mercoledì 30 settembre 2026

ROBERT DEL NAJA ARRESTATO PER LE SUE POSIZIONI PRO PALESTINA

                                                 


Robert Del Naja dei Massive Attack è stato arrestato sabato a Liverpool, in Inghilterra, in seguito a una protesta pro-Palestina.
Il cantante è stato arrestato dopo aver esposto un cartello con la scritta "Mi oppongo al genocidio. Sostengo Palestine Action " fuori dalla sede della conferenza del Partito Laburista L'evento inizia a Liverpool domenica.
Un video dell'arresto di Del Naja è stato condiviso su Instagram dal gruppo di attivisti britannici Defend Our Juries. Nel filmato, gli agenti di polizia gli chiedono di allontanarsi dalla zona perché sta "commettendo un reato".
Del Naja risponde: "Non riconosco il reato perché, secondo la legge britannica, è reato aiutare e favorire qualsiasi individuo o azienda privata che aiuti e favorisca crimini di guerra genocidi".
Il musicista Robert Del Naja tiene in mano una bandiera palestinese sul palco...
L'agente di polizia gli chiede se è a conoscenza del fatto che Palestine Action è un gruppo illegale. Il Regno Unito ha messo al bando la rete di protesta e l'ha designata come organizzazione terroristica nel luglio 2025.
«Non sono d'accordo con la messa al bando», risponde Del Naja, prima che un secondo agente di polizia dica: «Sei in arresto per aver sostenuto un'organizzazione illegale».
Poche ore prima del suo arresto, Del Naja ha pubblicato un video insieme alla co-fondatrice di Palestine Action, Huda Ammori, e all'avvocato per i diritti umani Michael Mansfield, chiedendo al Primo Ministro britannico Andy Burnham di revocare lo status di organizzazione illegale a Palestine Action.
«Oggi, nella Gran Bretagna moderna, cittadini disperati vengono arrestati, processati e incarcerati per terrorismo. Per terrorismo. Alcuni per aver manifestato pacificamente e in silenzio con dei cartelli, altri per aver smantellato droni letali destinati alla popolazione civile di Gaza», affermano i tre nel video.
“Secondo la legge britannica, è reato per qualsiasi identità, privata o commerciale, aiutare o favorire crimini di guerra, genocidio e crimini contro l'umanità. Vi chiediamo di fermare ciò che è palesemente sbagliato. Vi preghiamo di depenalizzare Palestine Action.”

I Massive Attack sono da tempo tra i più espliciti sostenitori della causa palestinese nell'industria musicale. La band ha ripetutamente chiesto un cessate il fuoco a Gaza, ha appoggiato campagne critiche nei confronti dell'offensiva militare israeliana e ha regolarmente utilizzato i propri concerti per dare risalto alle crisi umanitarie e ai conflitti politici in tutto il mondo.
Nel mese di luglio, a Del Naja e al suo compagno di band Grant Marshall è stato vietato di esibirsi e di entrare a Singapore per aver esposto una bandiera palestinese durante un concerto dei Massive Attack.
Le autorità di Singapore hanno dichiarato che due membri del gruppo di Bristol hanno ricevuto "severi avvertimenti" per le loro "azioni di sostegno a una causa politica e per aver sventolato una bandiera straniera" durante l'esibizione. 
È stato loro inoltre vietato di rientrare a Singapore.
Nel 2025, i Massive Attack hanno contribuito a creare un'alleanza di musicisti e artisti che si esprimevano pubblicamente sulle azioni di Israele a Gaza. Il gruppo ha affermato che gli artisti che prendevano tali posizioni avevano subito intimidazioni e pressioni all'interno dell'industria musicale.
Anche il frontman Del Naja è stato tra le oltre 200 persone arrestate durante una manifestazione a Trafalgar Square, a Londra, in aprile. La protesta si è svolta a sostegno di Palestine Action.

                                        

https://www.thenationalnews.com/arts-culture/music-stage/2026/09/27/massive-attack-singer-arrested-during-pro-palestine-protest/

martedì 29 settembre 2026

NETANYAHU SAPEVA DEL 7 OTTOBRE



L’ex premier dice a Fanpage.it di aver appreso da una fonte indipendente che Netanyahu fu avvisato dell’attacco di Hamas. “Ero con una figura israeliana molto rilevante”. 
In Cisgiordania “è pulizia etnica” e un nuovo esecutivo “dovrà come prima cosa fermare i coloni”.

Ehud Olmert sa che Bibi sapeva. La sua fonte è indipendente dall’inchiesta di Haaretz. 
E c’è un altro testimone. Un israeliano “molto importante” era con lui quando l’ex premier apprese che Benjamin Netanyahu era stato avvertito delle intenzioni di Hamas prima del 7 ottobre. “Non ero solo”, rivela a Fanpage.it. Non fa il nome dell’uomo, né di chi gli passò l’informazione. Dice che l’allarme era abbastanza serio da richiedere una reazione.
La rivelazione apre una pista per la commissione d’inchiesta proposta dall’opposizione: quel testimone potrebbe confermare che cosa fu detto a Olmert, e da chi.
Secondo Haaretz, il presidente degli Emirati Mohammed bin Zayed avvertì Netanyahu circa dieci giorni prima dell’attacco. Il premier nega che la conversazione sia avvenuta. 
Due fonti, una delle quali parlò direttamente con il leader emiratino, hanno però confermato al New York Times l’avvertimento di un “grande attacco”.
E non fu l’unico allarme. Il 15 settembre, riferisce Haaretz, il capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna di Israele, informò Netanyahu della minaccia. Due giorni dopo, i vertici della difesa ne discussero senza prendere decisioni concrete. Il 26 settembre, secondo The Atlantic, arrivò in Israele anche il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel: disse che Hamas preparava qualcosa di grosso.
Olmert ritiene che anche il capo della CIA possa aver allertato i vertici israeliani.
In vista delle elezioni del 27 ottobre, l’ex premier afferma che se i partiti arabi venissero esclusi, “sarebbe la fine” di quella che definisce “una democrazia traballante”.
In Cisgiordania, denuncia “l’azione concertata, estesa e costante per una pulizia etnica”. Difende però il suo operato nel 2008, quando gli insediamenti continuarono di fatto a espandersi. E non si pente dell’operazione “Piombo fuso” a Gaza: definisce “minimo” il numero dei civili uccisi. Secondo il rapporto Goldstone per l’ONU, furono 960.
Dopo il voto del 27 ottobre, Olmert spera in un governo “più modesto”, pronto a riaprire la strada alla pace.

Primo ministro Olmert, lei ha detto alla CNN di avere buone ragioni per credere all’inchiesta di Haaretz. Possiede informazioni indipendenti da quelle pubblicate dal giornale?
Ho una fonte personale, indipendente. Sono assolutamente certo che quanto riportato da Haaretz sia accaduto.

Qual è la sua fonte?
Non posso rivelarla.

Ma sa per conto suo che quella telefonata tra il presidente degli Emirati bin Zayed e Netanyahu c’è stata.
Esatto.

E se dovesse un giorno testimoniare, avrebbe qualche riscontro da offrire a chi indaga? 
O c’è solo questa sua fonte di cui non ci dice il nome?
Quando ho appreso dell’avvertimento a Netanyahu, non ero da solo: con me c’era una figura israeliana molto, molto importante.

Ma è normale che Abu Dhabi chiami il leader di Israele?
C’erano contatti ai massimi livelli tra i due governi. Conosco bene i modi della relazione. Certo che gli Emirati ci avvertono, se corriamo un pericolo.

Il contenuto dell’allarme era abbastanza serio da dover indurre Netanyahu ad agire?
Non conosco le parole esatte. So che era un allarme serio, sufficiente a scuotere chi lo riceveva, a fargli capire che bisognava occuparsene subito e con intensità.

Invece, niente. Per questo, Bin Zayed ha poi manifestato la sua frustrazione all’allora direttore della CIA William Burns, secondo Haaretz. Burns può averne poi parlato con gli israeliani?
È probabile. L’esperienza mi dice che il direttore della CIA condividerebbe informazioni del genere con il Mossad o l’intelligence militare. Come minimo. Conosco bene Burns, ma non ne ha parlato con me.

L’inchiesta giornalistica sostiene che fu il capo di Hamas a Gaza a far filtrare l’avvertimento verso gli Emirati, attraverso un esponente di Fatah. Non le pare strano? Perché mai Sinwar, che preparava da anni la strage, avrebbe fatto una cosa simile?
Forse per fuorviare Netanyahu. Fargli pensare che, siccome la notizia era filtrata, l’attacco non ci sarebbe stato. Ma ci sono molte interpretazioni.

I leader di quattro partiti ebraici d’opposizione hanno chiesto una commissione d’inchiesta. Perché non hanno coinvolto i partiti arabi?
I partiti arabi non si fidano del governo Netanyahu e lo considerano già responsabile.

Cosa succede se resteranno esclusi dalle urne il 27 ottobre? La Commissione elettorale ha votato per lasciar fuori entrambe le principali liste arabe: la Lista congiunta – ovvero l’alleanza di Hadash, Balad e Ta’al – e Ra’am, che corre separatamente. Ora sarà la Corte Suprema a decidere…
Solo escludere la Lista congiunta significherebbe tagliare fuori il 20 per cento della popolazione. È inaccettabile. Non sarebbe democrazia. La Corte Suprema non lo permetterà.

Ma Israele è ancora una democrazia?
Molto traballante. Certo, possiamo ancora pensare e dire quello che vogliamo. Ma tutto è diventato più incerto.

Se le urne punissero Netanyahu, l’opposizione avrebbe bisogno dei voti dei partiti arabi per governare?

È probabile che l’opposizione non possa governare senza il sostegno esterno di un partito arabo.

Sarebbero l’ago della bilancia, se il blocco di Netanyahu restasse sotto 61 seggi sui 120 della Knesset?
Possibile. Mettiamo che Netanyahu arrivi a 58 seggi. Non avrebbe la maggioranza. Ma gli altri partiti dovrebbero trovare un accordo tra di loro, per governare. L’appoggio esterno dei partiti arabi potrebbe consentire un governo delle opposizioni.

Teme che Netanyahu possa ordinare una nuova azione militare prima delle elezioni, per migliorare le sue possibilità elettorali?
Di sicuro se scoppiasse una nuova fase di violenza a sud, a nord o contro l’Iran, bisognerebbe esaminare con attenzione come è cominciata, per accertare che non sia stata provocata da un’iniziativa israeliana.

In Cisgiordania è in corso la pulizia etnica?
È in corso un’azione concertata, estesa e costante di centinaia, forse migliaia di coloni, con il sostegno attivo o tacito della polizia, dell’esercito e di importanti ministri. Sembra puntare proprio alla pulizia etnica.

Che cosa dovrebbe fare per prima cosa un governo senza Netanyahu?
Fermare immediatamente i coloni e la loro violenza. Istituire una commissione d’inchiesta nominata dal presidente della Corte Suprema. E difendere l’indipendenza della stessa Corte e della procuratrice generale (il governo Netanyahu tentò di destituirla, fece varare una legge per ridurne i poteri e si scontrò in modo feroce con la Corte su una sentenza, ndr).

Lei sostiene il blocco delle importazioni dagli insediamenti coloniali in Cisgiordania deciso da Regno Unito, Francia e Germania?
Dico solo che me lo aspettavo, dato che il nostro governo non ferma il terrore scatenato dai coloni. Sento dire tante sciocchezze: che la Gran Bretagna è diventata un impero islamico, o che il Canada e Macron sono antisemiti. No, la colpa è solo del governo israeliano.

Qual è la sua valutazione della deriva clerico-religiosa del governo Netanyahu? Siete governati da un Partito di Dio? In arabo, “Hezbollah”?
La fazione religiosa radicale nel governo ha enorme potere politico, è fondamentalista, estremista. Se dipendesse da loro, Israele diventerebbe un Paese come l’Iran, dove le leggi religiose dominano la vita delle persone.

Lei era premier durante l’operazione “Piombo fuso” a Gaza. Human Rights Watch documentò gravi violazioni delle leggi di guerra. Rimpiange le decisioni prese allora?

Non mi scuso e non rimpiango quell’operazione. Non mi rimprovero di aver colpito i capi terroristi: l’ho fatto a Gaza, in Libano, in Iran e in altri luoghi.

E le vittime civili, Olmert? Almeno un migliaio, secondo un rapporto dell’ONU.
Al contrario delle vittime recenti a Gaza, dove sono stati commessi veri e propri crimini di guerra…

È stato attuato un genocidio, ha valutato una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite…
No, ritengo che non ci sia stata una decisione o una politica governativa di genocidio o di uccisione indiscriminata dei palestinesi.

La sua posizione è nota. Giuristi e organizzazioni per i diritti la pensano diversamente. Ma torniamo al 2008. Non vuole scusarsi per le vittime civili?
Le vittime di allora furono un “danno collaterale” autentico. L’obiettivo, erano solo i terroristi. E quella operazione non significò rinunciare alla pace con i palestinesi disposti a vivere accanto a Israele.

Se gli insediamenti impedissero la soluzione dei due Stati, che lei propugna, accetterebbe uno Stato unico con uguali diritti e uguale voto per tutti?
No. Sarebbe la ricetta per guerre senza fine. Palestinesi ed ebrei cercherebbero ciascuno di dominare l’altro: una catastrofe storica.

Nel 2008 difese la prosecuzione delle costruzioni israeliane a Gerusalemme Est e nei grandi blocchi di insediamenti in Cisgiordania. Non pensa di aver contribuito alla situazione che denuncia oggi?

In realtà, smantellammo quattro insediamenti. Ma non ritirammo il controllo militare. Purtroppo, negli anni successivi, abbiamo trascurato completamente la ricerca di una soluzione politica. Il risultato è stato il protrarsi dell’occupazione, la crescita degli insediamenti e la privazione dei diritti dei palestinesi.

Che cosa vorrebbe vedere dopo le elezioni?
Un nuovo governo israeliano più umile, più modesto e disposto ad aprire il cuore e la mente a un’iniziativa di pace.

https://www.fanpage.it/esteri/lex-premier-israeliano-olmert-so-che-netanyahu-fu-avvertito-del-7-ottobre-e-ce-un-testimone-importante/

lunedì 28 settembre 2026

GLI EBREI DI OGGI SONO I PALESTINESI di Moni Ovadia

                                                  

LA PROMESSA DI MOSÈ NON NASCE DA NESSUNA TERRA
«Finalmente gli ebrei escono dall'Egitto. Chi erano? Erano Israeliti discendenti da Giacobbe, erano Accadi, Mesopotamici e Hittiti, erano transfughi egizi. E soprattutto, dice il grande rabbino Chaim Potok, che fu direttore del Jewish Seminar di New York, erano “habiru”. 
E chi erano, gli “habiru”? La parola, proto-sinaitica, indicava i delinquenti. 
Quindi con Mosè c'erano prostitute e ruffiani, assassini, ladri, contrabbandieri. 
Il Santo Benedetto voleva dare una possibilità di redenzione anche alla feccia del mondo, compresi gli ebrei che erano schiavi».
«Quando si rivela, quel dio, che cosa dice? Come si qualifica? “Sono il dio dello schiavo e dello straniero”. Infatti voi siete questo, una banda di mal messi insieme, di schiavi e stranieri. Questa è l'origine degli ebrei. Non hanno l'origine in una terra: ce l'hanno in un progetto etico, spirituale. E nel deserto del Sinai, grazie all'ascesa di Mosè sul monte, loro approderanno alle 10 “parole del deserto”. 
In ebraico si chiamano così, non “comandamenti”. Oserei dire: sono proposte (lo dico da povero rapsodo, esponendo le mie modestissime opinioni)».
«Il primo comandamento, in ebraico, è: “Io sono il Nome”, il tetragramma ineffabile. 
“Il tuo Elohim”, tradurlo con “dio” sarebbe scorretto: “dio” è una parola politeista. 
“Che ti ha tratto dalla terra d'Egitto, dalla casa degli schiavi, per esserti Dio”. 
Io sono il dio della libertà: ma non solo quella fisica, anche quella dentro. 
La libertà vera, quindi, non la libertà del capitalismo. 
Il secondo comandamento dice: “Non avrai altri dèi a fianco a me”. 
Il divino riconosce che ci sono altri dèi, ma non è cooptabile in un gotha di dèi: o lui, o niente».
«Dice questo perché chiede una scelta. E poi è un dio esclusivo, perché è il dio della libertà. Qualcun altro può stare al fianco della libertà? E poi ci sono gli altri comandamenti: non ucciderai, non ruberai, non desidererai la roba di altri (i sionisti non fanno altro). 
Allora, questa è l'aristocrazia degli ebrei: sono gli ultimi, la schiuma della terra. 
La Terra Promessa non la possiamo negare, nella narrazione biblica. 
Il buon Dio dice sempre: “Vai in quella terra che io ti prometto”. 
Però subito dopo aggiunge: scusate, ragazzi, ma la terra è mia».
«La Terra Promessa non è la terra degli uomini: ecco il grande equivoco. 
I sionisti hanno scambiato la Terra Promessa per una promessa di terra. 
C'è un versetto del Levitico che ho imparato dal grande filosofo ebreo del '900 Franz Rosenzweig. Lui dice che nessun uomo ha diritto alla terra. 
In ebraico, quel versetto recita: “La terra non verrà venduta in perpetuità perché la terra è mia”. 
E poi prosegue: “Tu, ebreo, abiterai quella terra come straniero soggiornante”, quindi insieme allo straniero “che godrà dei tuoi stessi statuti”».
«Ancora: “Ricordati che fosti straniero in terra d'Egitto”. E l'ultimo frammento del verso è: “Perché voi tutti, davanti a me, siete solo stranieri soggiornanti”. 
Un brillante traduttore evangelico ha reso queste parole mirabilmente: “Perché voi tutti, davanti a me, siete solo meticci e avventizi”. 
Dov'è il sionismo, qui? Vai in una terra per vivere in maniera santa. 
A essere sante non sono le zolle della terra o le pietre che tu hai tirato in piedi: è santo il modo di viverci. Ed è il massimo livello di santità, perché vivere da stranieri fra gli stranieri porta la pace».
«Questa è la mia interpretazione. Da Marx, dal mio ebraismo e da molte altre fonti, in particolare dall'ebraismo della diaspora (quello della Yiddishkeit), ho imparato che siamo qui per costruire giustizia sociale e pace. Non c'è dubbio che i palestinesi siano gli ebrei di oggi, se per ebraismo intendiamo quella lunga vicenda che gli ebrei hanno vissuto nel corso di oltre due millenni. E parlo solo dell'ultimo esilio, perché gli ebrei – su circa 4.000 anni di storia – in quella terra ci sono stati 700 anni; tutto il resto è esilio».
«Gli ebrei di Israele, i sionisti, hanno cercato di cancellare l'ebraismo con il sionismo. 
Ci sono due dimensioni ineludibili, nell'ebraismo: va bene la terra, ma c'è anche l'esilio. 
Il Talmud ebraico, che è il libro senza il quale non capisci niente dell'ebraismo, perché è tutta la parte interpretativa, dice chiaramente che agli ebrei è proibita una sovranità nazionale. Ripeto: proibita. Oggi ci sono due gruppi dell'ortodossia ebraica che sono radicalmente anti-sionisti; portano le loro lunghe barbe, i riccioli rituali e poi la gabbana e lo scialle ebraico, e sopra lo scialle ebraico hanno la bandiera palestinese».
«La loro proposta di pace è lo smantellamento pacifico dello Stato di Israele. 
E gli ebrei israeliani? Secondo loro è giusto che vivano sotto sovranità palestinese. 
Questo lo pensano i Neturei Karta, che si oppongono a Netanyahu (che è un delinquente, un genocida; e anche se uno è ebreo e l'altro era tedesco, i genocidi si assomigliano). 
Io sono meno radicale dei Neturei Karta. Io dico: un solo Stato, democratico e laico, per tutti gli esseri umani che abitano nella Palestina mandataria: arabi, palestinesi, ebrei, drusi e atei. Tutti con gli stessi identici diritti, gli stessi doveri, la stessa libertà religiosa».
«Ai coloni fanatici dico: secondo me il comandamento non è possedere la terra, ma vivere nella terra. Se vivi sotto una sovranità mista, chi ti impedisce di andare alla tomba di Abramo, al Muro del Pianto? Quindi il sionismo non è un progetto ebraico, è un progetto nazionalista: è colonialista, suprematista, razzista. 
E quindi non poteva che diventare genocidario. Il più duro critico del sionismo è un ebreo che si chiama Norman Finkelstein, allievo di Noam Chomsky: nemmeno i palestinesi dicono le cose che dice lui. Poi c'è Judith Butler, la grandissima filosofa, e Naomi Klein: potrei citare a migliaia».
«I sionisti ci etichettano come antisemiti. Hanno fatto l'equazione: anti-sionista, uguale antisemita. È stato Abba Eban, uno degli importanti laburisti dell'edificazione dello Stato di Israele, che negli anni '70 è andato in tutte le legazioni diplomatiche israeliane, e ha detto: “Appena vi criticano, gridate all'antisemitismo”. 
Strumentalizzano tutto, anche le ceneri dei nostri morti. Ma dico, tu puoi strumentalizzare le ceneri degli assassinati nella Shoah per commettere un genocidio? E poi ti chiami ancora ebreo? Gli israeliani vanno chiamati sionisti, gli ebrei sono un'altra cosa».
«Anche gli israeliani sono ebrei, però l'essersi caratterizzati come sionisti e l'aver postulato un'identicità fra l'essere sionista e l'essere ebreo li qualifica come idolatri. 
In Inghilterra c'è un signore di 88 anni che si chiama Stephen Kapoš: un ebreo ungherese, deportato ad Auschwitz a 7 anni; poi ha scelto l'Inghilterra, e oggi è cittadino inglese. 
Lui gira tutti i giorni avanti e indietro, alla sua età, davanti al 10 di Downing Street, la residenza del primo ministro britannico, con un cartello appeso al collo: “Stop genocide in Gaza”».
«Ci sono anche molti israeliani che accusano Israele di genocidio, a partire dal professor Amos Goldberg, docente di storia ebraica all'Università Ebraica di Gerusalemme. 
Lui già all'inizio ha emesso un testo voluminoso dove ha usato la parola genocidio per cinque volte, e l'ultima volta l'ha definito “genocidio intenzionale”. 
A dirlo sono tanti altri israeliani (minoranze, certo). 
Per esempio Miko Peled, un attivista che viene negli Stati Uniti, figlio di un generale: in una dichiarazione su YouTube ha detto non c'è mai stato un sionismo buono».
«Alcuni, che sono anche brava gente, hanno creduto in buona fede nell'opzione sionista. Potrebbe esistere uno Stato ebraico non sionista? Uno Stato ebraico, per me, è un abominio, perché Eretz Israel, la Terra Santa (e in questo mi allineo agli ortodossi anti-sionisti) potrà darsi solo quando arriverà il Messia, ebraicamente parlando. 
E non sarà assolutamente una nazione nazionalista: sarà una terra dove si vive da stranieri fra gli stranieri. Per gli ultra-ortodossi, Israele non può essere creata dall'uomo. 
Deve prima arrivare un'era di pace, perché si possa creare una terra (non uno Stato) dove si vive, non dove si possiede».
«Se Dio dice “la terra è mia”, allora certi sionisti dicono: “È la terra del dono”. 
Io dico: e allora perché Dio continua a ripetere che la terra è sua? 
Certo che l'ha promessa, quella terra: ma per abitarla da stranieri con gli stranieri. 
E questa non è che la lettura del Levitico. Sapete quanto sono vili, i sionisti? 
Mi accusano di essere un ebreo antisemita. A chi mi parla così, io rispondo: “E tu hai bisogno di uno psichiatra, ma per una decina d'anni”. 
La fede in Dio non è un precetto dell'ebraismo. È un atto di fede rubricato nei 13 atti di fede enunciati da Maimonide, ma non è un una mitzvà. Se rispetta tutti i precetti dell'ebraismo, anche un ateo può essere considerato il migliore degli ebrei».

Ovadia intervistato su “Altro”: 
https://www.youtube.com/watch?v=kB3DEPOXy9w

Trascrizione di Giorgio Cattaneo


domenica 20 settembre 2026

LA LEZIONE DI CUBA



La grandissima lezione di dignità di Cuba sia da esempio per tutti. Nonostante la dittatura comunista, l’embargo criminale e l’indifferenza della Cina – impero tecnofascista e distopico – quello che emerge è l’immensa forza interiore di un popolo fiero e colto che, malgrado la miseria e l’indigenza, va avanti e non molla mai.
Molti se ne sono andati, altri giustamente criticano il regime e l’allucinante situazione di povertà; eppure questo Paese, nel bene o nel male, conserva una dignità che noi, opulenti occidentali, abbiamo ormai dimenticato. Oggi vogliono darle il colpo di grazia. L’Internazionale Nera, costola del padronato neoliberista guidata da Trump e dal narcos Rubio, vuole prendersi questa terra: un Paese magari non libero nell'accezione borghese e occidentale, ma libero di essere diverso da tutti gli altri.
Oggi l’embargo ha eliminato qualsiasi livello di sussistenza vitale. Mancano il cibo e i farmaci; la gente è oggettivamente molto più povera di un tempo e la fine di Cuba sembra prossima. Cuba, tuttavia, resta l’esempio di un sovranismo che resiste: la solidarietà tra i cubani, educati al socialismo, rimane altissima e non ha nulla a che vedere con quella di altri popoli sudamericani. È questo l'esempio che il globalismo vuole definitivamente estirpare, facendo leva sulla disperazione di una popolazione che chiede il cambiamento solo perché non ce la fa più.
Nelle sue immagini più iconiche, Cuba sembra ferma agli anni Sessanta, accompagnata da un sottofondo incessante di musica latina: un eterno presente in cui, purtroppo, le luci si stanno spegnendo definitivamente. Benvenuti, allora, nel mondo globale, dove l’ultimo avamposto di socialismo deve morire e dove ha vinto il fascismo – quello vero, quello del dollaro.
Io dico: viva la grande dignità e la fierezza dei cubani, viva il socialismo. E fanculo il resto del pianeta, diviso tra imperialismo capitalista, teocrazie islamiche e sionismo xenofobo, che produce solo guerre e genocidi. Sono rari i casi in cui si ha la fortuna di vivere in una società autenticamente sovranista e, di conseguenza, democratica. La sinistra socialista, quella vera, nasceva d'altronde come entità sovranista e internazionalista; quella odierna è semplicemente un’altra sfumatura della destra neoliberale. Tutto il resto, da sempre, è solo colonialismo e globalismo.
PATRIA O MUERTE!