Il 29 agosto 2026 l'Islanda ha formalmente respinto tramite referendum la riapertura dei negoziati per l'adesione all'Unione Europea, con il 52,8% dei cittadini che ha votato per il "No".
Questo voto viene celebrato dai movimenti sovranisti ed euroscettici come una "lezione" a Bruxelles, poiché dimostra che una democrazia ricca, stabile e avanzata può scegliere deliberatamente di rimanere al di fuori delle istituzioni comunitarie per tutelare le proprie prerogative nazionali.
L'approccio dell'Islanda alla sovranità si basa su pilastri economici e strategici ben precisi:
1. La difesa del mare e delle risorse (Il "No" dei pescatori) W i pescatori!
Il motivo principale del rifiuto islandese all'UE è storico e strutturale: la pesca. Se l'Islanda entrasse nell'Unione Europea, dovrebbe sottostare alla Politica Comune della Pesca (PCP), che costringerebbe Reykjavík a spartire le proprie ricchissime quote di pesca nelle acque territoriali con le flotte degli altri Stati membri (come Spagna o Francia). Per l'Islanda, mantenere il controllo esclusivo sui propri mari è una questione identitaria e di sicurezza economica nazionale, non negoziabile con Bruxelles.
2. La sovranità monetaria come ammortizzatore
A differenza dei Paesi dell'Eurozona, l'Islanda possiede una propria valuta, la corona islandese. Questo le dà un enorme vantaggio in termini di flessibilità. Durante la devastante crisi finanziaria del 2008, mentre i Paesi del Sud Europa affrontavano l'austerità per salvare l'Euro, l'Islanda ha lasciato svalutare la propria moneta, rendendo immediatamente le sue esportazioni e il turismo più economici e competitivi.
Ha applicato ricette economiche non ortodosse (lasciando fallire le banche private anziché salvarle con soldi pubblici), dimostrando l'efficacia di una gestione indipendente della moneta.
3. Integrazione senza sottomissione (Il modello SEE)
Il "sovranismo" islandese non è un isolazionismo cieco. Il Primo Ministro Kristrún Frostadóttir ha sottolineato come gli islandesi siano ampiamente soddisfatti dell'Accordo sullo Spazio Economico Europeo (SEE) e dei trattati di Schengen.
Questo modello permette all'Islanda di accedere liberamente al mercato unico europeo per merci, servizi, capitali e persone.
Non cedere sovranità politica a Bruxelles, non adottare le leggi europee su agricoltura e pesca, e non partecipare alle decisioni politiche dell'Europarlamento o della Commissione.
Il significato politico del voto
Il referendum del 2026 era stato convocato dal governo di centrosinistra per cercare uno "scudo" contro le turbolenze geopolitiche globali e le guerre commerciali. Tuttavia, la maggioranza della popolazione ha ribadito che il Paese preferisce correre da solo.
Come osservato dagli analisti dell'istituto, il voto rappresenta un "danno d'immagine" per l'UE: dimostra che il progetto europeo attira i Paesi dell'Est in cerca di fondi o sicurezza, ma non convince i Paesi ricchi e autonomi del Nord, che vedono nei vincoli di Bruxelles un limite alla propria prosperità e autodeterminazione.
Dovremmo tutti prendere a modello l'Islanda, come precursore di un cambiamento necessario per uscire da questo infernale cul de sac.
GENESI E INVOLUZIONE DELLA SOVRAGESTIONE
Bisognerebbe sfatare il mito del quanto sia bello e conveniente "ESSERE IN EUROPA", come se in passato, prima dell'introduzione dell'Euro, non fossimo già tutti europei.
Il quadro istituzionale della "sovragestione" europea può essere suddiviso in tre macro-aree:
1. Ambito Economico e Monetario (Pre-Euro e Extra-CEE)
Prima che il Trattato di Maastricht definisse l'Unione Economica e Monetaria (UEM), l'Europa sperimentò diverse forme di gestione multilaterale dei flussi finanziari e commerciali per favorire la ricostruzione e stabilizzare i cambi: OECE / OCSE (1948): L'Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea (poi divenuta OCSE nel 1961) nacque con il compito fondamentale di coordinare la distribuzione degli aiuti del Piano Marshall. Rappresentò il primo grande tavolo di pianificazione economica congiunta del continente.
UEP (Unione Europea dei Pagamenti, 1950–1958): Istituita in seno all'OECE, l'UEP fu un pilastro cruciale per la ripresa. Funzionava come una camera di compensazione multilaterale che permetteva ai Paesi europei di commerciare tra loro senza dover saldare i debiti direttamente in dollari o oro (risorse allora scarsissime), superando la paralisi dei vecchi accordi bilaterali.
AME (Accordo Monetario Europeo, 1958): Sostituì l'UEP quando le monete europee raggiunsero una parziale convertibilità esterna, ereditandone gli obiettivi di stabilità monetaria.
CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, 1951): Benché sia la diretta antenata istituzionale della CEE, la CECA merita una menzione a sé stante: fu il primo vero esperimento di sovranità sovranazionale. La sua Alta Autorità aveva poteri vincolanti diretti sulla produzione e sui prezzi di carbone e acciaio di Francia, Germania Ovest, Italia e Benelux, sottraendo queste risorse strategiche al controllo esclusivo dei singoli Stati.
AELS / EFTA (1960): L'Associazione Europea di Libero Scambio fu promossa dal Regno Unito in netta contrapposizione al modello doganale e sovranazionale della CEE. Era (ed è tuttora per i pochi membri rimasti) un'area di libero scambio puramente intergovernativa, priva di istituzioni politiche centralizzate.
Serpente Monetario (ufficialmente denominato Accordo interbancario di Basilea del 1972) e SME (Sistema Monetario Europeo, 1979): Accordi nati per mantenere la stabilità dei cambi interni all'Europa dopo il crollo del sistema globale di Bretton Woods.
Questa svolta retorica e analitica è emersa con chiarezza a partire dalla fine del 2024, in particolare durante il simposio del Centre for Economic Policy Research (CEPR) a Parigi e nelle successive audizioni parlamentari sul suo celebre Rapporto sulla competitività europea.
I punti chiave di questa ammissione e il cambio di visione di Draghi si articolano in tre aspetti fondamentali:
1. La critica alla "Svalutazione Interna"
Draghi ha riconosciuto che le politiche europee degli ultimi decenni (specialmente dopo la crisi del 2010) hanno deliberatamente tollerato o incentivato una bassa crescita dei salari per aumentare la competitività e spingere le esportazioni. Poiché all'interno dell'Eurozona non era più possibile svalutare la moneta nazionale per rendere le merci più economiche all'estero, i Paesi hanno fatto ricorso alla cosiddetta svalutazione interna, ovvero al contenimento degli stipendi e alla flessibilità del lavoro.
2. Perché oggi lo considera un errore e un fallimento
Secondo l'ex Presidente della BCE e del Consiglio italiano, questo schema ha generato profondi danni strutturali. La contrazione salariale ha depresso il ciclo "reddito-consumi" dei cittadini europei, rendendo l'intera Unione Europea economicamente più debole e dipendente dalla domanda estera.
Ha disincentivato la produttività. Pagare poco i lavoratori ha permesso alle imprese di rimanere competitive senza l'obbligo di investire in vera innovazione tecnologica, intelligenza artificiale o digitalizzazione.
3. Il cambio di scenario globale
Draghi sottolinea che il vecchio modello "tanto export e salari bassi" non è più sostenibile a causa dei mutamenti geopolitici. La Cina è diventata un rivale sistemico aggressivo e non è più solo un mercato di sbocco favorevole.
Gli Stati Uniti hanno intrapreso una forte svolta protezionistica (fatta di dazi e sussidi interni come l'Inflation Reduction Act) che penalizza le esportazioni europee.
4. La nuova ricetta di Draghi
Per uscire da questa trappola, Draghi non propone più l'austerità fiscale del passato, bensì una strategia opposta: massicci investimenti pubblici e privati comuni (stimati in circa 750-800 miliardi di euro l'anno), un aumento della produttività reale e il sostegno ai salari e ai redditi dei lavoratori per rinvigorire la crescita interna dell'Europa.
Entro un decennio arriveremo al bivio e tutti i nodi saranno sciolti.
Si presenteranno due strade:
1- Continuare a centellinare le risorse per tenere in vita la fattoria degli animali, portando l'orologio indietro nel tempo, creando di fatto dittature futuristiche che non avranno bisogno nemmeno del famoso allevamento di cui sopra.
2- Seguire, ognuno a suo modo e nelle sue possibilità l'esempio dell'Islanda, una nazione tanto piccola quanto grande che, nel bene o nel male, ha tracciato una via alternativa che può essere percorsa con dignità e coraggio.
Ai poster(i) l'ardua sententia.
Bisognerebbe sfatare il mito del quanto sia bello e conveniente "ESSERE IN EUROPA", come se in passato, prima dell'introduzione dell'Euro, non fossimo già tutti europei.
Perché? Perché chi crede ingenuamente a questo caotico contenitore europeo, chiamato erroneamente Europa, parte da false premesse.
Il processo di integrazione e sovragestione in Europa nel secondo dopoguerra (post-1945), prima dell'introduzione dell'Euro e al di là del perimetro della CEE (Comunità Economica Europea), si è articolato attraverso una complessa rete di organizzazioni sovranazionali e intergovernative. Queste istituzioni rispondevano a precise esigenze economiche, monetarie, militari e di cooperazione politica. Il quadro istituzionale della "sovragestione" europea può essere suddiviso in tre macro-aree:
1. Ambito Economico e Monetario (Pre-Euro e Extra-CEE)
Prima che il Trattato di Maastricht definisse l'Unione Economica e Monetaria (UEM), l'Europa sperimentò diverse forme di gestione multilaterale dei flussi finanziari e commerciali per favorire la ricostruzione e stabilizzare i cambi: OECE / OCSE (1948): L'Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea (poi divenuta OCSE nel 1961) nacque con il compito fondamentale di coordinare la distribuzione degli aiuti del Piano Marshall. Rappresentò il primo grande tavolo di pianificazione economica congiunta del continente.
UEP (Unione Europea dei Pagamenti, 1950–1958): Istituita in seno all'OECE, l'UEP fu un pilastro cruciale per la ripresa. Funzionava come una camera di compensazione multilaterale che permetteva ai Paesi europei di commerciare tra loro senza dover saldare i debiti direttamente in dollari o oro (risorse allora scarsissime), superando la paralisi dei vecchi accordi bilaterali.
AME (Accordo Monetario Europeo, 1958): Sostituì l'UEP quando le monete europee raggiunsero una parziale convertibilità esterna, ereditandone gli obiettivi di stabilità monetaria.
CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, 1951): Benché sia la diretta antenata istituzionale della CEE, la CECA merita una menzione a sé stante: fu il primo vero esperimento di sovranità sovranazionale. La sua Alta Autorità aveva poteri vincolanti diretti sulla produzione e sui prezzi di carbone e acciaio di Francia, Germania Ovest, Italia e Benelux, sottraendo queste risorse strategiche al controllo esclusivo dei singoli Stati.
AELS / EFTA (1960): L'Associazione Europea di Libero Scambio fu promossa dal Regno Unito in netta contrapposizione al modello doganale e sovranazionale della CEE. Era (ed è tuttora per i pochi membri rimasti) un'area di libero scambio puramente intergovernativa, priva di istituzioni politiche centralizzate.
Serpente Monetario (ufficialmente denominato Accordo interbancario di Basilea del 1972) e SME (Sistema Monetario Europeo, 1979): Accordi nati per mantenere la stabilità dei cambi interni all'Europa dopo il crollo del sistema globale di Bretton Woods.
Lo SME introdusse l'ECU (un paniere di monete) e impose rigidi margini di oscillazione dei cambi, prefigurando l'architettura tecnica che avrebbe poi portato all'Euro.
EUROPA SI, EUROPA NO, LA TERRA DEI DRAGHI
Questi esempi storici ci confermano che la moneta unica non ha inventato nulla e non ha unito nessun popolo. L'Euro è stato solo un passaggio ulteriore che, ad un certo punto della storia, l'elite economica vincente negli ultimi 40 anni ha introdotto per governare le nazioni, svuotandole di sovranità. L'introduzione dell'euro non ha creato l'economia europea dal nulla, ma ha trasformato radicalmente le regole del gioco di un mercato che era già profondamente interconnesso.
Il punto è che le ha involute queste regole, premiando paradossalmente il nazionalismo dei più forti in quel dato momento. Oggi c'è meno Europa di un tempo, non esiste alcuna Europa dei popoli, esiste solo una governance finanziaria che lavora per i propri interessi, plasmata dall'alto dalla NATO, mentre detta l'agenda e tutte le linee guida politiche, prestandoci i nostri soldi con interessi non proprio vantaggiosi.
La nostra cara Europa delle banche e non dei popoli è, infine, solo un immenso cantiere che drena risorse verso lobby finanziarie, militari, farmaceutiche e di ogni tipologia, a danno delle collettività. Ora siamo solo nominalmente in Europa, in realtà siamo soli più che mai, all'interno di un contenitore vessatorio che, di volta in volta, ci dona contentini, ma che rende gli Stati e le comunità più sudditi, poveri e meno liberi di un tempo.
Facciamo un esempio recente, riguardo alle dichiarazioni del Marione nazionale/transnazionale.
Mario Draghi ha ammesso pubblicamente che il modello economico europeo basato sulla contrazione dei salari e sull'austerità per favorire la competitività esterna è stato un errore. Il punto è che le ha involute queste regole, premiando paradossalmente il nazionalismo dei più forti in quel dato momento. Oggi c'è meno Europa di un tempo, non esiste alcuna Europa dei popoli, esiste solo una governance finanziaria che lavora per i propri interessi, plasmata dall'alto dalla NATO, mentre detta l'agenda e tutte le linee guida politiche, prestandoci i nostri soldi con interessi non proprio vantaggiosi.
La nostra cara Europa delle banche e non dei popoli è, infine, solo un immenso cantiere che drena risorse verso lobby finanziarie, militari, farmaceutiche e di ogni tipologia, a danno delle collettività. Ora siamo solo nominalmente in Europa, in realtà siamo soli più che mai, all'interno di un contenitore vessatorio che, di volta in volta, ci dona contentini, ma che rende gli Stati e le comunità più sudditi, poveri e meno liberi di un tempo.
Facciamo un esempio recente, riguardo alle dichiarazioni del Marione nazionale/transnazionale.
Questa svolta retorica e analitica è emersa con chiarezza a partire dalla fine del 2024, in particolare durante il simposio del Centre for Economic Policy Research (CEPR) a Parigi e nelle successive audizioni parlamentari sul suo celebre Rapporto sulla competitività europea.
I punti chiave di questa ammissione e il cambio di visione di Draghi si articolano in tre aspetti fondamentali:
1. La critica alla "Svalutazione Interna"
Draghi ha riconosciuto che le politiche europee degli ultimi decenni (specialmente dopo la crisi del 2010) hanno deliberatamente tollerato o incentivato una bassa crescita dei salari per aumentare la competitività e spingere le esportazioni. Poiché all'interno dell'Eurozona non era più possibile svalutare la moneta nazionale per rendere le merci più economiche all'estero, i Paesi hanno fatto ricorso alla cosiddetta svalutazione interna, ovvero al contenimento degli stipendi e alla flessibilità del lavoro.
2. Perché oggi lo considera un errore e un fallimento
Secondo l'ex Presidente della BCE e del Consiglio italiano, questo schema ha generato profondi danni strutturali. La contrazione salariale ha depresso il ciclo "reddito-consumi" dei cittadini europei, rendendo l'intera Unione Europea economicamente più debole e dipendente dalla domanda estera.
Ha disincentivato la produttività. Pagare poco i lavoratori ha permesso alle imprese di rimanere competitive senza l'obbligo di investire in vera innovazione tecnologica, intelligenza artificiale o digitalizzazione.
3. Il cambio di scenario globale
Draghi sottolinea che il vecchio modello "tanto export e salari bassi" non è più sostenibile a causa dei mutamenti geopolitici. La Cina è diventata un rivale sistemico aggressivo e non è più solo un mercato di sbocco favorevole.
Gli Stati Uniti hanno intrapreso una forte svolta protezionistica (fatta di dazi e sussidi interni come l'Inflation Reduction Act) che penalizza le esportazioni europee.
4. La nuova ricetta di Draghi
Per uscire da questa trappola, Draghi non propone più l'austerità fiscale del passato, bensì una strategia opposta: massicci investimenti pubblici e privati comuni (stimati in circa 750-800 miliardi di euro l'anno), un aumento della produttività reale e il sostegno ai salari e ai redditi dei lavoratori per rinvigorire la crescita interna dell'Europa.
RESURREZIONE?
Questo piccolo/grande esempio, ci dimostra come l'economia reale sia solo la conseguenza di scelte che calano dall'alto e, l'aver svuotato le democrazie e le finanze pubbliche a vantaggio della sovragestione, ha creato le premesse per una svolta involutiva verso democrature, oltre ad impoverire ulteriormente il proletariato ed il ceto medio.
Oggi, come se nulla fosse, Draghi propone di nutrire un allevamento di polli, affamati e improduttivi, per rilanciare in un terzo momento una nuova macelleria sociale. Quel tanto che basta per non sacrificare tutti i polli dell'allevamento e quindi fermare il meccanismo predatorio capitalista. Modello che utilizza la sovrastruttura delle banche centrali come strumento di dominio sulle popolazioni. Non solo, la sua proposta cadrà pure nel vuoto, e lui lo sa bene, perché l'aver promesso una svolta keynesiana a tempo determinato, dopo una macelleria sociale durata qualche decennio, rappresenterà solo una chimera. Il popolo può aspettare ancora, perché oggi la priorità sono gli immensi investimenti militari che ogni singolo Stato dovrà donare alle note multinazionali della morte.
Questa immensa militarizzazione in futuro servirà, non tanto a risolvere conflitti con nemici fantasma o inventati di volta in volta, ma a controllare capillarmente una massa di futuri diseredati, scongiurando guerre civili e sommosse. Oggi godiamo ancora del benessere accumulato in passato, ma quando lavoro e risparmio saranno prossimi allo zero, la militarizzazione tornerà molto utile per gestire il potenziale caos.Entro un decennio arriveremo al bivio e tutti i nodi saranno sciolti.
Si presenteranno due strade:
1- Continuare a centellinare le risorse per tenere in vita la fattoria degli animali, portando l'orologio indietro nel tempo, creando di fatto dittature futuristiche che non avranno bisogno nemmeno del famoso allevamento di cui sopra.
2- Seguire, ognuno a suo modo e nelle sue possibilità l'esempio dell'Islanda, una nazione tanto piccola quanto grande che, nel bene o nel male, ha tracciato una via alternativa che può essere percorsa con dignità e coraggio.
Ai poster(i) l'ardua sententia.
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