la ragazza non ha lasciato alcun messaggio scritto in cui spiegare le ragioni della sua disperazione."
Ma la velina più interessante, almeno come suggestione significativa, casualità, assonanza, riguarda la presenza sui media, sempre negli stessi giorni dei fatti e in scaletta progressiva sui TG, della notizia delle vicende del processo di MAFIA CAPITALE inerenti alle dichiarazioni di un altro CANTONE, ovvero Raffaele Cantone, Presidente dell'Autorità Anti-Corruzione di Roma.
Vi chiederete giustamente cosa c'entrano due fatti così diversi e distanti tra loro, oltre a riportare lo stesso cognome.
Invece, forse e con il beneficio del dubbio, esiste una possibilità che le due notizie siano in qualche modo, più o meno artificialmente e strumentalmente, messe in relazione.
Chi segue il nostro Blog e prima di me, quello di Paolo Franceschetti, ha già intuito dove andrò a parare.
In questa sede, senza voler fare complottismi e senza pretendere di avere alcuna soluzione, voglio analizzare l'assonanza delle due notizie che i media hanno ben correlato non a caso, sempre tenendo a mente che l'informazione ed i suoi palinsesti non sono mai casuali, ma sempre strumentali, atti a veicolare distrazione di massa, annichilimento, ma soprattutto, messaggi in codice, chiari per chi sappia leggerli, usando una grammatica ed un linguaggio mutuato da quello iniziatico ed utilizzato talvolta da zone d'ombra dei Servizi Segreti, dall'apparato militare e dalla malavita, livelli operativi spesso legati tra loro da interessi comuni differenziati in diversi piani del potere.
Quando i media scelgono a reti unificate di veicolare una specifica tragedia, scelta tra le tante proprio quella e non altre, dato che ci sono suicidi ben più tragici che vengono stranamente dimenticati o appena citati su giornali minori, significa che BISOGNA veicolare tale notizia per obiettivi di plagio emozionale e comunicazione occulta ben precisi.
Dopo viene ad esserci l'effetto domino, ed anche i livelli inferiori dell'informazione sono tenuti ad inseguire la valanga che sta precipitando Chiara a Valle in qualche Cantone...
In questa strana dimensione si affaccia la notizia che il magistrato Raffaele Cantone avrebbe fatto dichiarazioni più "concilianti" in relazione al processo che si svolge nell'aula bunker di Rebibbia su MAFIA CAPITALE.
L'amico Andrea Mantenos ci offre un quadro della situazione interessante: "Le condizioni di morte sono misteriose e oscure. Inoltre, mi permetto di osservare in sede rituale e simbolica che il suo nome, CANTONE, richiama inevitabilmente quello anche di Raffaele Cantone che proprio in questi giorni ha un suo bel da fare a Roma. E proprio ieri, guarda caso, in relazione a Roma esce fuori la questione della VIOLENZA REGISTRATA DI EMANUELA ORLANDI che, diramata nella stessa giornata della morte della cantone, risuona un attimino forte per essere tutto molto casuale.
Il cerchio si chiuderebbe con il magistrato che adesso a Roma si occupa della corruzione. Quando si dice il caso...
Bisogna capire le circostanze della morte di Tiziana che per ora non sono affatto chiare..." cit. Andrea Mantenos
In questa ottica, il probabile messaggio in codice, potrebbe suonare come un avvertimento al giudice CANTONE che, il giorno dopo, dichiara che il marcio a ROMA, forse, non è dovuto solo da centri di potere malavitoso in relazione a forze occulte, ma più semplicemente dalla cattiva burocrazia e dalla cattiva gestione politica, soprattutto, afferma che il ruolo dell'ANAC non c'entra nulla con quella della magistratura, essa ha solo il potere di prevenzione e di segnalazione di eventuali casi criminali.
Ciò è assolutamente vero, ma allora mi chiedo a cosa serva realmente questo nuovo ente meta-giuridico se non ha determinati poteri, profanamente e forse erroneamente, potrebbe risultare uno specchietto per le allodole voluto da Renzi per far percepire che in fondo la politica si stia adoperando per far pulizia al suo interno nella gestione della civis.
Sembra quasi una volontà di trincerarsi all'interno di un range di indagini preventive, che però non può uscire da certi binari, al contrario essa si scontrerebbe con forze superiori, si sovrapporrebbe all'azione della magistratura, insomma quasi una ronda virtuale di archiviazione e segnalazione del malaffare???
Da http://www.repubblica.it/politica/2016/09/16/news/cantone_mafia_capitale_mai_espresso_giudizi_sull_accusa_-147915041/?ref=nrct-16 " Che c'azzecca l'Autorità Anticorruzione con le infiltrazioni della criminalità organizzata? La deposizione di Raffaele Cantone ieri nel processo " Mafia Capitale" è stata letta da alcuni avvocati e cronisti come un colpo alla tesi dell'accusa, ossia che la rete creata da Massimo Carminati agisse come una vera mafia e vada condannata al reato di associazione mafiosa. La testimonianza di Cantone nel processo contro il presunto " clan Carminati" è stata chiesta da alcuni avvocati degli imputati e in particolare dalla difesa di Salvatore Buzzi, il regista delle cooperative che ottenevano appalti. " La domanda che mi è stata posta ieri in udienza è se l'Autorità Anticorruzione avesse mai individuato il reato di associazione mafiosa negli atti trasmessi alla procura e la mia risposta è stata: no. Ma è una risposta scontata, visto il tipo di attività che svolgiamo. E contesto qualsiasi lettura collegata direttamente a Mafia Capitale", specifica Cantone.
Lo stesso giorno leggiamo... http://roma.repubblica.it/cronaca/2016/09/16/news/mafia_capitale_chiesta_archiviazione_alemanno_per_416_bis-147882286/ " La Procura di Roma ha chiesto al gip l'archiviazione dell'accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso contestata all'ex sindaco Gianni Alemanno nell'ambito dell'inchiesta su Mafia Capitale. Secondo la Procura, Alemanno, tra il 2012 e il 2014, avrebbe venduto " la propria funzione" e compiuto una serie di " atti contrari ai doveri d'ufficio" ricevendo utilità materialmente erogate dal ras delle cooperative Salvatore Buzzi: 75 mila euro per cene elettorali, 40 mila a titolo di finanziamenti alla fondazione Nuova Italia di cui era presidente e somme in contanti non inferiori a 10 mila euro. Quest'ultimo episodio giustifica per gli inquirenti il finanziamento illecito perchè Buzzi avrebbe pagato questa somma cash due anni fa, quando Alemanno era diventato consigliere comunale, " senza la deliberazione dell'organo sociale competente e senza l'iscrizione della erogazione a bilancio". Immediata la reazione dell'ex primo cittadino della Capitale: " Se anche la procura, con grande onestà intellettuale, chiede l'archiviazione dell'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso è la definitiva rimozione di un macigno che ha gravato per due anni sulla mia vita ".
ANAC: La polvere sotto il tappeto...???
Tornando alla tragedia del suicidio di Tiziana, noi dietrologi non possiamo non notare come sia stata data rilevanza mediatica, dopo la catena di Sant'Antonio virtuale, a quel famoso e triste BRAVO che viralmente ha contagiato la folla in attesa del rogo annunciato.
Lo slogan virale BRAVO, assolutamente consequenziale alle vicende e veicolato da tutta quella parte della rete e non, dopo essere stato visionato da migliaia di utenti nei video rubati, dopo essere stato addirittura stampato sopra le magliette a Napoli, è in realtà anche un comando di stampo militare, mutuato dagli studi MONARCH utilizzato in USA in svariate declinazioni.
Quel BRAVO un po' forzato che, pare avrebbe pronunciato in prima persona, non si sa se precedentemente imbeccata o di sua sponte " Hai fatto il video...BRAVO", è ben noto nell'ambiente militare operativo, usato 60 anni fa in Vietnam come motto miliziano, come nome di reparti militari, ed anche come linguaggio MKULTRA per caricare i soldati. Castle Bravo è stato il nome in codice assegnato al test nucleare effettuato da parte degli Stati Uniti d'America, che ebbe luogo il 1º marzo 1954 nell'atollo di Bikini.
BRAVO è soprattutto il codice di difesa di monitoraggio:"FORCE PROTECTION CONDITION".
Il termine BRAVO a livello inconscio funziona ed è usato anche nel marketing, negli slogan e nella pubblicità in maniera massiva.
Non solo, è il motto alveare di certi reparti armati di eserciti privati ancora oggi, una sorta di comando usato per condizionare bias cognitiva delle persone in un determinato ambiente o situazione psicologica coercitiva. Funziona alla grande, ed è probabile che la ragazza sia stata indotta a dire quella frase durante le riprese.
Ma questa associazione è solo una mia azzardata speculazione, forse troppo dietrologica anche per il sottoscritto.
Fate i BRAVI...
cit.
(foto di Francesco Santorelli) "Django sparò il primo colpo dalla sua vecchia pistola, colpì nello stomaco il Gaucio che cadde a terra in pochi secondi. Poi puntò l'arma in fronte a Santana che rimase fulminato all'istante, ma, incredibilmente, uccise pure lo Sguercio che si trovava alla loro sinistra. Due proiettili per 3 morti, una bella media per un pistolero..." cit. Sergio Tigre regista in erba...
Molti di noi faticano ad accettare che l'autorità gli caghi in testa come un piccione isterico brenso di feci.
Come per quei bambini che vengono stuprati dai genitori e poi rimuovono immancabilmente il crimine per una forma di difesa e di censura inconscia.
Il soggetto affetto dalla Sindrome di Stoccolma, durante i maltrattamenti subiti, prova un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all'amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice.
Tale sindrome si riverbera culturalmente in ogni rapporto sociale sbilanciato ma ufficializzato dal dogma corrente.
In pratica viviamo tutti, chi più e chi meno, dentro un "cerchio magico", dove le regole accettate religiosamente ed acriticamente, non possono essere messe in discussione, anche quando riguardano soprusi ed ingiustizie palesi.
La mancata messa in discussione della struttura della matrice in cui viviamo, equivale ad accettare lo stupro che subiamo quotidianamente dal potere costituito.
La rimozione di tale sottomissione permette ai più deboli di pensare di essere liberi, un po' come lo Zio Tom del celebre romanzo, che si illudeva inizialmente di non essere uno schiavo e che la sua condizione fosse una necessità sociale.
Se la gente accettasse il fatto di aver creduto tutta la vita ad uno show impazzirebbe, non tutti hanno le spalle larghe e quasi nessuno ha voglia di vedere l'elefante in salotto che sfonda il divano in finta pelle.
Di solito sono le stesse persone che al cinema, quando si presentano incongruenze simili a quelle dell'11/9, al posto che contestualizzare l'opera, ne rimangono delusi, borbottano e si incazzano pure, pretendono una certa coerenza, accusano la sceneggiatura di sciatteria e poco realismo nello script, rimangono disturbati dalle fallacie logiche e rivogliono i soldi indietro del biglietto.
Sono gli "scopainculisti", pignoli e maniacali per quanto riguarda la finzione, rigidi come solo un oligofrenico sa essere al posto che rilassarsi dove è possibile e lecito staccare la spina, ed invece, magicamente INGENUISTI nella realtà di tutti i giorni, accettando l'inverosimile, fingendo di non vedere ciò che è palese dinnanzi i loro occhi, forse volutamente socchiusi.
Se fossero testimoni oculari di un omicidio, negherebbero ugualmente perché subordinati allo schema egregorico del potere, sottomessi senza pensare di esserlo, che è poi la condizione dello schiavo digitale del nuovo TECNO-EVO.
L'Astronave dello Zio Tom è l'aggiornamento della vecchia capanna ottocentesca del romanzo di Harriet Beecher Stowe, ma cambia di poco il concetto di psicologia di massa che sta alla base del plagio emozionale.
Gli attentati di Stato della strategia della tensione occidentale hanno diverse funzioni ed esistono diversi livelli operativi che soddisfano il piano della piramide del potere.
La causa primaria è il classico adagio ai più noto, ovvero lo schema del "PROBLEMA-REAZIONE-SOLUZIONE", che permette l'individuazione da parte dell'autorità di un nemico che diventa il capro espiatorio per la massa ilica, bisognosa di transfert con l'oracolo vigente, ed il successivo "armatevi e partite" accettato supinamente dalla maggioranza silenziosa, per soddisfare le logiche più basiche dello status quo. Quindi legittimazioni di guerre, imperialismo, esportazione del caos generale, sopraffazione militare ed imposizione di modelli culturali ed economici.
Basterebbe tutto questo, che non è poco, per comprendere come funzionano le dinamiche del back-office del sistema, ma esse sono solo le fondamenta che permettono la vita materiale della matrice, perché, come suggeriscono alcuni esperti ex-Intelligence, la vera guerra si svolge a livello SOTTILE...
Il livello psicologico, spirituale ed egregorico è il vero goal da realizzare a lungo termine, la mission sempreverde dello schema del potere, che funziona anche attraverso il web ed i social come grande testing di massa ed ingegneria sociale.
Questo livello non è da tutti comprensibile di primo acchito, perché bisognerebbe mettere in discussione tutto quello in cui si crede, nel bene o nel male, o meglio, sarebbe come far crollare il castello di carte sul quale siamo adagiati, e ciò significa fare un doloroso viaggio interiore per la riscoperta del proprio SE' superiore, riordinando tutti gli elementi elaborati e metabolizzati, salvando solo quelli buoni e superando psicologicamente le barriere censorie del Super-Io che ci negano la giusta visuale.
Mettersi a nudo e rinascere ogni giorno in una sorta di rivoluzione individuale quotidiana che poi diventa immancabilmente virale, quindi collettiva.
Se la maggioranza silenziosa sapesse che tali eventi egregorici (attentati, stragi, omicidi) vengono fatti anche per condizionare la loro bias cognitiva, non dormirebbero sonni tranquilli, perché se fossero alfabetizzati a percepire il plagio che subiscono ordinariamente, dall'accettazione di leggi liberticide, soprusi di ogni genere, fino al fatto che devono uccidere, attraverso la legittimazione autoritaria, il proprio simile per soddisfare le trame del potere, il sistema dovrebbe agire diversamente e ne sarebbe condizionato dall'interno, non potrebbe più alimentare la sacra fiamma controiniziata della forma pensiero alveare, sarebbe perlomeno ostacolato nel suo cammino e nel suo replicare il noto schema millenario.
Tutto questo per dire che, in fondo, è colpa anche un po' nostra se il mondo va alla rovescio.
"John Lear, ex pilota CIA, figlio di Bill Lear, inventore del LearJet, ha dato la prova di esperto che sarebbe stato fisicamente impossibile per un Boeing 767 come i voli AA11 e UAL 175 di aver impattato le torri gemelle l'11 settembre in particolare quando sono guidati da piloti inesperti. L'urto non si e' verificato perche' fisicamente impossibile; nel caso del volo UAL 175 che ha colpito la torre sud, un vero e proprio Boeing 767 avrebbe piegato il naso quando nel momento dell'impatto con le colonne d'acciaio di 14 pollici, che sono di 39 pollici nel centro. La coda verticale ed orizzontale si sarebbero separate instantemente dall'aereo, colpendo le colonne di acciaio e poi sarebbero cadute a terra. I motori quando impattarono le colonne di acciaio avrebbero mantenuto la sua forma generale e sarebbero cadute al suolo o rimaste tra le macerie del palazzo. Nessun Boeing 767 potrebbe raggiungere una velocita' di 540 miglia all'ora a 1000 piedi sul livello del mare con resistenza parassita doppia con velocita' e cubi di energia parassitaria con velocita'. I resti del crollo dovrebbero contenere sezioni massicce del Boeing 767 incluso 3 nuclei di motori che pesano circa 9000 libbra ognuno e che non potevano essere nascosti. La sparizione dei pezzi del 767 e' impossibile."
cit. John Lear Pilota militare
L'Astronave dello Zio Tom, con le sue 2 prime navicelle non avrebbe potuto abbattere 3 torri, sfidando le leggi matematiche, tutto questo non sarebbe potuto mai accadere senza la piccola "distrazione" dello Stato maggiore che magicamente negò gli automatismi dei protocolli di difesa aerea militare.
Aerei di linea non avrebbero mai potuto volare a quella quota e a quella velocità, impattando contro grattacieli senza comprimersi su se stessi in prossimità dell'ostacolo, piuttosto che penetrare come dentro burro fuso fino alla fine del timone di direzione posteriore, a dispetto di ogni legge fisica e gravitazionale.
Video fake non avrebbero mostrato filtri maldestri atti a impastare le immagini salienti durante una giornata limpida di fine estate, mentre il becco del 2° Boeing usciva illeso dalla parte opposta del grattacielo, parti importanti delle fusoliere e dei motori sarebbero state ritrovate, considerando che ciò succede anche quando un aereo si schianta contro una montagna.
Nessun Boeing avrebbe potuto centrare il giardino interrato del Pentagono, a detta di tutti i piloti intervistati che hanno risposto imbarazzati alle improbabili dinamiche di un Icaro di metallo impazzito, saltando la recinzione, senza sfiorare e bruciare il terreno e, SOPRATTUTTO, senza essere abbattuto, sempre per automatismo da protocollo di difesa, molto prima che impattasse a quella quota surreale dove è impossibile mantenere quella velocità di bordo senza schizzare altrove, facendo un buco di 4 metri che manco nei cartoni animati di Willy il Coyote avrebbero osato mostrare.
Senza considerare il 4° aereo sparito nel nulla, l'unico ad essere stato ufficialmente abbattuto senza che avesse colpito nulla, mentre gli altri 3 lasciati liberi di scorrazzare per i cieli sopra bersagli sensibili.
Ripeto, se fosse accaduto in un film, gli INGENUISTI che accettano la verità ufficiale si sarebbero alzati indignati dalle loro poltrone, bollandolo come l'ennesima americanata, ed invece, poi gli stessi subiscono in silenzio e si alterano quando qualcuno cerca di svegliarli dal sonno della ragione.
Queste fallacie logiche vengono accettate acriticamente, come se qualcuno (migliaia di addetti ai lavori) si fosse sbagliato ad intervenire, come se l'intera sezione del NORAD (migliaia di persone tra piloti, militari, tecnici) avesse scioperato proprio quel giorno e tutti i satelliti ed i radar di un intero Stato militare si fossero per una mattinata smaterializzati.
Sarà stata colpa dell'Astronave dello Zio Tom, che viaggiava invisibile sparando droni scambiati per aerei su torri già precedentemente minate all'insaputa di tutti o quasi, mentre il Presidente Bush leggeva in una scuola elementare una favola sulla famosa CAPRETTA di un libro girato e mostrato volutamente e rigorosamente al contrario. Capro rovesciato per un controiniziato PENTHALPHA, e tutti a ridere per lo stupido capo di una nazione che voleva solo confermare il messaggio in codice.
Povero TOM quanta strada devi fare, in quante navi di schiavi ti dovrai ancora imbarcare per trovare la terra promessa. cit. Si Bwana
Intanto, che cazzo sono le penne gratinate???
Forse volevano fare la battuta sul fatto che sono morti bruciati/gratinati?
Ma non funziona, non fa ridere e non è manco irriverente.
CHARLIE HEBDO ci ha abituato da tempo a questo umorismo macabro non-sense, privo di gusto e di creatività, gratuito, banale e triviale.
Soprattutto, ci ha abituato a leggere vignette sempre troppo supine verso il potere, mai contro lo status quo, sempre pronte a sparare sulla "croce rossa", su bersagli facili, utilizzando un'ironia di stato, finto alternativa, che da noi chiameremmo "sinistrismo d'accatto proto-boldrinista".
Sempre salottieri e borghesi, ma compagni con il culo degli altri.
Avessero fatto una cosa simile sugli attentati del Bataclan o di Nizza, dove raffigurare i legami occulti con la governance mafiosa che li sovvenziona e che, parallelamente, sostiene l'ISIS ed il terrorismo di stato.
Facile fare la battutona sulla lasagna e sui maccheroni, proprio loro che in 100 anni non hanno ancora imparato a cuocere la pasta.
Poi per carità, ognuno fa le battute che può, però avrebbero rotto questi lacchè di stato senza palle, un po' ruffiani e sempliciotti.
PROVASSERO a fare battute su ISRAELE e/o sulla massoneria martinista francese. Vediamo se hanno gli stessi maroni...
cit. La merde
Loro sono specializzati sui musulmani, infatti, se si nota, ci hanno rappresentato con profili arabi.
Anche perché, non sapendo disegnare, fanno sempre le stesse facce e figure.
Concettualmente, la vignetta è pure fallace. Avrebbero dovuto rappresentare politici italiani nei panni di minestre, non la gente comune morta sotto il terremoto.
Fare battute sulla popolazione, in special modo quando è vittima di una catastrofe e non complice del suo infausto destino, e non sui governanti, è uno stile un po' qualunquista per non dire fascista...
La Satira dovrebbe far riflettere e sorridere, colpire la testa del serpente, essere critica verso il potere costituito, invece, in questa c'è un solo un esercizio manieristico e gratuito verso i luoghi comuni, mal assemblati ed esposti senza reale motivazione, se non quella di affermare un bieco nazionalismo d'oltre Alpe, becero ed obsoleto, e di subliminale superiorità rispetto a noi, cugini del sud, ancora troppo arabi e terroni per poter competere con l'altra Europa, quella emancipata che però vieta il Burkini e finanzia il terrorismo di stato.
Un po' come per dire, siete i soliti piagnoni italiani, magnapasta, e questo è il vostro logico destino che vi riserva il fato, costruite le case con la sabbia e magnate la pizza, ballando la tarantella con il mandolino in mano. Ecco, manca solo il mandolino.
Un bel MANDOLINO DI STATO sotto le macerie...
La cosa che fa più tristezza, sia per mancanza di buon gusto che di conoscenza della nostra cucina, trattata come un menu' da mafiosi borgatari, sono le PENNE GRATINATE, che per carità, ci sarà pure qualcuno che le cucinerà al forno, ma nel caso, sarebbe stato più corretto scrivere almeno i tortiglioni o qualsiasi tipo di pasta grossa.
Ci mancava solo la battuta sugli "SPAGHETTI ALLA BOLOGNESE", piatto che mangiano oramai solo turisti pallidi e assorti, nell' apposito MENU' turistico fatto per loro, preferibilmente scotta per le grandi occasioni e per quando vogliono provare l'ebrezza di un ragù esotico.
La vignetta, ripeto, doveva rappresentare politici italiani vivi, vestiti da minestre.
Rappresentare in maniera demenziale gente stritolata dalle macerie con stereotipi e luoghi comuni latini, salvo poi giustificarsi come paraculi dicendo che il bersaglio era la mafia, è cosa volgare e gratuita. E' il concept che è sbagliato e pure il bersaglio...
Sarebbe come se un vignettista italiano, dopo l'attentato di Nizza, rappresentasse in una vignetta 3 cadaveri francesi in questo modo: "Un bide' pulitissimo, un gay che parla con la erre moscia ed uno che giace a terra morto con una baguette sotto l'ascella sudata..."
Capite che sarebbe di una tristezza enorme.
Ma non solo, al posto della baguette, disegnasse un pane non rappresentativo francese, manco come luogo comune da barzelletta, vedi nel nostro caso le "penne gratinate"...
Quindi un errore nell'errore o nell'orrore.
La satira per essere tale deve essere contro il potere e non contro chi lo subisce, sennò diventa propaganda... Non è questione di indignazione, ma di antagonismo, manca "l'andare contro", manca il vero obiettivo.
Detto questo, viva la libertà di stampa e di satira, per carità, ma che sia satira e non satira di stato...