martedì 29 settembre 2026

NETANYAHU SAPEVA DEL 7 OTTOBRE



L’ex premier dice a Fanpage.it di aver appreso da una fonte indipendente che Netanyahu fu avvisato dell’attacco di Hamas. “Ero con una figura israeliana molto rilevante”. 
In Cisgiordania “è pulizia etnica” e un nuovo esecutivo “dovrà come prima cosa fermare i coloni”.

Ehud Olmert sa che Bibi sapeva. La sua fonte è indipendente dall’inchiesta di Haaretz. 
E c’è un altro testimone. Un israeliano “molto importante” era con lui quando l’ex premier apprese che Benjamin Netanyahu era stato avvertito delle intenzioni di Hamas prima del 7 ottobre. “Non ero solo”, rivela a Fanpage.it. Non fa il nome dell’uomo, né di chi gli passò l’informazione. Dice che l’allarme era abbastanza serio da richiedere una reazione.
La rivelazione apre una pista per la commissione d’inchiesta proposta dall’opposizione: quel testimone potrebbe confermare che cosa fu detto a Olmert, e da chi.
Secondo Haaretz, il presidente degli Emirati Mohammed bin Zayed avvertì Netanyahu circa dieci giorni prima dell’attacco. Il premier nega che la conversazione sia avvenuta. 
Due fonti, una delle quali parlò direttamente con il leader emiratino, hanno però confermato al New York Times l’avvertimento di un “grande attacco”.
E non fu l’unico allarme. Il 15 settembre, riferisce Haaretz, il capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna di Israele, informò Netanyahu della minaccia. Due giorni dopo, i vertici della difesa ne discussero senza prendere decisioni concrete. Il 26 settembre, secondo The Atlantic, arrivò in Israele anche il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel: disse che Hamas preparava qualcosa di grosso.
Olmert ritiene che anche il capo della CIA possa aver allertato i vertici israeliani.
In vista delle elezioni del 27 ottobre, l’ex premier afferma che se i partiti arabi venissero esclusi, “sarebbe la fine” di quella che definisce “una democrazia traballante”.
In Cisgiordania, denuncia “l’azione concertata, estesa e costante per una pulizia etnica”. Difende però il suo operato nel 2008, quando gli insediamenti continuarono di fatto a espandersi. E non si pente dell’operazione “Piombo fuso” a Gaza: definisce “minimo” il numero dei civili uccisi. Secondo il rapporto Goldstone per l’ONU, furono 960.
Dopo il voto del 27 ottobre, Olmert spera in un governo “più modesto”, pronto a riaprire la strada alla pace.

Primo ministro Olmert, lei ha detto alla CNN di avere buone ragioni per credere all’inchiesta di Haaretz. Possiede informazioni indipendenti da quelle pubblicate dal giornale?
Ho una fonte personale, indipendente. Sono assolutamente certo che quanto riportato da Haaretz sia accaduto.

Qual è la sua fonte?
Non posso rivelarla.

Ma sa per conto suo che quella telefonata tra il presidente degli Emirati bin Zayed e Netanyahu c’è stata.
Esatto.

E se dovesse un giorno testimoniare, avrebbe qualche riscontro da offrire a chi indaga? 
O c’è solo questa sua fonte di cui non ci dice il nome?
Quando ho appreso dell’avvertimento a Netanyahu, non ero da solo: con me c’era una figura israeliana molto, molto importante.

Ma è normale che Abu Dhabi chiami il leader di Israele?
C’erano contatti ai massimi livelli tra i due governi. Conosco bene i modi della relazione. Certo che gli Emirati ci avvertono, se corriamo un pericolo.

Il contenuto dell’allarme era abbastanza serio da dover indurre Netanyahu ad agire?
Non conosco le parole esatte. So che era un allarme serio, sufficiente a scuotere chi lo riceveva, a fargli capire che bisognava occuparsene subito e con intensità.

Invece, niente. Per questo, Bin Zayed ha poi manifestato la sua frustrazione all’allora direttore della CIA William Burns, secondo Haaretz. Burns può averne poi parlato con gli israeliani?
È probabile. L’esperienza mi dice che il direttore della CIA condividerebbe informazioni del genere con il Mossad o l’intelligence militare. Come minimo. Conosco bene Burns, ma non ne ha parlato con me.

L’inchiesta giornalistica sostiene che fu il capo di Hamas a Gaza a far filtrare l’avvertimento verso gli Emirati, attraverso un esponente di Fatah. Non le pare strano? Perché mai Sinwar, che preparava da anni la strage, avrebbe fatto una cosa simile?
Forse per fuorviare Netanyahu. Fargli pensare che, siccome la notizia era filtrata, l’attacco non ci sarebbe stato. Ma ci sono molte interpretazioni.

I leader di quattro partiti ebraici d’opposizione hanno chiesto una commissione d’inchiesta. Perché non hanno coinvolto i partiti arabi?
I partiti arabi non si fidano del governo Netanyahu e lo considerano già responsabile.

Cosa succede se resteranno esclusi dalle urne il 27 ottobre? La Commissione elettorale ha votato per lasciar fuori entrambe le principali liste arabe: la Lista congiunta – ovvero l’alleanza di Hadash, Balad e Ta’al – e Ra’am, che corre separatamente. Ora sarà la Corte Suprema a decidere…
Solo escludere la Lista congiunta significherebbe tagliare fuori il 20 per cento della popolazione. È inaccettabile. Non sarebbe democrazia. La Corte Suprema non lo permetterà.

Ma Israele è ancora una democrazia?
Molto traballante. Certo, possiamo ancora pensare e dire quello che vogliamo. Ma tutto è diventato più incerto.

Se le urne punissero Netanyahu, l’opposizione avrebbe bisogno dei voti dei partiti arabi per governare?

È probabile che l’opposizione non possa governare senza il sostegno esterno di un partito arabo.

Sarebbero l’ago della bilancia, se il blocco di Netanyahu restasse sotto 61 seggi sui 120 della Knesset?
Possibile. Mettiamo che Netanyahu arrivi a 58 seggi. Non avrebbe la maggioranza. Ma gli altri partiti dovrebbero trovare un accordo tra di loro, per governare. L’appoggio esterno dei partiti arabi potrebbe consentire un governo delle opposizioni.

Teme che Netanyahu possa ordinare una nuova azione militare prima delle elezioni, per migliorare le sue possibilità elettorali?
Di sicuro se scoppiasse una nuova fase di violenza a sud, a nord o contro l’Iran, bisognerebbe esaminare con attenzione come è cominciata, per accertare che non sia stata provocata da un’iniziativa israeliana.

In Cisgiordania è in corso la pulizia etnica?
È in corso un’azione concertata, estesa e costante di centinaia, forse migliaia di coloni, con il sostegno attivo o tacito della polizia, dell’esercito e di importanti ministri. Sembra puntare proprio alla pulizia etnica.

Che cosa dovrebbe fare per prima cosa un governo senza Netanyahu?
Fermare immediatamente i coloni e la loro violenza. Istituire una commissione d’inchiesta nominata dal presidente della Corte Suprema. E difendere l’indipendenza della stessa Corte e della procuratrice generale (il governo Netanyahu tentò di destituirla, fece varare una legge per ridurne i poteri e si scontrò in modo feroce con la Corte su una sentenza, ndr).

Lei sostiene il blocco delle importazioni dagli insediamenti coloniali in Cisgiordania deciso da Regno Unito, Francia e Germania?
Dico solo che me lo aspettavo, dato che il nostro governo non ferma il terrore scatenato dai coloni. Sento dire tante sciocchezze: che la Gran Bretagna è diventata un impero islamico, o che il Canada e Macron sono antisemiti. No, la colpa è solo del governo israeliano.

Qual è la sua valutazione della deriva clerico-religiosa del governo Netanyahu? Siete governati da un Partito di Dio? In arabo, “Hezbollah”?
La fazione religiosa radicale nel governo ha enorme potere politico, è fondamentalista, estremista. Se dipendesse da loro, Israele diventerebbe un Paese come l’Iran, dove le leggi religiose dominano la vita delle persone.

Lei era premier durante l’operazione “Piombo fuso” a Gaza. Human Rights Watch documentò gravi violazioni delle leggi di guerra. Rimpiange le decisioni prese allora?

Non mi scuso e non rimpiango quell’operazione. Non mi rimprovero di aver colpito i capi terroristi: l’ho fatto a Gaza, in Libano, in Iran e in altri luoghi.

E le vittime civili, Olmert? Almeno un migliaio, secondo un rapporto dell’ONU.
Al contrario delle vittime recenti a Gaza, dove sono stati commessi veri e propri crimini di guerra…

È stato attuato un genocidio, ha valutato una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite…
No, ritengo che non ci sia stata una decisione o una politica governativa di genocidio o di uccisione indiscriminata dei palestinesi.

La sua posizione è nota. Giuristi e organizzazioni per i diritti la pensano diversamente. Ma torniamo al 2008. Non vuole scusarsi per le vittime civili?
Le vittime di allora furono un “danno collaterale” autentico. L’obiettivo, erano solo i terroristi. E quella operazione non significò rinunciare alla pace con i palestinesi disposti a vivere accanto a Israele.

Se gli insediamenti impedissero la soluzione dei due Stati, che lei propugna, accetterebbe uno Stato unico con uguali diritti e uguale voto per tutti?
No. Sarebbe la ricetta per guerre senza fine. Palestinesi ed ebrei cercherebbero ciascuno di dominare l’altro: una catastrofe storica.

Nel 2008 difese la prosecuzione delle costruzioni israeliane a Gerusalemme Est e nei grandi blocchi di insediamenti in Cisgiordania. Non pensa di aver contribuito alla situazione che denuncia oggi?

In realtà, smantellammo quattro insediamenti. Ma non ritirammo il controllo militare. Purtroppo, negli anni successivi, abbiamo trascurato completamente la ricerca di una soluzione politica. Il risultato è stato il protrarsi dell’occupazione, la crescita degli insediamenti e la privazione dei diritti dei palestinesi.

Che cosa vorrebbe vedere dopo le elezioni?
Un nuovo governo israeliano più umile, più modesto e disposto ad aprire il cuore e la mente a un’iniziativa di pace.

https://www.fanpage.it/esteri/lex-premier-israeliano-olmert-so-che-netanyahu-fu-avvertito-del-7-ottobre-e-ce-un-testimone-importante/

lunedì 28 settembre 2026

GLI EBREI DI OGGI SONO I PALESTINESI di Moni Ovadia

                                                  

LA PROMESSA DI MOSÈ NON NASCE DA NESSUNA TERRA
«Finalmente gli ebrei escono dall'Egitto. Chi erano? Erano Israeliti discendenti da Giacobbe, erano Accadi, Mesopotamici e Hittiti, erano transfughi egizi. E soprattutto, dice il grande rabbino Chaim Potok, che fu direttore del Jewish Seminar di New York, erano “habiru”. 
E chi erano, gli “habiru”? La parola, proto-sinaitica, indicava i delinquenti. 
Quindi con Mosè c'erano prostitute e ruffiani, assassini, ladri, contrabbandieri. 
Il Santo Benedetto voleva dare una possibilità di redenzione anche alla feccia del mondo, compresi gli ebrei che erano schiavi».
«Quando si rivela, quel dio, che cosa dice? Come si qualifica? “Sono il dio dello schiavo e dello straniero”. Infatti voi siete questo, una banda di mal messi insieme, di schiavi e stranieri. Questa è l'origine degli ebrei. Non hanno l'origine in una terra: ce l'hanno in un progetto etico, spirituale. E nel deserto del Sinai, grazie all'ascesa di Mosè sul monte, loro approderanno alle 10 “parole del deserto”. 
In ebraico si chiamano così, non “comandamenti”. Oserei dire: sono proposte (lo dico da povero rapsodo, esponendo le mie modestissime opinioni)».
«Il primo comandamento, in ebraico, è: “Io sono il Nome”, il tetragramma ineffabile. 
“Il tuo Elohim”, tradurlo con “dio” sarebbe scorretto: “dio” è una parola politeista. 
“Che ti ha tratto dalla terra d'Egitto, dalla casa degli schiavi, per esserti Dio”. 
Io sono il dio della libertà: ma non solo quella fisica, anche quella dentro. 
La libertà vera, quindi, non la libertà del capitalismo. 
Il secondo comandamento dice: “Non avrai altri dèi a fianco a me”. 
Il divino riconosce che ci sono altri dèi, ma non è cooptabile in un gotha di dèi: o lui, o niente».
«Dice questo perché chiede una scelta. E poi è un dio esclusivo, perché è il dio della libertà. Qualcun altro può stare al fianco della libertà? E poi ci sono gli altri comandamenti: non ucciderai, non ruberai, non desidererai la roba di altri (i sionisti non fanno altro). 
Allora, questa è l'aristocrazia degli ebrei: sono gli ultimi, la schiuma della terra. 
La Terra Promessa non la possiamo negare, nella narrazione biblica. 
Il buon Dio dice sempre: “Vai in quella terra che io ti prometto”. 
Però subito dopo aggiunge: scusate, ragazzi, ma la terra è mia».
«La Terra Promessa non è la terra degli uomini: ecco il grande equivoco. 
I sionisti hanno scambiato la Terra Promessa per una promessa di terra. 
C'è un versetto del Levitico che ho imparato dal grande filosofo ebreo del '900 Franz Rosenzweig. Lui dice che nessun uomo ha diritto alla terra. 
In ebraico, quel versetto recita: “La terra non verrà venduta in perpetuità perché la terra è mia”. 
E poi prosegue: “Tu, ebreo, abiterai quella terra come straniero soggiornante”, quindi insieme allo straniero “che godrà dei tuoi stessi statuti”».
«Ancora: “Ricordati che fosti straniero in terra d'Egitto”. E l'ultimo frammento del verso è: “Perché voi tutti, davanti a me, siete solo stranieri soggiornanti”. 
Un brillante traduttore evangelico ha reso queste parole mirabilmente: “Perché voi tutti, davanti a me, siete solo meticci e avventizi”. 
Dov'è il sionismo, qui? Vai in una terra per vivere in maniera santa. 
A essere sante non sono le zolle della terra o le pietre che tu hai tirato in piedi: è santo il modo di viverci. Ed è il massimo livello di santità, perché vivere da stranieri fra gli stranieri porta la pace».
«Questa è la mia interpretazione. Da Marx, dal mio ebraismo e da molte altre fonti, in particolare dall'ebraismo della diaspora (quello della Yiddishkeit), ho imparato che siamo qui per costruire giustizia sociale e pace. Non c'è dubbio che i palestinesi siano gli ebrei di oggi, se per ebraismo intendiamo quella lunga vicenda che gli ebrei hanno vissuto nel corso di oltre due millenni. E parlo solo dell'ultimo esilio, perché gli ebrei – su circa 4.000 anni di storia – in quella terra ci sono stati 700 anni; tutto il resto è esilio».
«Gli ebrei di Israele, i sionisti, hanno cercato di cancellare l'ebraismo con il sionismo. 
Ci sono due dimensioni ineludibili, nell'ebraismo: va bene la terra, ma c'è anche l'esilio. 
Il Talmud ebraico, che è il libro senza il quale non capisci niente dell'ebraismo, perché è tutta la parte interpretativa, dice chiaramente che agli ebrei è proibita una sovranità nazionale. Ripeto: proibita. Oggi ci sono due gruppi dell'ortodossia ebraica che sono radicalmente anti-sionisti; portano le loro lunghe barbe, i riccioli rituali e poi la gabbana e lo scialle ebraico, e sopra lo scialle ebraico hanno la bandiera palestinese».
«La loro proposta di pace è lo smantellamento pacifico dello Stato di Israele. 
E gli ebrei israeliani? Secondo loro è giusto che vivano sotto sovranità palestinese. 
Questo lo pensano i Neturei Karta, che si oppongono a Netanyahu (che è un delinquente, un genocida; e anche se uno è ebreo e l'altro era tedesco, i genocidi si assomigliano). 
Io sono meno radicale dei Neturei Karta. Io dico: un solo Stato, democratico e laico, per tutti gli esseri umani che abitano nella Palestina mandataria: arabi, palestinesi, ebrei, drusi e atei. Tutti con gli stessi identici diritti, gli stessi doveri, la stessa libertà religiosa».
«Ai coloni fanatici dico: secondo me il comandamento non è possedere la terra, ma vivere nella terra. Se vivi sotto una sovranità mista, chi ti impedisce di andare alla tomba di Abramo, al Muro del Pianto? Quindi il sionismo non è un progetto ebraico, è un progetto nazionalista: è colonialista, suprematista, razzista. 
E quindi non poteva che diventare genocidario. Il più duro critico del sionismo è un ebreo che si chiama Norman Finkelstein, allievo di Noam Chomsky: nemmeno i palestinesi dicono le cose che dice lui. Poi c'è Judith Butler, la grandissima filosofa, e Naomi Klein: potrei citare a migliaia».
«I sionisti ci etichettano come antisemiti. Hanno fatto l'equazione: anti-sionista, uguale antisemita. È stato Abba Eban, uno degli importanti laburisti dell'edificazione dello Stato di Israele, che negli anni '70 è andato in tutte le legazioni diplomatiche israeliane, e ha detto: “Appena vi criticano, gridate all'antisemitismo”. 
Strumentalizzano tutto, anche le ceneri dei nostri morti. Ma dico, tu puoi strumentalizzare le ceneri degli assassinati nella Shoah per commettere un genocidio? E poi ti chiami ancora ebreo? Gli israeliani vanno chiamati sionisti, gli ebrei sono un'altra cosa».
«Anche gli israeliani sono ebrei, però l'essersi caratterizzati come sionisti e l'aver postulato un'identicità fra l'essere sionista e l'essere ebreo li qualifica come idolatri. 
In Inghilterra c'è un signore di 88 anni che si chiama Stephen Kapoš: un ebreo ungherese, deportato ad Auschwitz a 7 anni; poi ha scelto l'Inghilterra, e oggi è cittadino inglese. 
Lui gira tutti i giorni avanti e indietro, alla sua età, davanti al 10 di Downing Street, la residenza del primo ministro britannico, con un cartello appeso al collo: “Stop genocide in Gaza”».
«Ci sono anche molti israeliani che accusano Israele di genocidio, a partire dal professor Amos Goldberg, docente di storia ebraica all'Università Ebraica di Gerusalemme. 
Lui già all'inizio ha emesso un testo voluminoso dove ha usato la parola genocidio per cinque volte, e l'ultima volta l'ha definito “genocidio intenzionale”. 
A dirlo sono tanti altri israeliani (minoranze, certo). 
Per esempio Miko Peled, un attivista che viene negli Stati Uniti, figlio di un generale: in una dichiarazione su YouTube ha detto non c'è mai stato un sionismo buono».
«Alcuni, che sono anche brava gente, hanno creduto in buona fede nell'opzione sionista. Potrebbe esistere uno Stato ebraico non sionista? Uno Stato ebraico, per me, è un abominio, perché Eretz Israel, la Terra Santa (e in questo mi allineo agli ortodossi anti-sionisti) potrà darsi solo quando arriverà il Messia, ebraicamente parlando. 
E non sarà assolutamente una nazione nazionalista: sarà una terra dove si vive da stranieri fra gli stranieri. Per gli ultra-ortodossi, Israele non può essere creata dall'uomo. 
Deve prima arrivare un'era di pace, perché si possa creare una terra (non uno Stato) dove si vive, non dove si possiede».
«Se Dio dice “la terra è mia”, allora certi sionisti dicono: “È la terra del dono”. 
Io dico: e allora perché Dio continua a ripetere che la terra è sua? 
Certo che l'ha promessa, quella terra: ma per abitarla da stranieri con gli stranieri. 
E questa non è che la lettura del Levitico. Sapete quanto sono vili, i sionisti? 
Mi accusano di essere un ebreo antisemita. A chi mi parla così, io rispondo: “E tu hai bisogno di uno psichiatra, ma per una decina d'anni”. 
La fede in Dio non è un precetto dell'ebraismo. È un atto di fede rubricato nei 13 atti di fede enunciati da Maimonide, ma non è un una mitzvà. Se rispetta tutti i precetti dell'ebraismo, anche un ateo può essere considerato il migliore degli ebrei».

Ovadia intervistato su “Altro”: 
https://www.youtube.com/watch?v=kB3DEPOXy9w

Trascrizione di Giorgio Cattaneo


domenica 20 settembre 2026

LA LEZIONE DI CUBA



La grandissima lezione di dignità di Cuba sia da esempio per tutti. Nonostante la dittatura comunista, l’embargo criminale e l’indifferenza della Cina – impero tecnofascista e distopico – quello che emerge è l’immensa forza interiore di un popolo fiero e colto che, malgrado la miseria e l’indigenza, va avanti e non molla mai.
Molti se ne sono andati, altri giustamente criticano il regime e l’allucinante situazione di povertà; eppure questo Paese, nel bene o nel male, conserva una dignità che noi, opulenti occidentali, abbiamo ormai dimenticato. Oggi vogliono darle il colpo di grazia. L’Internazionale Nera, costola del padronato neoliberista guidata da Trump e dal narcos Rubio, vuole prendersi questa terra: un Paese magari non libero nell'accezione borghese e occidentale, ma libero di essere diverso da tutti gli altri.
Oggi l’embargo ha eliminato qualsiasi livello di sussistenza vitale. Mancano il cibo e i farmaci; la gente è oggettivamente molto più povera di un tempo e la fine di Cuba sembra prossima. Cuba, tuttavia, resta l’esempio di un sovranismo che resiste: la solidarietà tra i cubani, educati al socialismo, rimane altissima e non ha nulla a che vedere con quella di altri popoli sudamericani. È questo l'esempio che il globalismo vuole definitivamente estirpare, facendo leva sulla disperazione di una popolazione che chiede il cambiamento solo perché non ce la fa più.
Nelle sue immagini più iconiche, Cuba sembra ferma agli anni Sessanta, accompagnata da un sottofondo incessante di musica latina: un eterno presente in cui, purtroppo, le luci si stanno spegnendo definitivamente. Benvenuti, allora, nel mondo globale, dove l’ultimo avamposto di socialismo deve morire e dove ha vinto il fascismo – quello vero, quello del dollaro.
Io dico: viva la grande dignità e la fierezza dei cubani, viva il socialismo. E fanculo il resto del pianeta, diviso tra imperialismo capitalista, teocrazie islamiche e sionismo xenofobo, che produce solo guerre e genocidi. Sono rari i casi in cui si ha la fortuna di vivere in una società autenticamente sovranista e, di conseguenza, democratica. La sinistra socialista, quella vera, nasceva d'altronde come entità sovranista e internazionalista; quella odierna è semplicemente un’altra sfumatura della destra neoliberale. Tutto il resto, da sempre, è solo colonialismo e globalismo.
PATRIA O MUERTE!





lunedì 31 agosto 2026

IL MITO DELL'EURO E L'ESEMPIO DELL'ISLANDA



LO SCHIAFFO DELL'ISLANDA ALL'EURO
Il 29 agosto 2026 l'Islanda ha formalmente respinto tramite referendum la riapertura dei negoziati per l'adesione all'Unione Europea, con il 52,8% dei cittadini che ha votato per il "No".
Questo voto viene celebrato dai movimenti sovranisti ed euroscettici come una "lezione" a Bruxelles, poiché dimostra che una democrazia ricca, stabile e avanzata può scegliere deliberatamente di rimanere al di fuori delle istituzioni comunitarie per tutelare le proprie prerogative nazionali. 
L'approccio dell'Islanda alla sovranità si basa su pilastri economici e strategici ben precisi:

1. La difesa del mare e delle risorse (Il "No" dei pescatori) W i pescatori!
Il motivo principale del rifiuto islandese all'UE è storico e strutturale: la pesca. Se l'Islanda entrasse nell'Unione Europea, dovrebbe sottostare alla Politica Comune della Pesca (PCP), che costringerebbe Reykjavík a spartire le proprie ricchissime quote di pesca nelle acque territoriali con le flotte degli altri Stati membri (come Spagna o Francia). Per l'Islanda, mantenere il controllo esclusivo sui propri mari è una questione identitaria e di sicurezza economica nazionale, non negoziabile con Bruxelles. 

2. La sovranità monetaria come ammortizzatore
A differenza dei Paesi dell'Eurozona, l'Islanda possiede una propria valuta, la corona islandese. Questo le dà un enorme vantaggio in termini di flessibilità. Durante la devastante crisi finanziaria del 2008, mentre i Paesi del Sud Europa affrontavano l'austerità per salvare l'Euro, l'Islanda ha lasciato svalutare la propria moneta, rendendo immediatamente le sue esportazioni e il turismo più economici e competitivi.
Ha applicato ricette economiche non ortodosse (lasciando fallire le banche private anziché salvarle con soldi pubblici), dimostrando l'efficacia di una gestione indipendente della moneta.

3. Integrazione senza sottomissione (Il modello SEE)
Il "sovranismo" islandese non è un isolazionismo cieco. Il Primo Ministro Kristrún Frostadóttir ha sottolineato come gli islandesi siano ampiamente soddisfatti dell'Accordo sullo Spazio Economico Europeo (SEE) e dei trattati di Schengen.
Questo modello permette all'Islanda di accedere liberamente al mercato unico europeo per merci, servizi, capitali e persone.
Non cedere sovranità politica a Bruxelles, non adottare le leggi europee su agricoltura e pesca, e non partecipare alle decisioni politiche dell'Europarlamento o della Commissione.

Il significato politico del voto
Il referendum del 2026 era stato convocato dal governo di centrosinistra per cercare uno "scudo" contro le turbolenze geopolitiche globali e le guerre commerciali. Tuttavia, la maggioranza della popolazione ha ribadito che il Paese preferisce correre da solo.
Come osservato dagli analisti dell'istituto, il voto rappresenta un "danno d'immagine" per l'UE: dimostra che il progetto europeo attira i Paesi dell'Est in cerca di fondi o sicurezza, ma non convince i Paesi ricchi e autonomi del Nord, che vedono nei vincoli di Bruxelles un limite alla propria prosperità e autodeterminazione.
Dovremmo tutti prendere a modello l'Islanda, come precursore di un cambiamento necessario per uscire da questo infernale cul de sac.

GENESI  E INVOLUZIONE DELLA SOVRAGESTIONE
Bisognerebbe sfatare il mito del quanto sia bello e conveniente "ESSERE IN EUROPA", come se in passato, prima dell'introduzione dell'Euro, non fossimo già tutti europei. 
Perché? Perché chi crede ingenuamente a questo caotico contenitore europeo, chiamato erroneamente Europa, parte da false premesse. 
Il processo di integrazione e sovragestione in Europa nel secondo dopoguerra (post-1945), prima dell'introduzione dell'Euro e al di là del perimetro della CEE (Comunità Economica Europea), si è articolato attraverso una complessa rete di organizzazioni sovranazionali e intergovernative. Queste istituzioni rispondevano a precise esigenze economiche, monetarie, militari e di cooperazione politica.
Il quadro istituzionale della "sovragestione" europea può essere suddiviso in tre macro-aree:

1. Ambito Economico e Monetario (Pre-Euro e Extra-CEE)
Prima che il Trattato di Maastricht definisse l'Unione Economica e Monetaria (UEM), l'Europa sperimentò diverse forme di gestione multilaterale dei flussi finanziari e commerciali per favorire la ricostruzione e stabilizzare i cambi: OECE / OCSE (1948): L'Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea (poi divenuta OCSE nel 1961) nacque con il compito fondamentale di coordinare la distribuzione degli aiuti del Piano Marshall. Rappresentò il primo grande tavolo di pianificazione economica congiunta del continente.
UEP (Unione Europea dei Pagamenti, 1950–1958): Istituita in seno all'OECE, l'UEP fu un pilastro cruciale per la ripresa. Funzionava come una camera di compensazione multilaterale che permetteva ai Paesi europei di commerciare tra loro senza dover saldare i debiti direttamente in dollari o oro (risorse allora scarsissime), superando la paralisi dei vecchi accordi bilaterali.
AME (Accordo Monetario Europeo, 1958): Sostituì l'UEP quando le monete europee raggiunsero una parziale convertibilità esterna, ereditandone gli obiettivi di stabilità monetaria.
CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, 1951): Benché sia la diretta antenata istituzionale della CEE, la CECA merita una menzione a sé stante: fu il primo vero esperimento di sovranità sovranazionale. La sua Alta Autorità aveva poteri vincolanti diretti sulla produzione e sui prezzi di carbone e acciaio di Francia, Germania Ovest, Italia e Benelux, sottraendo queste risorse strategiche al controllo esclusivo dei singoli Stati.
AELS / EFTA (1960): L'Associazione Europea di Libero Scambio fu promossa dal Regno Unito in netta contrapposizione al modello doganale e sovranazionale della CEE. Era (ed è tuttora per i pochi membri rimasti) un'area di libero scambio puramente intergovernativa, priva di istituzioni politiche centralizzate.
Serpente Monetario (ufficialmente denominato Accordo interbancario di Basilea del 1972)  e SME (Sistema Monetario Europeo, 1979): Accordi nati per mantenere la stabilità dei cambi interni all'Europa dopo il crollo del sistema globale di Bretton Woods. 
Lo SME introdusse l'ECU (un paniere di monete) e impose rigidi margini di oscillazione dei cambi, prefigurando l'architettura tecnica che avrebbe poi portato all'Euro.

EUROPA SI, EUROPA NO, LA TERRA DEI DRAGHI
Questi esempi storici ci confermano che la moneta unica non ha inventato nulla e non ha unito nessun popolo. L'Euro è stato solo un passaggio ulteriore che, ad un certo punto della storia, l'elite economica vincente negli ultimi 40 anni ha introdotto per governare le nazioni, svuotandole di sovranità. L'introduzione dell'euro non ha creato l'economia europea dal nulla, ma ha trasformato radicalmente le regole del gioco di un mercato che era già profondamente interconnesso.
Il punto è che le ha involute queste regole, premiando paradossalmente il nazionalismo dei più forti in quel dato momento. Oggi c'è meno Europa di un tempo, non esiste alcuna Europa dei popoli, esiste solo una governance finanziaria che lavora per i propri interessi, plasmata dall'alto dalla NATO, mentre detta l'agenda e tutte le linee guida politiche, prestandoci i nostri soldi con interessi non proprio vantaggiosi.
La nostra cara Europa delle banche e non dei popoli è, infine, solo un immenso cantiere che drena risorse verso lobby finanziarie, militari, farmaceutiche e di ogni tipologia, a danno delle collettività. Ora siamo solo nominalmente in Europa, in realtà siamo soli più che mai, all'interno di un contenitore vessatorio che, di volta in volta, ci dona contentini, ma che rende gli Stati e le comunità più sudditi, poveri e meno liberi di un tempo.

Facciamo un esempio recente, riguardo alle dichiarazioni del Marione nazionale/transnazionale.
Mario Draghi ha ammesso pubblicamente che il modello economico europeo basato sulla contrazione dei salari e sull'austerità per favorire la competitività esterna è stato un errore. 
Questa svolta retorica e analitica è emersa con chiarezza a partire dalla fine del 2024, in particolare durante il simposio del Centre for Economic Policy Research (CEPR) a Parigi e nelle successive audizioni parlamentari sul suo celebre Rapporto sulla competitività europea. 
I punti chiave di questa ammissione e il cambio di visione di Draghi si articolano in tre aspetti fondamentali:

1. La critica alla "Svalutazione Interna"
Draghi ha riconosciuto che le politiche europee degli ultimi decenni (specialmente dopo la crisi del 2010) hanno deliberatamente tollerato o incentivato una bassa crescita dei salari per aumentare la competitività e spingere le esportazioni. Poiché all'interno dell'Eurozona non era più possibile svalutare la moneta nazionale per rendere le merci più economiche all'estero, i Paesi hanno fatto ricorso alla cosiddetta svalutazione interna, ovvero al contenimento degli stipendi e alla flessibilità del lavoro. 

2. Perché oggi lo considera un errore e un fallimento
Secondo l'ex Presidente della BCE e del Consiglio italiano, questo schema ha generato profondi danni strutturali. La contrazione salariale ha depresso il ciclo "reddito-consumi" dei cittadini europei, rendendo l'intera Unione Europea economicamente più debole e dipendente dalla domanda estera.
Ha disincentivato la produttività. Pagare poco i lavoratori ha permesso alle imprese di rimanere competitive senza l'obbligo di investire in vera innovazione tecnologica, intelligenza artificiale o digitalizzazione.

3. Il cambio di scenario globale
Draghi sottolinea che il vecchio modello "tanto export e salari bassi" non è più sostenibile a causa dei mutamenti geopolitici. La Cina è diventata un rivale sistemico aggressivo e non è più solo un mercato di sbocco favorevole.
Gli Stati Uniti hanno intrapreso una forte svolta protezionistica (fatta di dazi e sussidi interni come l'Inflation Reduction Act) che penalizza le esportazioni europee.

4. La nuova ricetta di Draghi
Per uscire da questa trappola, Draghi non propone più l'austerità fiscale del passato, bensì una strategia opposta: massicci investimenti pubblici e privati comuni (stimati in circa 750-800 miliardi di euro l'anno), un aumento della produttività reale e il sostegno ai salari e ai redditi dei lavoratori per rinvigorire la crescita interna dell'Europa.

RESURREZIONE?
Questo piccolo/grande esempio, ci dimostra come l'economia reale sia solo la conseguenza di scelte che calano dall'alto e, l'aver svuotato le democrazie e le finanze pubbliche a vantaggio della sovragestione, ha creato le premesse per una svolta involutiva verso democrature, oltre ad impoverire ulteriormente il proletariato ed il ceto medio.
Oggi, come se nulla fosse, Draghi propone di nutrire un allevamento di polli, affamati e improduttivi, per rilanciare in un terzo momento una nuova macelleria sociale. Quel tanto che basta per non sacrificare tutti i polli dell'allevamento e quindi fermare il meccanismo predatorio capitalista. Modello che utilizza la sovrastruttura delle banche centrali come strumento di dominio sulle popolazioni. Non solo, la sua proposta cadrà pure nel vuoto, e lui lo sa bene, perché l'aver promesso una svolta keynesiana a tempo determinato, dopo una macelleria sociale durata qualche decennio, rappresenterà solo una chimera. Il popolo può aspettare ancora, perché oggi la priorità sono gli immensi investimenti militari che ogni singolo Stato dovrà donare alle note multinazionali della morte. 
Questa immensa militarizzazione in futuro servirà, non tanto a risolvere conflitti con nemici fantasma o inventati di volta in volta, ma a controllare capillarmente una massa di futuri diseredati, scongiurando guerre civili e sommosse. Oggi godiamo ancora del benessere accumulato in passato, ma quando lavoro e risparmio saranno prossimi allo zero, la militarizzazione tornerà molto utile per gestire il potenziale caos.
Entro un decennio arriveremo al bivio e tutti i nodi saranno sciolti.
Si presenteranno due strade:
1- Continuare a centellinare le risorse per tenere in vita la fattoria degli animali, portando l'orologio indietro nel tempo, creando di fatto dittature futuristiche che non avranno bisogno nemmeno del famoso allevamento di cui sopra.
2- Seguire, ognuno a suo modo e nelle sue possibilità l'esempio dell'Islanda, una nazione tanto piccola quanto grande che, nel bene o nel male, ha tracciato una via alternativa che può essere percorsa con dignità e coraggio.
Ai poster(i) l'ardua sententia.






venerdì 21 agosto 2026

O LA BORSA O LAVITOLA



INFORMATORE O CONTROLLORE?
A prescindere possa piacere o meno Ranucci (io non ho mai visto Report, se non spezzoni negli anni sul web), è palese ci sia in atto un attacco contro lui e, per osmosi, contro chi critica il governo. Ripeto, questo a prescindere dal giudizio su Ranucci che conosco sinceramente poco. Il blocco editoriale Angelucci sta facendo una campagna molto aggressiva e scorretta che dovrebbe preoccupare anche chi non ama Ranucci, ed è quello, secondo me, il focus del discorso.
Chi è Lavitola? Un informatore e un controllore al tempo stesso, un po' come quelle guardie del corpo che al momento giusto ricevono l'ordine di eliminarti. Che tra un consiglio ed un altro possono aiutarti, come farti male. Un amico che si rivela nemico al momento giusto, oppure, costretto a recitare questo ruolo per conto di altri. Un profilo che ricorda il modus operandi di certa Intelligence, o di chi lavora per loro.
Ranucci (bravo - non bravo, ingenuo - furbo, non mi interessa) è il primo bersaglio e l'esempio da dare in pasto mediaticamente per chi osa indagare su certe tematiche.
I legami tra apparati dei Servizi e mafie, è roba nota, e chi cerca di infilarsi in questo ginepraio viene fatto fuori.
Lo stesso Lavitola è ricattato da un livello superiore che lo tiene per le palle e gli fa recitare il ruolo di attentatore AMICO. Una roba da considerare talmente surreale e demenziale, se non visualizzata in un'ottica di messaggi per chi deve e può capire.
Ovvio, che Lavitola non ha mai fatto mettere un ordigno sotto casa di Ranucci, lui semplicemente ha ricevuto l'ordine di dire che è stato lui. Deve necessariamente rendersi colpevole, perché lo scopo è quello di sputtanare il giornalista. Lui asserisce che l'avrebbe fatto per difenderlo, che gli sarebbe successo qualcosa. Ma questo presuppone che dietro Lavitola ci siano altri personaggi, è comunque talmente contraddittorio, tanto da confessare indirettamente legami oscuri non meglio indentificati.
Alcuni reporter vengono affiancati nel tempo proprio da personaggi che danno importanti informazioni, per spingerli in una data direzione, talvolta anche quella giusta, per poi in seguito distruggerli. Una sorta di copione filmico e, sinceramente, fa abbastanza ridere la motivazione che la bomba avrebbe favorito Ranucci per una sua ascesa politica, non ci crede nessuno. Prima lo avverte di un imminente attentato, poi ci spiega che lo avrebbe fatto per aiutarlo. Chiaro che copra qualcun altro. E allora se non è quella la motivazione, visto anche l'impegno di certa stampa di regime nel cercare il pelo nell'uovo dello sputtanamento, diventa palese che qualcuno si sta difendendo da inchieste scomode, e tramite la strana confessione di Lavitola, lanciando al contempo messaggi chiari a chi volesse ripercorrere certe strade. C'è una connessione tra le mafie e apparati deviati dei Servizi che hanno interessi a non scardinare un sistema criminale ben oliato e che ha stretti legami con la politica e le lobby annesse. Ci sono troppi interessi in gioco per permettere ad un Ranucci qualunque di mettere il bastone tra le ruote.

IL TEMPO DELLE PERE
Lo sputtanamento di Ranucci continua sui media con le presunte avance che avrebbe fatto anni fa ad una giornalista che oggi lo accusa di comportamento non corretto.
Ora è accusato di aver fatto dei complimenti non graditi ad Angela Camuso.
Per carità, fossero venuti fuori pesanti apprezzamenti e volgarità indicibili, sarei pure d'accordo, ma sinceramente le frasi in questione mi sembrano abbastanza innocue e prive di qualsiasi interesse reale, se non quello strumentale atto a colpirlo ancora una volta.
Quindi, dire sei in formissima e hai uno sguardo luminoso, è una roba così grave ed inappropriata? Se queste sono le avance incriminate, stiamo freschi. Ed anche l'avesse realmente corteggiata, che problemi ci sarebbero? E chi se ne frega, se non ci sono reati!
Apriti cielo, Capezzone ci fa la morale giustificandosi che lo fa solo per mostrare le contraddizioni di una sinistra woke, e non per difendere il governo.
Pure mia nonna mi diceva hai uno sguardo LUMINOSO, ma che roba è questa campagna ridicola giornalistica? E questa sarebbe la notiziona?
Complimenti, quasi quasi mi abbono subito a IL TEMPO!

DISTRAZIONE DI MASSA
Il punto è che questa campagna contro Report è servita mediaticamente per affossare ed eclissare l'inchiesta sui legami opachi tra uomini del clan Senese e alcuni politici.
Il caso Delmastro è solo la punta di un iceberg di un sistema ben noto, e su piani diversi, ritengo che lo stesso Delmastro, che ricordiamo non è attualmente indagato, sia a sua volta una pedina ricattabile.
Il voto della giunta per le Autorizzazioni e dell’aula di Montecitorio hanno negato alla magistratura le chat tra Delmastro e Mauro Caroccia. Le conversazioni depositate non sono state visionate dai componenti della Giunta e non potranno essere utilizzate dai pm di Roma per il voto contrario della maggioranza.
L’importante era evitare che quelle chat venissero diffuse e conosciute.
Infatti, il giorno del voto alla Camera, l’ufficio studi di Fratelli d’Italia ha distribuito un dossier interno inerente ai dialoghi tra Delmastro e Carroccia, evitando saltassero fuori conversazioni “personali, politiche e istituzionali del tutto estranee all’indagine” e venissero coinvolte figure terze.
Simbolicamente, Caroccia sta a Delmastro come Lavitola sta a Ranucci, perché pur essendo due storie lontane e differenti, presentano analogie per come funzionano le dinamiche del potere e del relativo controllo. Una piramide dove il piano superiore rende ricattabile quello inferiore, ma a sua volta deve soddisfare gli interessi di ulteriori piani superiori, connessi tra loro come in una matrioska, apparentemente senza fine.



giovedì 20 agosto 2026

RIFLESSIONE TRA NEOLIBERISMO E KEYNESISMO


Draghi che è stato uno degli artefici di questo scempio europeo, oggi ritratta, e lo fa non casualmente, ma è costretto a svelare alcuni meccanismi a noi noti.
Ultimamente ha detto che le scelte di austerity imposte con i governi tecnici non erano dettate dal debito pubblico che, tra parentesi, è aumentato massivamente proprio nella fase dei tagli, ma da scelte politiche sbagliate (si, lo ha ammesso pubblicamente). 
Draghi e rettili vari pensavano all'epoca che svalutare i salari fosse una buona scelta per competere con la Germania. Capite la follia ed al tempo stesso la bufala per giustificare la macelleria sociale?
Tanto è vero che oggi, con la faccia come il culo, hanno deciso di fare spesa a deficit, ma per le lobby delle armi. Una sorta di keynesismo al contrario.
Decenni di menate sulla new economy, dopo aver insegnato e propagandato alle università l'illusione del mercato e del controllo della spesa pubblica, dello Stato assistenzialista, salvo poi, 30 anni dopo, smentire le motivazioni iniziali, prendendo per il culo i sudditi, un po' come per le ragioni della vaccinazione obbligatoria ed altre amenità green.
Le poche cose buone ed ancora valide delle vecchie democrazie sono state storicamente le politiche economiche keynesiane e social-democratiche. Da specificare che nulla c'entrano con gli attuali centro-sinistra partitici degli ultimi 40 anni che, al contrario, hanno fatto sostanzialmente le stesse politiche criminali della destra, talvolta superandola in zelo.
Il paradigma keynesiano nel vecchio continente, del boom economico, agevolato anche dalla presenza del blocco sovietico comunista, e quindi la mediazione tra pubblico e privato, ha creato lo Stato sociale, la sanità pubblica, la scuola pubblica, salari dignitosi, circolazione virtuosa del denaro. Il modello attuale ha invece nel tempo spostato sempre più (ovviamente è sempre avvenuto, ma in maniera più controllata) risorse e capitali pubblici verso lobby e banche centrali, che esprimono oggi il nazionalismo dei più forti, facendoci perdere sempre più sovranità e autonomia economica, fino alle mancate pesanti tassazioni delle Corporation.
La coperta, con il neoliberismo per pochi, con una finta unione europea, con il mito prometeico del mercato sopra la politica e non più dentro la politica, con la globalizzazione forzata, è stata spostata verso una sempre più risicata minoranza elitaria, e i risultati nefasti sono davanti ai nostri occhi.
L'apice del benessere democratico a lungo termine, del quale noi oggi godiamo ancora della sua onda lunga, riguarda l'applicazione di politiche keynesiane.
Draghi questo lo sa bene, infatti lo era anche lui in origine, poi ha sposato il lato oscuro della forza, entrando in quegli ambienti di cui si è fatto araldo ricattabile.
Senza spesa a deficit un paese non può sostenere nulla, quindi dite addio ai lavori pubblici, alla manutenzione del territorio (proprio oggi che la menate con il riscaldamento climatico, salvo poi evitare le soluzioni strutturali), teniamoci le scuole e gli ospedali fatiscenti.
In questo sistema di cose, paradossalmente, aumentano pure le mafie, le ruberie, le corruzioni e gli sprechi, quelli aumentano sempre in una società caotica neoliberista.
Ora è assurdo essere più realisti del Re, soprattutto, quando lo stesso sovrano ci ha rivelato l'arcano (che era poi semplice da capire).

Il classico sostenitore del neoliberismo risponderebbe che fare spesa a deficit, alla lunga, non è sostenibile. Anche questo è un mito ed una bufala spaziale. Perché? Per il semplice motivo che, qualsiasi sistema economico al mondo, tutti indistintamente anche nelle rispettive differenze, ha sempre continuato a fare spesa a deficit. Non può esistere un sistema senza spesa a deficit, anzi, è massivamente aumentata nei decenni.
Quindi dove sta la differenza? Che il sistema neoliberista globale, inteso nel suo insieme dei rapporti di mercato (falsati e creati a tavolino in base ai rapporti di forza) fa beatamente spesa a deficit spostando una massa di denaro pubblico alle cosiddette banche centrali, all'apparato militare e dando fondi statali alle lobby, alle Fondazioni amiche, perfino alle Corporation, mentre un sistema keynesiano fa spesa deficit puntando non solo al privato, ma anche allo Stato sociale, ai salari, al benessere della collettività.
Queste sono le due grandi differenze di questi due modelli capitalisti.
Il sistema neoliberista può creare nell'immediato un riattivarsi del flusso economico attraverso lo shock dei tagli sulle tasse per alcune categorie, ma alla lunga crea povertà e grandi disuguaglianze, perché la spesa pubblica è quasi tutta concentrata a favore di pochi ed i servizi vengono puntualmente privatizzati.
Il sistema keynesiano, apparentemente, crea inflazione e costo sociale, ma poi sviluppa boom economici, circolazione del denaro, salari e servizi per tutti e, quindi, più benessere diffuso.
Il sistema neoliberista è piramidale, individualista, premia i rapporti di forza ed alimenta guerre e mafie, essendo concettualmente un modello esclusivista e chiuso. E' una forma di fascismo liquido, per dirla alla Pasolini, perché in maniera apparentemente democratica, stabilisce i ruoli sociali e va a creare una sorta di TECNO-MONARCHIA in salsa globalista.
Al contrario e con tutti i suoi limiti strutturali, un sistema capitalista keynesiano o similare, è più orizzontale e trova un maggiore equilibrio tra pubblico e privato, quindi un sistema più condiviso e concettualmente più umano e dignitoso, ovviamente, incarnando un modello perfettibile e non ideale, ma le differenze ci sono e si sentono sul corpo sociale.

Dopo che il boom economico di 60 anni fa, servito anche ad innovare il sistema capitalista generale, aveva fatto il suo corso, gli ambienti massonici ed economici che vinsero la corsa per lo scettro della governance del futuro, si spostarono tutti su posizioni neoliberiste che andarono a condizionare anche paesi non precisamente liberisti, ma creando contemporaneamente un mondo globalizzato. Furono tutti allineati come soldatini a venerare il Dio denaro, attraverso i rapporti di forza, talvolta senza cambiare in toto la loro struttura economica finanziaria interna, vedi in Italia. Ottenendo allo stesso modo gli stessi frutti, ricattandoli economicamente, semplicemente come colonie dell'impero.
Dagli anni 70 in avanti, le forze capitaliste, le relative lobby hanno sposato la scelta di destrutturare le democrazie, svuotandole ed impoverendole, minando tutte le sovranità economiche nazionali, in nome di un falso mito, strumentale a fare accettare ai sudditi la "buona novella", la pozione magica della new economy che, dopo la sbornia iniziale, ha creato disastri e pure numerosi conflitti. Un lungo percorso di strategia della tensione, di eliminazione sistematica di ogni leader socialista, democratico, keynesiano, a partire dai i più massimalisti e sovranisti come Allende e Sankara, passando per il moderato Palme, fino agli ibridi come Gheddafi e lo stesso Craxi che, tra luci ed ombre, rappresentava un unicum non gradito. Esempi diversamente scomodi all'elite che aveva bisogno di spostare l'asse economico politico, culturale e valoriale a destra, facendo accettare alle popolazioni un futuro che poi si è rivelato infernale.
Come una sorta di colpo di Stato economico interno, un aggiornamento 2.0 che ha reso legale e fatto accettare alla massa le nuove democrature.
Come dicevamo, il neoliberismo, vedi in USA, è anche statale, ma fa il processo inverso, ruba alla popolazione per accentrare fondi statali alla NASA, alle lobby delle armi, perfino alle industrie di un oligarca come Musk, tagliando servizi per i cittadini.
I soldi in ultima analisi diventano fattualmente un'astrazione che prenda vita, ogni qual volta il sistema necessita di spese, e lo sono così tanto che il potere costituito fa lo Zorro al contrario con i soldi pubblici, e poi ti sposta il problema, negandoti qualsiasi velleità di coscienza di classe, alimentando la propaganda che i lavoratori sono la causa di ogni problema, tra fannulloni e raccomandati.
Purtroppo, questa è l'ennesima bufala divisiva che lo status quo propaganda per spostare i bersagli, le criticità reali, creando una guerra tra poveri.
Sovente il sistema liberista si giustifica parlando di sprechi, quando nella realtà oggettiva la loro esistenza è l'unico vero GRANDE SPRECO a danno della collettività.
Il sistema liberista, proprio perché più individualista, quindi intrinsecamente mafioso, alimenta più raccomandati, più nepotismo e meno meritocrazia. Ovviamente, sono aspetti presenti in qualsiasi modello economico, ma è una sciocchezza ed un falso storico pensare che un eventuale sistema neoliberista promuova meritocrazia, perché un sistema piramidale non potrà che essere matematicamente più corrotto, perché in un sistema del genere, ognuno tenderà a fare le scarpe al suo simile e non ad avere una visione collettiva e di benessere diffuso. Lo è concettualmente meno meritocratico!

Nella storia del secolo scorso i poteri forti vincenti in Europa hanno quindi eliminato qualsiasi declinazione socialdemocratica e di reale democrazia attraverso crisi pilotate, uccisioni di leader politici, come esempi storici da cancellare, essendo interpreti di visioni e governance più umane del capitalismo. C'è stato un ribaltamento politico massonico, fin dalle origini con l'uccisione di Mattei, passando per Moro, fino a tangentopoli, proprio per arrivare a questo grado di democratura, destrutturando tutto il benessere creato da un sistema adottato da tutta Europa, più squisitamente keynesiano, dove lo Stato garantiva benessere diffuso e dove il privato poteva esprimersi in un equilibrio maggiore.
Il mio sistema ideale sarebbe ancor più evoluto e orizzontale, ma mi rendo conto che oggi, anche grazie all'indottrinamento dei poteri forti promosso nella società, un sistema keynesiano è quasi un'utopia.
Non esiste nessun reale libero mercato in un sistema turbo capitalista globale, esistono solo monopoli e rapporti di forza, dove il nazionalismo può essere appannaggio solo dei paesi che partecipano ai vertici della sovrastruttura. Come una sorta di sistema controiniziato, ribaltato, un Robin Hood al contrario che ti concede le briciole e sposta investimenti pubblici verso l'elite. A questo modello tutti sono stati costretti ad adeguarsi, pena l'oblio, in un mondo ricco di epigoni speculatori, giocatori di azzardo con il nostro deretano, salvo poi l'arrivo dei risolutori dei governi tecnici di austerity, incaricati a salvare la patria dai veri sprechi provocati da lor signori e sempre con regole a vantaggio di pochi.
Questo è un sistema IMPLOSIVO, rigido, che può disintegrarsi come l'argilla e far fiorire un nuovo medioevo come conseguenza, e forse proprio questo è lo scopo di questo gioco al ribasso. In fondo le democrazie rappresentano una stagione che può essere superata da nuovi autoritarismi.

I vincoli di una finta Europa, non dei popoli ma delle banche, è stata la narrazione per i sudditi in cerca di appartenenza, di una casa sicura. E poi scopri un bel giorno che Draghi farà spesa a deficit per le lobby private delle armi, con la scusa della guerra in Ucraina, che rappresenta il confine dell'impero, sacrificabile, di cui a loro frega nulla.
Iniziamo piuttosto a pensare in maniera creativa, plasmando un mondo che si muova in senso ostinato e contrario. Al posto di fare spesa a deficit per le Corporation del male (le nuove monarchie), torniamo a farlo per Stato sociale, sanità, scuola, pensioni, salari, lavori pubblici. Al contrario ci saranno guerre civili e, quindi, nuovi rigurgiti reazionari.
Un'Italia che non può spendere a deficit per i servizi si indebiterà sempre più chiedendo l'elemosina all'Europa delle banche, cosa che puntualmente succede, tra vincoli assurdi e continue emergenze. L'Europa di oggi è una finzione, un ologramma. Alla fine in economia è solo una questione di matematica, e loro ci giocano con i numeri, mentre noi ne subiamo le conseguenze empiriche!

domenica 2 agosto 2026

QUANTO CONSUMA IL SISTEMA DIGITALE PLANETARIO



L'impatto climatico e ambientale del sistema digitale complessivo vivrà una crescita imponente nei prossimi 10 anni (orizzonte 2036), spinto in modo particolare dall'adozione globale dell'Intelligenza Artificiale generativa.
I dati aggiornati basati sui report ufficiali delle Nazioni Unite (UNU) e dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) quantificano con precisione questo passaggio storico.
Storicamente e al netto dei consumi, l'uso della carta consumava molto meno rispetto all'intero sistema digitale attuale, specialmente nel lungo periodo. Il settore globale della pasta di legno e della carta influisce oggi per appena lo 0,9% - 1% delle emissioni globali di CO₂, contro il 3,7% del digitale attuale (che salirà a oltre il 7,5% in dieci anni).

1. Consumo Elettrico: Oggi vs Tra 10 Anni (2036)
Il consumo elettrico subirà una forte accelerazione, spostando l'asse dell'assorbimento verso i server ad alte prestazioni.
Oggi: L'intero sistema digitale (compresi dispositivi degli utenti, smartphone, reti di trasmissione e provider) consuma circa il 10% dell'elettricità globale (~3.000 TWh).
All'interno di questo ecosistema, la sola infrastruttura fisica dei data center ne richiede circa 485 TWh (~1,5% del totale globale).
Tra 10 anni (2036): Secondo le stime della IEA e di Precedence Research, il consumo dei soli data center triplicherà, superando i 1.300 TWh all'anno. Di conseguenza, l'intero macro-settore digitale passerà dall'attuale 10% ad assorbire oltre il 15-18% di tutta l'energia elettrica prodotta sul pianeta (~5.500 TWh).

2. Consumo d'Acqua: Oggi vs Tra 10 Anni (2036)
L'impronta idrica è uno degli aspetti più critici, legato sia al raffreddamento dei processori grafici (GPU) sia all'impatto indiretto delle centrali elettriche.
Oggi: Il consumo idrico annuale della rete globale di data center è stimato in circa 4,5 trilioni (4.500 miliardi) di litri d'acqua.
Tra 10 anni (2036): Secondo il recente report delle Nazioni Unite, il boom dell'IA raddoppierà la pressione sulle risorse idriche.
La proiezione indica che il sistema digitale arriverà a consumare oltre 9,3 trilioni (9.300 miliardi) di litri d'acqua all'anno.
Per dare una proporzione, questa quantità equivale al fabbisogno idrico domestico annuale di 1,3 miliardi di persone.

3. Innalzamento del Riscaldamento Climatico (Emissioni di CO₂)
Il digitale contribuisce al riscaldamento globale immettendo gas serra nell'atmosfera attraverso l'elettricità che consuma.
Oggi: L'impronta di carbonio della sola infrastruttura IA e dei data center genera 200 milioni di tonnellate di CO₂ all'anno.
Se si include l'intero settore ICT (fabbriche di chip, smartphone, antenne 5G), il comparto è responsabile di circa il 3-4% delle emissioni globali di gas serra, un impatto superiore a quello dell'intera industria aeronautica civile mondiale.
Tra 10 anni (2036): Le emissioni derivanti dai soli data center legati all'IA saliranno a circa 400 milioni di tonnellate di CO₂ all'anno. Sebbene i colossi della tecnologia stiano investendo massicciamente in fonti rinnovabili e nucleare per alimentare i server, la velocità di costruzione dei data center supera la velocità con cui le reti elettriche mondiali si stanno decarbonizzando. Questo causerà un incremento netto dell'effetto serra guidato dalla tecnologia, stimabile in un apporto aggiuntivo dello 0,5% - 1% sulle emissioni totali antropiche globali entro il prossimo decennio.

La percezione comune sul fatto che il digitale fosse la soluzione ecologica assoluta per "salvare gli alberi" si è rivelata una colossale operazione di marketing e disinformazione ecologica (il cosiddetto greenwashing). Ci hanno raccontato una narrazione parziale che ignorava completamente le leggi della fisica e della termodinamica. Ecco perché quella promessa era un inganno e come stanno davvero le cose dal punto di vista scientifico.
1. Il trucco della "Dematerializzazione"
Le grandi aziende tecnologiche hanno coniato termini come "Cloud" (Nuvola) per farci pensare a qualcosa di leggero, etereo, pulito e privo di impatto ambientale. 
La realtà fisica: Il "Cloud" non è una nuvola nel cielo. Sono milioni di capannoni industriali di cemento e acciaio, pieni di server surriscaldati che bruciano elettricità giorno e notte e consumano miliardi di litri d'acqua dolce per non fondersi. 
Lo spostamento del danno: Dicendoti "non stampare questa e-mail per salvare un albero", hanno semplicemente spostato l'impatto ambientale da una risorsa visibile (il foglio di carta sulla tua scrivania) a una risorsa invisibile (la centrale a carbone o a gas che alimenta il data center che conserva quella e-mail per sempre).
2. Perché la carta è stata ingiustamente demonizzata
Negli anni '90 e 2000, l'industria della carta è stata il bersaglio principale degli ambientalisti a causa della deforestazione selvaggia. Questo era un problema reale, ma l'industria cartaria (specialmente in Europa e Nord America) ha dovuto cambiare radicalmente. 
Oggi la carta per ufficio e libri proviene quasi interamente da foreste certificate e coltivate (come i marchi FSC o PEFC). Per ogni albero tagliato, ne vengono piantati tre nuovi. 
Le foreste europee, grazie a questo sistema, sono in costante espansione, non in diminuzione. La carta è un materiale naturale che stocca la CO₂ (l'albero assorbe carbonio dall'atmosfera e lo imprigiona nel foglio) ed è biodegradabile al 100%.
3. Il vero costo nascosto digitale, al contrario della carta, si basa su risorse non rinnovabili e processi industriali devastanti
I metalli rari: Per fare i chip del tuo smartphone o i server dell'IA servono litio, cobalto, oro e terre rare. Per estrarli si distruggono intere montagne in Africa e in Asia, contaminando le falde acquifere locali con acidi e metalli pesanti. 
L'eternità energetica: Come dicevamo prima, un libro stampato richiede energia una sola volta. Un documento salvato sul cloud richiede che un computer rimanga acceso, alimentato e raffreddato ad acqua per l'eternità, o almeno finché non decidi di cancellarlo.
4. Chi ha guadagnato da questa bugia? La narrazione del "passa al digitale e salva il pianeta" ha fatto comodo a due grandi attori economici
Le banche e le grandi aziende: Eliminando gli estratti conto cartacei e le lettere fisiche, hanno azzerato i loro costi di stampa e di spedizione postale, scaricando il costo della stampa (se l'utente voleva comunque il foglio) e della conservazione digitale sul cliente, il tutto sotto la bandiera del "rispetto dell'ambiente". 
I colossi del Tech: Hanno potuto venderti abbonamenti cloud, nuovi smartphone ogni due anni e servizi digitali continui senza che l'opinione pubblica si rendesse conto che stavano costruendo l'industria più energivora della storia umana.
In conclusione: la carta è meglio del digitale?
Non sempre, ma la regola d'oro della scienza ambientale oggi è: se un documento devi consultarlo molte volte nel corso degli anni (un libro, una costituzione, un atto di proprietà), la carta inquina infinitamente meno.
Se invece devi fare una modifica rapida a un testo e poi cancellarlo, il digitale conserva un senso, purché non sia supportato da calcoli pesanti come quelli dell'IA generativa. 
Molti movimenti ambientalisti tradizionali sono stati, spesso inconsapevolmente, il cavallo di Troia perfetto per l'espansione incontrollata dei colossi del settore tecnologico (Big Tech).
Mentre gli attivisti si concentravano sulle battaglie storiche e visibili — come le piattaforme petrolifere, le miniere di carbone e i tubi di scappamento — l'industria digitale ha potuto colonizzare il pianeta senza trovare alcuna resistenza ecologista, nascondendosi dietro la bandiera della "sostenibilità".
Questo cortocircuito storico si è verificato attraverso tre dinamiche precise:
1. La trappola dell'ideologia "Zero Emissioni" sul pezzo di carta
Le Big Tech hanno sfruttato la fissazione dell'ambientalismo per l'eliminazione della carta e della plastica per presentarsi come i "salvatori puliti".
Gli ambientalisti hanno applaudito la dematerializzazione (biglietti aerei digitali, fatture online, smart working) convinti che eliminare l'oggetto fisico significasse eliminare l'inquinamento. L'industria informatica ha ringraziato, incassando il supporto morale dei movimenti verdi mentre costruiva, nel silenzio generale, la rete di data center più energivora del mondo.
2. Il "Greenwashing" finanziario accettato dai movimenti giganti del tech (Google, Apple, Microsoft, Amazon) sono stati i primi a dichiararsi "Carbon Neutral" (a impatto zero).
Come ci sono riusciti? Non spegnendo i server, ma usando un trucco contabile che molti ambientalisti hanno accettato per anni: i crediti di carbonio. Un data center bruciava l'elettricità prodotta dal carbone? L'azienda tech comprava un certificato verde finanziando una piantagione di alberi in America Latina e dichiarava di essere "pulita". Questo sistema ha addormentato la vigilanza dei movimenti ecologisti, che hanno considerato la Silicon Valley un alleato progressista e verde, anziché trattarla come una gigantesca industria pesante.
3. La dipendenza tecnologica dell'attivismo moderno 
Come accennato, i movimenti ecologisti moderni (da Fridays for Future a Ultima Generazione) sono nati e cresciuti dentro gli algoritmi di Meta, Google e ByteDance (TikTok).
Non potevano attaccare il sistema digitale perché quel sistema era (ed è) l'unica infrastruttura che permette loro di esistere, fare propaganda, mobilitare le piazze e raccogliere fondi. Diventando dipendenti dai social media, gli ambientalisti hanno chiuso un occhio (e spesso entrambi) sull'impatto ecologico devastante dei server che gestiscono quei miliari di video e post quotidiani.
La svolta tardiva: l'ambientalismo si sta svegliando? 
Oggi che il boom dell'Intelligenza Artificiale ha reso impossibile nascondere la fame di elettricità e di acqua dei data center, la narrazione sta crollando. 
I comitati di cittadini locali (soprattutto in Irlanda, Olanda e in vari stati USA come la Virginia) stanno iniziando a bloccare i server, non più per motivi ideologici, ma perché i data center stanno prosciugando i fiumi e facendo saltare le reti elettriche delle loro città. 
Gli scienziati del clima stanno finalmente dicendo chiaramente che la "transizione digitale" e la "transizione ecologica" sono spesso in violento contrasto tra loro. 
In sintesi, l'ambientalismo degli ultimi vent'anni ha guardato il dito (la carta e il petrolio visibile) mentre il sistema industriale digitale (il cavallo di Troia) entrava indisturbato dalla porta principale, modificando il clima in modo invisibile ma devastante.

PS: Quindi, NON ROMPETE IL CAZZO con i condizionatori che, almeno, sono vitali contro il caldo estremo!