giovedì 29 febbraio 2024

I SUPERIORI SCONOSCIUTI di Michele Fabbri

 



I Superiori Sconosciuti
di Michele Fabbri 



Le teorie del complotto che indagano su quel male assoluto rappresentato dalla globalizzazione hanno alle spalle una lunga storia che parte dalle teorizzazioni dell’abate Barruel a fine ‘700, per arrivare agli attuali piani mondialisti.
Un punto di snodo di grande importanza nella formulazione di queste teorie è rappresentato dagli studi che René Guénon ha dedicato all’argomento pubblicando articoli sulla stampa antimassonica, articoli che i lettori moderni possono trovare agevolmente in una ristampa: AA VV, La polémique sur les “Supérieurs Inconnus”, Archè, Milano 2003, pp.208. 
Il volume comprende anche testi di altri autori che trattavano il tema dei “Superiori Sconosciuti”: Louis Dasté, Gustave Bord, Benjamin Fabre, Charles Nicoullaud, Papus, Paul Copin-Albancelli.


Inoltre esiste uno studio monumentale di Louis de Maistre dedicato all’argomento: "L’Énigme René Guénon et les “Supérieurs Inconnus". L’autore ha effettuato un lavoro di ricerca sulle fonti che utilizzavano gli autori coinvolti nella polemica antimassonica. 
Le riviste che in Francia portavano avanti questa meritoria battaglia civile erano: La Bastille, La France Antimaçonnique, Mysteria, Revue Internationale des Sociétés Secrétes. Guénon scriveva su queste pubblicazioni con lo pseudonimo di “Le Sphinx”. 
Il dibattito sui temi in questione era animato principalmente dal mondo cattolico conservatore, ma vi contribuivano anche esoteristi come Guénon, e perfino ex massoni e spiriti laici infastiditi dal settarismo delle logge.
Le discussioni erano spesso imperniate sul tentativo di individuare i “Superiori Sconosciuti”, ovvero i personaggi che tiravano i fili dei burattini all’interno della massoneria, eventualmente tramite “logge coperte”, e che talvolta venivano indicati in persone in carne ed ossa, come Cagliostro o il Conte di Saint Germain, oppure venivano identificati negli ebrei, o nel diavolo stesso o, più verosimilmente, nell’insieme di idee-guida che ispiravano le logiche della sovversione. Si ipotizzava anche che gli “iniziati” avessero la facoltà di riunirsi “in astrale”, ovvero in una dimensione ultraterrena e non corporea nella quale avrebbero avuto modo di coordinare la loro azione sulla società.
Lo spunto per la riflessione nasceva da uno studio di Benjamin Fabre: Franciscus, Eques a capite galeato. Si trattava di un saggio, pubblicato nel 1913, dedicato al marchese di Chefdebien, un alto iniziato che aveva cominciato la sua carriera massonica nella fase preparatoria della Rivoluzione francese per proseguirla sotto l’Impero. Lo studio di Fabre mostrava come Napoleone pensasse di controllare la massoneria introducendo i suoi ufficiali nelle logge, mentre in realtà era la massoneria che controllava l’Imperatore dei Francesi!
Le ricerche mettevano in luce i legami tra le logge francesi e gli “Illuminati di Baviera” di Weishaupt, nonché le ipotesi sul centro di potere ebraico che agiva attraverso la massoneria.



A partire da questi dati comincia la ricerca di Louis de Maistre, che indaga sul problema sempre aperto delle fonti di Guénon, che il filosofo francese lasciava volutamente nell’ombra, sia per affascinare il lettore col suo stile ermetico, sia perché era convinto di esprimere verità tradizionali il cui valore era indipendente dalla personalità di chi le esprimeva. I più ardenti sostenitori di Guénon ritengono che l’opera del pensatore di Blois sia il più importante avvenimento culturale dalla fine del medioevo, ma anche senza arrivare a sostenere questa tesi occorre riconoscere che Guénon è una guida autorevole nel terreno scivoloso della storia occulta.
Guénon negli articoli in questione attaccava la massoneria adeguandosi allo stile delle riviste su cui scriveva, tuttavia in opere successive articolò il suo giudizio sui liberi muratori, criticando le deviazioni moderne delle logge. C’è anche chi ha sostenuto che Guénon sarebbe stato una sorta di cavallo di Troia all’interno del mondo cattolico col compito di diffondere una mentalità più favorevole all’occultismo, ma secondo Louis de Maistre questo giudizio sembra discutibile poiché nel complesso la critica alla modernità di Guénon è simile a quella della cultura cattolica tradizionalista.
Nel periodo della collaborazione a La France Antimaçonnique, Guénon era in relazione con un personaggio enigmatico: Swami Narad Mani. Si trattava di un induista che avrebbe passato a Guénon della documentazione sulla teosofia che il filosofo avrebbe ampiamente utilizzato nel suo corrosivo saggio contro il sistema di pensiero di Mme Blavatsky.
I testi di Narad Mani non sono particolarmente originali, e sostanzialmente riportano dati che potevano essere attinti da altre fonti. Inoltre Narad Mani era un sostenitore dello spiritismo, che era invece avversato da Guénon. Tuttavia alcune idee dello studioso indù devono aver influenzato la cultura esoterica, in particolare la tesi dell’esistenza di 33 logge dirette da un “Comitato occulto”. Si trattava di un’idea presente anche in Taxil: le 33 logge attraverso le quali i luciferiani governavano il mondo!
Le fonti indiane menzionavano anche la Teshu Maru, un’organizzazione iniziatica degenerata che avrebbe fatto da supporto alla controiniziazione: ipotesi che eccitavano le fantasie dei cospirazionisti…


È a questo punto che l’indagine verte sulla figura di Saint-Yves d’Alveydre che fornì a Guénon lo spunto per scrivere una delle sue opere più fortunate: Il Re del Mondo. L’idea di un regno sotterraneo governato da idee utopiche non era nuova, e sarà ripresa da Ossendowski nel suo celebre saggio Bestie, uomini e dèi
Ossendowski qualificava la misteriosa figura del “Re del Mondo” come “Grande Sconosciuto”, un appellativo inquietante che quasi richiamava aspetti anticristici. Saint-Yves a sua volta si ispirava a Hardjji Scharipf Bagwandas, un indù il cui stile somigliava a quello di Narad Mani. Il rapporto fra Saint-Yves e Scharipf è documentato a partire dal 1885, l’anno in cui esplode l’affare Taxil: una singolare coincidenza…
Nell’opera di Saint-Yves fanno capolino città infernali e comitati segreti che dirigono gli avvenimenti mondiali: gli ingredienti del sistema di potere mondialista cominciavano a entrare nell’immaginario del mondo intellettuale. Inoltre Scharipf era verosimilmente un esperto della “via della mano sinistra”, la pratica tantrica che utilizzava stregoneria, negromanzia e magia sessuale come metodi per indebolire la personalità. Erano concezioni che trovavano riscontro in certe correnti della Cabala ebraica che influenzeranno notevolmente la classe dirigente massonica.
Louis de Maistre individua altre fonti che hanno alimentato la misteriosa leggenda dell’Agartha: il pittore austriaco Alfred Kubin (1877-1959) dipingeva soggetti di carattere infernale che ispiravano la visione di un mondo in via di dissoluzione e in preda alla violenza. Kubin aveva scritto anche il romanzo Die andere Seite in cui descriveva un reame misterioso situato nel Turkestan e circondato da una “Grande Muraglia”: si tratta di temi che presentano analogie con quelli trattati da Guénon e da Ossendowski. 
Ne Il Re del Mondo Guénon sosteneva che il satanismo consisteva proprio nella identificazione del “Re del Mondo” col princeps hujus mundi, ovvero nella confusione fra l’aspetto luminoso e l’aspetto tenebroso. Si trattava evidentemente di idee diffuse nel dibattito culturale, legate ai sentimenti di smarrimento che attanagliavano l’opinione pubblica in quell’epoca di incipienti cambiamenti sociali ed economici, oggi elevati all’ennesima potenza dalla globalizzazione.
Guénon partecipò anche alle attività di un gruppo detto dei “Polari”; si trattava di una associazione esoterica che si ispirava agli oracoli di Padre Giuliano, un eremita che viveva a Bagnaia, presso Viterbo, nei primi anni del ‘900. A questa figura si facevano risalire una serie di dati fantasiosi e non verificabili che tuttavia presentano somiglianze con quelli trattati da Saint-Yves e da Guénon.


Lo studio di Louis de Maistre cerca anche di approfondire l’eterno dilemma su cui discutevano e discutono ancor oggi i complottisti: la massoneria è nata autonomamente o è una creazione della comunità ebraica? Probabilmente la domanda è destinata a restare senza risposta: se è vero che sono testimoniate influenze ebraiche fin dal XVII secolo nell’entourage di Cromwell, tuttavia gli ebrei sono presenti in scarso numero nelle logge all’inizio del XVIII secolo, e probabilmente gli ebrei massoni di quest’epoca erano visti con sospetto dai loro stessi correligionari.
Quello che si può documentare è la diffusione delle idee nate negli ambienti ebraici ispirati alle teorie di Sabbatai Tsevi e di Jakob Frank, che indicavano una “via della mano sinistra” in cui il vizio e il peccato erano la strada per raggiungere la salvezza. I seguaci di tali teorie erano verosimilmente organizzati in strutture segrete simili a quelle massoniche, nel comune intento di offrire alle masse l’illusione della libertà, con lo scopo di asservirle a un potere assai più cinico e dispotico di quello dal quale affermavano di liberarle.
Nella Cabala il contatto con forze demoniache aveva acquisito sempre maggiore importanza nel corso del tempo: gli studiosi di questa disciplina ebraica erano esperti nella manipolazione di residui psichici, e l’applicazione di tali teorie nel mondo massonico è testimoniata dal sistema degli “Eletti Coen” fondato da Martinez de Pasqually nel 1754. Lo stesso Cagliostro a Londra ebbe contatti con Ba’al Chem, un discepolo di Tsevi.
I seguaci di Tsevi e di Frank agivano come veri e propri missionari della sovversione, infiltrandosi nelle logge massoniche in modo più o meno palese, ma condizionandone le dottrine in maniera decisiva. Jakob Frank prefigurava l’avvento di un “mondo nuovo” caratterizzato da un “Grande Fratello” e da un “messia femminile”, concezioni che sembrano avere spaventose consonanze con la realtà contemporanea…
Nella lunga marcia della sovversione ebbero grande importanza le teorie teosofiche di Mme Blavatsky: in particolare la teoria dei Mahatma richiama l’idea dei “Superiori Sconosciuti”. Il teosofismo influenzò gli ambienti risorgimentali italiani, soprattutto Mazzini e la Carboneria. Fra gli italiani che ebbero contatti con la teosofia c’erano Giacinto Bruzzesi, Adriano Lemmi, Marco Antonio Canini, tutti personaggi abili ed esperti nel condurre operazioni occulte e defilate.
Alle idee teosofiche si ispirava anche Djamal ad-Din al Afghani, che si adoperò nel mondo islamico per una riforma religiosa ispirata a concezioni protestanti e per la diffusione di idee moderniste e socialisteggianti.


Si sviluppava quindi un sotterraneo lavoro di lavaggio del cervello e di manipolazione psichica che si estendeva attraverso nazioni e continenti, un lavoro di cui la Società Teosofica era in qualche modo l’aspetto visibile e istituzionale. Il piano, accuratamente preparato, spazzava via dalle coscienze ogni traccia di ordine positivo, attuando le direttive spirituali puramente distruttive di Jakob Frank. Si creava quindi un meccanismo di automazione sociale di cui le masse non erano minimamente consapevoli, e di questo sistema sono signori gli “iniziati” che governano le nazioni come veri e propri missi dominici della controiniziazione. Nel XXI secolo l’umanità sta assistendo a ulteriori angoscianti applicazioni di questo sistema ormai ampiamente collaudato…
I cospirazionisti cercavano anche localizzazioni geografiche dei centri della controiniziazione, che spesso venivano indicati in luoghi dell’Oriente, più o meno estremo. Guénon riteneva che la Mongolia fosse uno dei centri di irradiazione privilegiati delle influenze maligne, e la diffusione del manicheismo fra alcune popolazioni orientali sembrava confermare queste tesi. Lo stesso Guénon, inoltre, aveva accennato all’esistenza di torri diaboliche, alcune delle quali situate nelle steppe della Russia centrale.
L’instaurazione del regime comunista in Russia confermava le tesi dei cospirazionisti, e la letteratura complottista individuava personaggi considerati “minori” dalla grande storia, ma che avevano avuto ruoli importanti nella diffusione delle “idee nuove”. 
In ambiente russo a cavallo fra ‘800 e ‘900 era attivo Agwan Dorjiev, un lama buddhista che aveva una qualche influenza nell’ambiente zarista e che forse era implicato in attività di spionaggio i cui intenti non erano ben chiari. In seguito lo stesso Dorjiev sarà vittima delle epurazioni staliniane e morirà in prigione nel 1938. Anche in questo caso sembra di poter arguire che dietro il mascheramento buddhista ci fossero idee progressiste e universaliste di tipo teosofico.

Le teorie sulla provenienza orientale degli agenti della controiniziazione trovavano terreno fertile anche in una diffusa paura per una imminente invasione asiatica in Europa: all’inizio del ‘900 esisteva una letteratura diffusa che prospettava ipotesi di questo genere.
Guénon inoltre sembra essere stato in contatto con individui che lavoravano per l’Intelligence Service britannico, e l’esoterista francese vedeva opportunamente nell’imperialismo inglese un potente mezzo di propagazione della sovversione democratica. In quel periodo personaggio di punta delle trame inglesi era Sir Basil Zaharoff, un cinico mercante d’armi che era fra i dirigenti della Vickers, colosso industriale degli armamenti; Zaharoff sembra aver avuto una qualche influenza nell’infiammare i nazionalismi balcanici che accenderanno la scintilla della Grande Guerra.
Gli anni giovanili di Zaharoff sono avvolti in un fitto mistero, e la sua improvvisa ascesa nel mondo dell’affarismo cosmopolitico fa intuire che il personaggio fosse introdotto nei più esclusivi ambienti delle forze occulte…
Lo stesso intellettuale fascista Giovanni Preziosi in un articolo del 1934 parlava di Zaharoff definendolo “l’uomo più misterioso del mondo”.
Le vicende di Zaharoff si intrecciano anche con quelle di Giuseppe Volpi, uomo d’affari veneto, famoso per essere stato l’artefice della Mostra del Cinema di Venezia. Volpi appoggiandosi alla Banca Commerciale Italiana gestiva fiorenti commerci nei Balcani, soprattutto in Serbia.
Questi personaggi sembrano aver operato secondo piani ben precisi, utilizzando alternativamente nazionalismo e internazionalismo, in modo da destabilizzare l’antico ordine sociale per far entrare l’umanità nell’era messianica del mondialismo.
Concezioni di questo genere venivano elaborate in ambienti massonici, e Louis de Maistre cita anche l’opera del calabrese Benedetto Musolino che teorizzava uno stato fondato su principi mosaici e talmudici: una vera e propria prefigurazione ante litteram del sionismo!
Infine lo studio di Louis de Maistre si sofferma sull’importanza dell’opera di Guénon nell’ambito dell’esoterismo e della storia occulta. Il Maestro del tradizionalismo non è usualmente preso sul serio in ambito accademico, e d’altra parte lo stesso Guénon detestava il mondo universitario. Tuttavia l’opera del pensatore di Blois offre ancora oggi un punto di vista originalissimo sulla storia occulta e suggerisce infiniti spunti di approfondimento: l’imponente saggio di Louis de Maistre è un ottimo contributo in questo senso.

* * *
Louis de Maistre, L’Énigme René Guénon et les “Supérieurs Inconnus”. Contribution à l’étude de l’histoire mondiale “souterraine”, Archè, Milano 2004, pp. 960.

martedì 20 febbraio 2024

CHI HA UCCISO NAVALNY?


"Chi ha ucciso Navalny?" è diventato il nuovo meme mediatico, ma nessuno fino ad ora si è chiesto come mai la notizia sia venuta fuori. Perché mai confessare la morte di un dissidente, quando poteva essere taciuta e nessuno, familiari compresi, lo sarebbe venuto a sapere? Un dissidente che nessuno avrebbe potuto più vedere, sarebbe bastato negare qualsiasi contatto o informazione ai familiari, a tutti gli organi sovranazionali e la faccenda sarebbe finita nel dimenticatoio dei segreti. Invece, la Russia dello zar Putin ha dato la notizia al mondo, apparentemente facendo un autogoal senza alcuna logica, proprio ora, dopo la famosa intervista con Tucker Carlson, dove il dittatore è apparso come un saggio statista internazionale che disquisisce di geopolitica.
Soprattutto, perché mai Putin avrebbe dovuto ucciderlo, sporcando inutilmente ed ulteriormente la sua immagine? Cosa ha spinto Mosca a eliminare il dissidente a un mese dalle elezioni presidenziali? Non ha alcun senso, cui prodest?
Invece, sono proprio i silenti sovietici ad informarci dell'accaduto. Una morte dovuta a problemi cardiaci arrivata dopo una passeggiata.
Per carità, tutto è possibile, ma io istintivamente non mi fido di quello che dicono i Servizi Segreti di ogni latitudine. Se qualcuno comunica a quei livelli significa che la verità è un'altra e che era necessario comunicare una vicenda del genere, sia essa reale o una balla colossale, per coprire un'altra storia.
Ai misteri e alle incongruenze si è ora aggiunta un’ipotesi rilanciata dal quotidiano popolare tedesco Bild, secondo il quale Navalny sarebbe morto “forse poco prima di una sua possibile liberazione” nell’ambito di uno “scambio di detenuti” tra Usa, Russia e Germania.
“Putin voleva riavere l’assassino di Tiergarten”, Vadim Krasikov, sicario accusato di aver freddato un dissidente georgiano-ceceno. “Lo ha persino accennato pubblicamente in un’intervista con Tucker Carlson. Si parlava della possibilità che Putin, in cambio, rilasciasse Navalny”, scrive il sito del giornale senza fornire altri dettagli in proposito.
Navalny, è il ragionamento della Bild, è morto nel giorno dell’apertura della conferenza di Monaco. Solo due giorni prima, era circolato sui media un no-comment del Cremlino su un possibile scambio di prigionieri con gli Stati Uniti che chiedono il rilascio dell’ex marine Paul Whelan e del giornalista Evan Gershkovich, entrambi detenuti nelle carceri russe con accuse di spionaggio. Il giorno prima il segretario di Stato americano Antony Blinken aveva dichiarato di aver parlato con Whelan in una rara telefonata concessa dalle autorità russe.
Il team di Navalny non ha dubbi che l’oppositore sia stato deliberatamente ucciso e accusa le autorità di non volere riconsegnare il corpo alla famiglia per “nascondere le tracce” del delitto. Il lungo viaggio notturno intrapreso dalla madre di Navalny e dal suo avvocato verso il distretto artico di Yamalo-Nenets, dove sorge la colonia penale IK-3 di Kharp in cui era rinchiuso, non ha fruttato notizie certe, a parte la conferma della morte, comunicata ufficialmente alla donna.



Dall’altro lato, è bene ricordare che Navalny era comparso in udienza il giorno precedente al decesso ed era sembrato in ottima salute. Misteri, sospetti e incongruenze che le autorità russe non stanno aiutando a fugare.
Quindi, alla luce delle poche e confuse notizie che abbiamo chi può aver eliminato Navalny?
Proviamo a fare qualche ipotesi:
1- I Servizi Segreti inglesi e/o americani l'hanno ucciso per sputtanare Putin, che aveva guadagnato popolarità dopo la famosa intervista ed in vista della Conferenza di Monaco, per favorire ulteriormente l'appoggio europeo a Kiev e, quindi, l'invio di nuovi armamenti all'Ucraina. Il fatto sarebbe potuto avvenire proprio durante l'udienza, magari tramite un "avvelenamento invisibile", causato da un agente presente e/o con la complicità di oppositori interni infiltrati.
2- I Servizi Segreti russi, su ordine dello Zar, lo hanno eliminato definitivamente per dare un esempio di supremazia totale a chi nutriva speranze di un cambiamento all'interno della Russia ed a chi osasse dissentire.
3- Navalny in realtà non è morto. Tutti gli attori in campo sono concordi nella veicolazione della sua morte, perché essa nasconde un importante scambio di prigionieri tra paesi avversari. La Russia non avrebbe mai ammesso pubblicamente di aver ceduto al compromesso, ovvero liberare agenti CIA sotto copertura, mostrando così il suo lato debole ai sostenitori, e il resto del mondo implicato in cambio avrebbe potuto continuare a dire "HA STATO PUTIN", oltre alla liberazione di suoi uomini.
Il fatto è proprio questo, perché ad entrambe le fazioni in campo giova questa narrazione.
Navalny è un agente infiltrato e bruciato da anni, diventato un simbolo contro la Russia di Putin, e poteva essere utilizzato solo come merce di scambio. La Russia avrebbe riavuto suoi uomini dei Servizi.
Un gioco delle parti avvenuto migliaia di volte, attraverso false narrazioni volutamente veicolate da entrambe le parti, informandone il mondo, come se ci tenessero a farci sapere una storia che poi non corrisponde mai alla verità.
Ecco, io propendo proprio per lo scambio di prigionieri, anche perché in parte era trapelato in modo indiretto dall'intervista e dai media. Non solo, penso che la 3° ipotesi sia ancora una mezza verità, penso che lo scambio non riguardasse solo uomini dei rispettivi Servizi, ma il futuro dell'Ucraina, della guerra, in un'ottica più geopolitica.
Ai posteri l'ardua sentenza...





lunedì 12 febbraio 2024

LA MANIPOLAZIONE DEL LINGUAGGIO NELL'ERA DEL CONFORMISMO GLOBALE di Simone Galgano


LA MANIPOLAZIONE DEL LINGUAGGIO NELL'ERA DEL CONFORMISMO GLOBALE
di Simone Galgano
Pubblicato il 9 Febbraio 2024 da IN ESERGO
https://www.inesergo.it/manipolazione.html?fbclid=IwAR0PZHldpCFFd_ZYvZADu518A0PcnEwRlZgVP7PK81dHINXzMxfVmB1Iy34


Una società mondiale che auspica un cambiamento epocale necessita di una netiquette spalmata su tutti i fronti. Per esorcizzare risvegli dal sonno della ragione dei popoli, la priorità è costruire dal basso una serie di regole civili che vengano accettate e metabolizzate. Cambiando il linguaggio si può a lungo termine intervenire sul pensiero delle persone che, poco alla volta, non sentiranno alcuna esigenza di riscatto al cospetto di qualsiasi autorità vigente, dalla politica al lavoro, dall'economia al percepirsi individualità con diritti sociali inviolabili. Per questo motivo, e a fronte di una massiccia industrializzazione globale futura, il complesso industriale multinazionale ha battezzato la parola magica green per coprire un maggiore inquinamento e giustificare futuri licenziamenti di massa.
Una filosofia politicamente corretta e affine al potere costituito è lo strumento base per lavorare e ragionare sul futuro di un mondo nel quale i sistemi politici di ogni nazione si vorrebbero sempre più sovrapponibili. Il politicamente corretto, nel suo palinsesto linguistico, non può che diventare il male assoluto, soprattutto perché è scorrettissimo quando si trasforma in arma contro le opinioni divergenti, con la malafede di pretendere di difendere le minoranze: non difende affatto le cosiddette minoranze, non migliora il linguaggio e le usanze delle persone, ma abitua nel tempo l'individuo a normarsi e conformarsi. Vince metaforicamente e comunque sempre chi è più ricco e performante: questi avrà sempre i mezzi per scusarsi in maniera politicamente corretta nel caso uscisse dai binari prestabiliti.

Una sorta di kalamométrion sociale per fagocitare i cattivi pensieri dei potenziali disturbatori e dei loro seguiti. Ne nasce un moralismo Giano Bifronte, con una faccia per le classi subalterne, un'altra per le classi dirigenti, ma (più si sale verso l'alto) con una grande anarchia del potere e dei comportamenti. Una forma di bigottismo laico che sostituisce i veli sulle statue nude del fu Savonarola. Perché un conto è non offendere minoranze o determinate categorie con un linguaggio violento, rispettando qualsiasi orientamento sessuale, religioso, etnico, un altro è pensare di cambiare il linguaggio forzatamente, scontentando tutti per fingere di difendere i presunti indifesi. Quindi creare un poco alla volta un vocabolario di Stato più consono e supino al sistema neoliberale, oggi decisamente più elitario, esclusivista, censorio e oscurantista. Anche in questo caso, come per quelli sopraccitati, il grimaldello linguistico serve a preparare il terreno del nuovo cittadino a norma, per osmosi, più mansueto, impersonale e controllabile.
La neurolinguistica applicata alla politica trasversale, quella che si accetta a prescindere dalla governance di turno, quella che si respira grazie ai media che fanno da cassa di risonanza, quella pensata nei salotti buoni da demiurghi a noi lontani, si trasforma in una mannaia che colpisce chiunque dissenta o esprima criticità politiche e antisistema: si passa sempre più velocemente dalla pretesa di coprire le vergogne alla censura di chi vuol scoprire vergogne più pesanti, mettendo in discussione lo status quo, per esempio sul piano economico e dei diritti dei lavoratori o della difesa dello stato sociale. Soprattutto, si abitua l'utente medio a non pensare con la propria testa e con le proprie pulsioni, a scremare qualsiasi sfumatura e ad agire in automatico, come appunto una macchinetta o un soldatino, accumulando nel tempo aggressività inespressa. Aggressività che poi si sfogherà su chi non concorda con il pensiero unico previsto e vigente, in una sorta di modello simile al famoso Villaggio dei dannati, delatori compresi.

Concettualmente un paradigma reazionario, ma vestito di tutto punto. Non puzza, è neutro, ma poi si trova concorde in qualsiasi orrore espresso dal mainstream, legittimato dall'essere il primo della classe. Un mondo politicamente corretto è il paradigma auspicabile dal potere per gestire la psicologia di massa in tempi pseudo-democratici. Questo conformismo tipico dell'opulente occidente si riverbera in ogni settore, perfino nell'arte, nella musica, nel cinema, nella letteratura, divenendo patrimonio comune e condiviso. Una cura Ludovico allargata, ma più sottile e strisciante.
L'importante è rimpicciolire il range di possibilità di analisi e di comprensione, usando lo schema dei buoni e cattivi, del bianco e del nero come unici colori possibili, come unico sistema possibile, che sfocia nel pensiero conformista della serie: c'è un invaso e un invasore, siamo in presenza di un cambiamento climatico per colpa delle persone comuni, se non ti vaccini muori, fino al se sei povero è colpa tua. Non esiste, fateci caso, l'unico politicamente corretto che servirebbe: quello sulla povertà e sulla dignità economica. Tutte le forme linguistiche di propaganda che partono strumentalmente da presunti diritti civili, senza mai risolverli realmente ma limitandosi ad annunciarli (acuendo le divisioni tra gli individui), giungono a plasmare un pensiero unico su altri fronti, ritenuti al vertice più interessanti.

Per questa restaurazione antropologica, l'ancien regime transnazionale da tempo manipola il senso di colpa del variegato quanto confuso mondo progressista, più plagiabile e predisposto a credere di votarsi al bene comune. In piccolo, il sistema strumentalizza i sacrosanti diritti civili, svuotandoli del loro vero impatto egualitario tra le persone, sostituendoli con il decalogo dei comportamenti da utilizzare, pena la scomunica sociale. Ci troveremo alla fine in un mondo dove dovrai pesare il linguaggio come si pesa l'oro, facendo salti mortali per non offendere il fantomatico dittatore nano del Katonga - perché è nato in un paese sfortunato e perché non puoi definirlo “nano” - bensì appoggiandolo perché magari ci vende il petrolio al miglior prezzo, sulla pelle dei suoi abitanti. 
L'astrazione del sistema si materializza e si legittima dividendo il teatro tra buoni e cattivi e, per osmosi, legittimando gli orrori che produce, facendosi accettare come unica autorità possibile.

mercoledì 31 gennaio 2024

METAVERSO WOKE (FLUIDO E METABOLIZZATO)



Il concetto di mondo fluido è stato fatto accettare ai consumatori di ogni latitudine per salvare il neoliberismo, oramai a fine corsa e sputtanato su tutti i fronti. Per resuscitare il cadavere, ancora tanto utile al padronato, il concetto di fluidità, nell'accezione moderna del termine, è stato abbinato ai tanto paventati e mai realizzati diritti civili, alle fantomatiche lobby LGBTQ+, alla libertà sessuale delle nuove generazioni. 
Ad una iattura di un modello economico reazionario, è stata associata una speranza di progresso dei costumi.
Concettualmente, in economia un sistema fluido equivale a precarietà, abolizione di qualsiasi livello di coscienza di classe, spersonalizzazione dell'individuo, salari al ribasso e sfruttamento dei lavoratori. Se il sistema politico capitalista riesce nel miracolo di far accettare questo modello ai suoi cittadini, presentandolo come ineluttabile conseguenza dei tempi moderni, imprescindibili ed inarrestabili, in qualche modo collegato con tutta la sfera dei diritti civili, denominati da quel momento FLUIDI, ecco che l'incantesimo è servito.
Fluido diventa improvvisamente la parola magica con un grande potenziale, illudendoci di essere quel che vogliamo senza essere nulla, fino all'atomizzazione finale ed al nichilismo senza fine. 
Ecco che, fluido diventa terminologia trendy e funzionale al marketing liberista e chi non si sente compreso da questa nuova ondata di modernità, viene relegato al passatismo e salutato come conservatore.
Quindi l'essere fluido è vincente in questa società, sinonimo di libertà, quando dovrebbe essere parificato a lavoratore precario, persona che frequenta tutti e nessuno, quindi sola, a personalità neutro, a numero indistinto.
Gli unici a non essere fluidi in questo incantesimo di società sono proprio i decisori, i nuovi demiurghi. I loro conti correnti sono fin troppo solidi, il loro potere è sempre più solido!

Come non bastasse, questo scisma ontologico di nuovo millennio, fa parte della dottrina di trasmutazione dell'umanesimo che ci prende per mano accompagnandoci nel futuro transumanesimo. 
Interessante notare come woke significhi letteralmente "sveglio". Un aggettivo inglese con il quale ci si riferisce allo "stare all'erta", nei confronti delle ingiustizie sociali o razziali che, poco alla volta è diventato un contenitore linguistico che tutto frulla e rigetta, tanto da assomigliare terribilmente proprio al tegame cinese Wok, una sorta di moderno Atanor che ingloba tutto ed il suo contrario. Dove, appunto, tutto rimane indistinto e neutro, dove l'individualità è bandita per favorire l'individualismo dei pochi, in una sorta di malintesa concezione di comunità, dove si elabora la negazione della rivolta, dove la rivoluzione è virtuale e sempre annunciata, meglio se proiettata nel metaverso, dove ci si esaurisce nell'idea senza mai realizzare l'azione, un po' come quando si perde tempo per la scelta di una serie su netflix, fino all'inesorabile sorgere del sonno. Nel nostro caso il sonno riguarda più la ragione che l'aspetto strettamente biologico.
Un metaverso Woke o ancor peggio Wok! Come ammansire un popolo, esorcizzando qualsiasi risveglio di classe, di coscienza, spirituale, andando a creare un sistema post-ideologico e para-religioso con i suoi codici poco fluidi.


Al netto di tutto ciò, la cosa più interessante è che questo metaverso woke, tra diritti civili paventati e mai realizzati, ambientalismo d'accatto e antifascismo da operetta, sia finanziato, manovrato ed utilizzato da ambienti ALTI e neoaristocratici. Proprio l'opposto di quello che dovrebbe essere, perché ancora una volta e per l'ennesima volta, tutto è rovesciato.
Think Tank che nulla hanno di sinistra, se non la facciata strumentale, che da sempre, in special modo oggi, sfruttano determinati mondi ed avanguardie per destrutturare il vecchio mondo ed aggiornarlo al nuovo che verrà, ovvero, compiere l'atomizzazione finale dei rapporti umani, implementando il transumanesimo passo dopo passo. 
Per questo motivo cavalcano ed utilizzano i cavalli di troia liberal, per farsi accettare ed al contempo creare una società più autoritaria, più capillare nel controllo avanzato e da remoto, il tutto in una nuova versione edulcorata ed accettata del vivere. 
Un po' come nel finale di Salo' di Pasolini, dove alle torture ed ai sacrifici dell'ancien regime perseguiti per tutto il film, a danno di giovani rapiti e brutalizzati, ne consegue una società nuova ed indistinta sessualmente, una società REALIZZATA ed ammansita da una pax conformista e quasi plasmata, ben rappresentata dall'ultima scena del ballo tra i due kapo', dove uno dei due ragazzi confessa all'altro di chiamarsi Margherita, tra le note di una musica laida e di fine impero, che annuncia tristemente il mondo che verrà.



sabato 20 gennaio 2024

EYES WIDE SHUT - (CONTRO CRITICA AD ALBERTO ARBASINO)



EYES WIDE SHUT (analisi e significato):
In EWS non c'è nulla di surreale, è un film drammaticamente realista e simbolico, per quanto possa apparire onirico.
Forse è la realtà stessa a essere surreale?
L'eterna metafora che Kubrick mette in campo in tutti i suoi film è quella del dominio che si declina nel macro come nel micro mondo.
Eyes Wide Shut racchiude definitivamente questo pensiero, che potrebbe essere esteso come monito a tutto il cinema moderno.
Da un lato le note elite che disegnano la realtà per come la conosciamo, con tutte le loro ritualità, dall'altro lato, i rapporti di forza, affettivi, sessuali tra uomo e donna, dove nascono prevaricazioni, tradimenti, compromessi e miserie umane.
Due grandi famiglie, quella del potere costituito e quella delle persone comuni, entrambe viste come gabbie sociali ed energetiche dell'umanità. Un'umanità prigioniera di un loop, di un cerchio magico che il sacrificio umano alimenta per impedirne l'evoluzione.
Crisi dei tempi, di fine impero, crisi del rapporto di coppia, ma potremmo estendere questo concetto alla crisi dell'occidente e, quindi, crisi di civiltà, o ancor meglio, incapacità dell'uomo a cambiare, imparando dagli errori passati.
EWS è anche un grande codice, presente in ogni sua scena topica, finale compreso.
Un film a tratti antimodernista, nella sua accezione più anticonformista, non necessariamente reazionaria del termine, ma come scoperta del declino di certi codici, della loro volgarizzazione piccolo borghese.
Un film profondamente antiborghese!
Il conflitto irrisolto tra Cruise e la moglie Kidman è la versione edulcorata dello scontro tra scimmie di 2001, dopo che il grande monolite aveva donato loro la coscienza e il libero arbitrio. 
Un conflitto che si risolve, o dovrebbe risolversi, solo con il sesso (utilizzato come ricatto) e non più con l'amore, dove tutto diventa merce e scambio, laddove si risolveva con la guerra e la violenza.
L'amore qui messo in scena però non è banalmente solo l'amore tra due persone adulte, ma è metaforicamente l'AMORE, anche inteso in termini iniziatici.
Come per i Fedeli d' Amore di Dante Alighieri, una delle prime confraternite medievali pre-massoniche.
Viene così messa in scena la crisi iniziatica, corrotta nella sua visione primordiale, oggi assente nei valori della società dei consumi occidentali che ha plasmato e dominato, dove tutto è diventato USA e getta.
Per entrare alla festa del Castello degli Altissimi, si ironizza drammaticamente sul codice, non a caso FIDELIO, diventato appunto mera password ordinaria di una società al tramonto, dove tutto è gioco, per quanto pericoloso ed esclusivo. 
Fidelio perde la sua aura Beethoviana e massonica delle origini, diventando simbolicamente un meme senza più alcuna magia intrinseca, una volgare parola d'ordine per accedere ad un'orgia di lascivi e laidi uomini di potere.
Un film iniziatico, di un grande iniziato e, forse, solo per pochi intimi, ma che si offre a tutti nei tanti livelli interpretativi e nelle tante tematiche contenute, oltre che nella bellezza delle scene, delle suggestioni e della stessa regia.
Kubrick denuda il Re, lo ha sempre fatto fin dall'inizio della sua carriera, nella sua miseria e non tanto nella sua apparente grandezza, non senza macabra ironia.
Racconta dello smarrimento dei nostri tempi, senza ricorrere mai a facili moralismi e giudizi, ma racconta anche della crisi del back-office del potere e del suo linguaggio, della sua grammatica sapienziale, della sua incapacità di sognare un mondo nuovo, immersa nella noia eterna.
Kubrick, attraverso Cruise, forse vuole esprime il suo disagio esistenziale, come fosse un "ragazzo selvaggio" che si trova, suo malgrado, a vivere e ribellarsi in un mondo strutturato sul nulla, sul nichilismo e sulla follia, un mondo che, per paradosso, ha fatto la sua fortuna.
In fondo, il Gerofante Rosso, come la Donna Scarlatta diventano false carte divinatorie, rimembranze di forze dell'ostacolo e salvifiche di un mondo completamente scevro dalla spiritualità, che rinnega la sua dimensione metafisica. Per questo il viaggiatore scientista Cruise non trova il bandolo della matassa e sembra non voler uscire dal suo labirinto mentale, fatto di schemi, convenzioni e sicurezze borghesi.
Un grande film sul dominio e sull'assoggettamento del prossimo, sulla non capacità di districarsi dall'oracolo vigente, sull'incapacità di ribellarsi alle ingiustizie, sulla impossibilità apparente di rinascimento collettivo (nonostante il bisogno), e sul declino inesorabile dell'alto e del basso mondo, con tutte le sue maschere sociali e con tutti i suoi ruoli, apparentemente prestabiliti da un eterno presente, ineluttabile e onnisciente.
L'occhio che tutto vede, anche in questo caso è multiplo. C'è un grande occhio che tutto vede, che segue per strada il povero Cruise, colpevole di aver assaggiato la mela proibita, che entra perfino in camera da letto, lasciando la sua maschera sul cuscino. 
Come c'è pure un altro occhio, interiore, che finge di non vedere, o vede senza vedere realmente, accontentandosi di sopravvivere, un po' come succede per il destino delle masse popolari, ignave e succubi delle convenzioni sociali.
La fuga e il rifugio in un focolare domestico, oramai tradito, dove appunto non rimane che consumare l'ultima cena carnale, tra i doni di un natale freddo e spettrale come una REDRUM qualsiasi e senza più bisogno di sangue. 
Il dominio è "finalmente" accettato e metabolizzato!



EYES WIDE SHUT (critica di Alberto Arbasino):
PREMESSA- Il noto critico Arbasino la butta in erudita caciara, inutile quanto fuori luogo.
Finge (spero) di non aver capito una mazza dei simboli e degli archetipi presenti nell'opera del Maestro, anzi, ne prova così invidia per cotanta beltade, che preferisce sfregiarli, ritenendoli pomposi e invadenti, tronfi e addirittura surreali.
Arbasino gioca con le parole, che diventano dotte supercazzole, per quanto divertenti e stilose, ma tutto rimane in superficie, come fosse un duello privato tra lui e Kubrick.

- Il pomposissimo e pompatissimo film "Eyes wide shut" appare così velleitario e soporifero e vuoto perché non tenta mai di scoprire un linguaggio o stile appropriato alle situazioni surreali-oniriche ormai imprescindibili da Kafka in poi: le puttanelle in fondo agli uffici sono già tutte nel "Processo", mentre lo Scorsese-Village e il Natale nella Grande Mela, appartengono ai sottoprodotti della telenovela Déjà Vu. La solenne lentezza dei dialoghi insulsi già parrebbe intollerabile fra un "Prometeo" di Eschilo e una "Mirra" di Alfieri. Recitati fra un profilo di tucano e una faccetta meno espressiva del suo culo, e con un birignao da parodia, la cosa non può stare in piedi. Anche perché le morali ("ringraziamo le prove del destino" e "qui bisognerà scopare") sono poi la saggezza della nonna: "facciamo un voto a Padre Pio" e "un purgantino o un clisterino risolvono tutto, purché sia salvo il sacramento del Matrimonio". (E infatti Almodòvar risulta molto più bravo nella direzione delle attrici come nel sesso far out).
Nell'orgia di Villa Sade, i più antichi riconoscono il più tradizionale Wagner a Bayreuth: simmetrie di ammantellati compunti intorno al Monte di Venere con sirene e naiadi nel Tannhäuser, porcellonerie di Fanciulla-Fiori col Mago Klingsor in déco moresco nel Parsifal. E anche mille storiche regie di Margherita Wallmann alla Scala: dal Simon Boccanegra ai Due Foscari alla Turandot, con la caratteristica serva grulla che dona la vita per amore di un principotto tontolone. Noi spettatori politicamente impegnati vogliamo invece sapere se quell'orgia è di sinistra o di destra. A beneficio dei repubblicani o dei democratici? Con wasp, ebrei, mafiosi, multietnici? C'è almeno la Lewinsky?
Così, tornando mogi al racconto- base di Arthur Schnitzler (Doppio sogno, Adelphi, pagg. 132, lire 12.000) si riconosce subito quel tipico fenomeno che i vecchi pensatori viennesi sull'Arte definivano la Persistenza degli Archetipi. L'Ostinazione dei Topoi, la Tenacia del luogo Comune, la Longevità del Cliché e del Poncif. "Maritino e mogliettina piccolo-borghesi e lievemente birichini si lasciano tentare da una scappatella: parallela, speculare, simmetrica! (Come in un grafico da Teoria del Racconto). Rasentano, nella cosiddetta "sbandata", il piano inclinato della frivola civetteria... Lì lì sul punto di commettere una leggerezza... Ma dove siamo, signora mia? Ma mi faccia il piacere, dottore! Facciamo un minimo di mente locale, e la morale sarà: scappatella rientrata nell'angolo-cottura, benedetta verità sul divano-letto! Ti conosco, mascherina! Il maritino è un'assicurazione sulle rate dell'appartamento, e la mogliettina vale più di dieci cocottes!".
La mia generazione si è già divertita come una pazza su questi spassosi corsi e ricorsi di topoi. Già negli anni Quaranta la narrativa di seduzione ungherese, presentata da Bompiani e Corbaccio e Baldini & Castoldi, accarezzava l'immaginario delle signore, degli ufficiali, dei giovani. E la "commediola ungherese" trionfava nel cinema dei "telefoni bianchi", perché nei primi anni di guerra tutte le frivolezze e leggerezze di costume e di intreccio - benché smaccatamente parioline - andavano ambientate a Budapest. Dove la brillante e ammiccante Elsa Merlini - attrice triestina e dunque mitteleuropea -appariva spesso tentata da tipici seduttori ungheresi come Amedeo Nazzari o Nerio Bernardi (soprattutto dietro piazza Ungheria, con Maraschini di Zara), ma presto rientrava presso Renato Cialente, con la regìa per lo più di Camillo Mastrocinque.
E noi piccini irriverenti scoppiavamo a ridere in platea, riconoscendo in quei salottini budapestini i tipici pacchetti delle sigarette fasciste e le bottiglie dei whisky bolognesi e dei cognac autarchici. Ora, il racconto di Schnitzler è degli anni Venti, e dunque rivive nella Vienna sconfitta e impoverita del dopoguerra - come sogno, semplice o doppio o "a tortiglione" - il mito della Vienna scatenata e forsennata di mezzo secolo prima. Una capitale straripante di soldi e speculazioni e bancarotte e fortune immediate o sperperate, con folle di avventurieri da tutta l'Europa, pletore di spropositati intrighi, e un proliferare di perversioni vivacissime dai castelli dei granduchi agli appartamentini col cesso sul ballatoio.
La mirabile gigantesca mostra storica "Sogno e realtà 1870-1930", a Vienna nel 1985, illustrava che negli anni 1873-1874 (quindi molto prima di Klimt e della Secessione), fra crisi di Borsa ed epidemie di colera e trattati con lo Zar e il Kaiser e aperture di tramvie e acquedotti e policlinici e del Sacher Hotel, in pochi mesi nascono Schönberg e Hofmannsthal e Karl Kraus, lavorano Brahms e Bruckner e Mahler, arrivano Adelina Patti e il Sigfrido e la Carmen e Verdi col Requiem, ma soprattutto si rappresenta il Pipistrello di Johann Strauss, in cui tutta la città immediatamente e per sempre si identifica (malgrado il crac finanziario e tutte le successive batoste belliche). Quando Carlos Kleiber soleva dirigere il Pipistrello a Capodanno e a Carnevale, l'immedesimazione dionisiaca si palesava in tutto il teatro di spettatori già in abito da sera e in maschera e in subbuglio per i pranzi e i veglioni subito dopo, molto simili a quelli in corso sul palco girevole, con tutti i cantanti e i cori e i corpi di ballo in folle movimento.
E nell'operetta è poi un tipico ballo di demi-monde: come quello dei "fiaccherai" nell'Arabella di Hofmannsthal e Richard Strauss. Con le chances e le combinazioni e gli equivoci di un travestimento generale tutt'altro che "esclusivo" o chic. Anzi, siamo a livello di sgallettate e stracciacule. Il padrone di casa, un principe Orlofsky (mezzosoprano in pantaloni) apre le porte agli smandrappati: e quando si presenta una cameriera come "artista" era indimenticabile il "Künstlerin???" di Brigitte Fassbaender che aveva mangiato non una ma cento foglie. Però, malgrado la numerosa popolazione di Vienna capitale dell'Impero, il maritino in vena di scappatelle in chi incappa invaghendosi perdutamente? Ma proprio sempre nella sua mogliettina, anche lei in vena di evasioni, e non per nulla travestita da "contessa ungherese", e con quell'arma di seduzione laggiù che è la czarda magiara.
Così tutto rientra nell'ordine, come nei teatrini crepuscolari dove non è vero che l'erba del vicino è più verde. Al contrario, il fiore sotto gli occhi è più profumato degli altri. E non sai che tesoruccio hai lì! La stessa storia, paradossalmente, viene riraccontata da Arnold Schönberg in un imbarazzante atto unico, del 1929 circa, Von Heute auf Morgen ("Dall'oggi all'indomani") che fu anche diretto da Pierre Boulez a Santa Cecilia, col suo Ensemble e la specialista Susan Anthony, cinque anni fa. Questa è un'operetta austerissima, di una dodecafonia severissima, su una coppietta borghese e mondana che poi finì male: lui era Franz Schreker, sfottuto da Adorno e poi soppresso da Hitler perché compositore di "musica degenerata" di successo.
Tornando da un veglioncino nell'appartamentino i due rielaborano i rispettivi flirt della seratina, con ripicche e dispettucci reciproci, e birignao coniugali stucchevoli. Nei pochi metri quadri, il pupo non riesce a dormire; e arriva addirittura un gasista. Ma non come l'Anacleto gasista di Franco Parenti, brechtiano e strehleriano e defilippiano. Proprio un dipendente municipale noioso che non trova mai nessuno ai contatori dei poveracci. Ed ecco che i due flirt della serata telefonano dal bar all'angolo ("Hungaria"?) e poi salgono all'angolo-cottura con prospettive di scambi di coppie. Tutto sempre più squallido. La moglie si trucca la faccia, e il marito la trova stupenda senza neanche la czarda magiara del Pipistrello. Ma la bolletta del gas incombe. La mattina ci sarà da lavorare. Le vestaglie incalzano e le ciabatte sovrastano. Chi pagherà poi la bolletta del telefono bianco?
La piccola borghesia grava sulla dodecafonia. E così si va a nanna. Come ai tempi della Scapigliatura di Illica e Giacosa: "stasera al teatro della Canobbiana, sotto le coperte di lana". E il povero piccino, nel suo pigiamino: "Mami, sarebbe questa la gente moderna?". (E cosa risponderebbe Thomas Bernhard, più tardi?). In Schnitzler c'è ancora il mito (come più tardi nella "Histoire d'O") del fastoso castello dove i piccoli borghesi normalmente alle prese con bollette del gas e pedalini per il pupo si possono librare onirici nel lusso delle candele costose e delle carrozze senza tassametro, con musica gratuita, champagne e mangiare a volontà, e rituali dove anche un pompino mai sarà un mero pompino, bensì un affare più verboso di un'orazione di Bossouet e più coreografico delle "Indes Galantes". E dove tutti si ripetono, in costumi complicatissimi, come sono empi, turpi, sadici, viziosi, scellerati, diabolici.
Scopano - degenerati e chic - coi vampiri, coi dromedari, con le zanzare. E come le anime semplici fanno lo scopone col morto, così loro degustano le scopate con le morte: mamme e nonne e zie e prozie di Georges Bataille, come a un buffet freddo. Ma sono pieni di complessi e tabù riguardo alla trasgressione più perversa: non lo prendono nel sedere. Lì scatta il bon ton. A tutto c'è un limite, signora mia. -



domenica 14 gennaio 2024

DAL POLITICAMENTE CORRETTO ALL' ANCIEN REGIME



Il politicamente corretto è il male assoluto, soprattutto, perché è scorrettissimo quando si trasforma in arma contro opinioni divergenti, con la malafede di pretendere di difendere le minoranze.
Non difende le cosiddette minoranze, non migliora il linguaggio e le usanze, ma abitua nel tempo l'utente a NORMARSI e CONFORMARSI verso il pensiero di pochi.
Vince metaforicamente e comunque sempre chi l'ha più lungo e, soprattutto, chi è più ricco e performante, questi avrà sempre i mezzi per scusarsi politicamente correttamente.
Questa è una forma di bigottismo laico che sostituisce i veli sulle statue nude del fu' Savonarola.
Un conto è non offendere il prossimo con un linguaggio violento e maleducato, ma non c'era certo bisogno di nessun paradigma nazi-linguistico per arrivare a ciò, pensando di cambiare le parole per scontentare tutti e fingere di difendere i presunti indifesi.
Un conto è usare un vocabolario di Stato che è consono e supino al sistema neoliberale, oggi decisamente più censorio ed oscurantista, altra cosa è educare il prossimo al rispetto di tutti senza sovrastrutture ideologiche. 
Questo sarebbe nulla o quasi nulla, peccato che poi il neo-linguaggio si trasforma in una mannaia, colpendo chiunque dissenta o esprima criticità politiche e anti-sistema, e questo a prescindere si abbia ragione o meno. Perché si passa sempre più velocemente dalla pretesa di coprire le vergogne, alla censura di chi vuol scoprire vergogne più pesanti, mettendo in discussione lo status quo, per esempio in campo economico e dei diritti dei lavoratori o della difesa dello Stato sociale.
Soprattutto, abitua l'utente medio (sia scolastico che social) a non pensare con la propria testa e con le proprie pulsioni, a scremare qualsiasi sfumatura e ad agire in automatico, come appunto una macchinetta o un soldatino, accumulando nel tempo aggressività inespressa. Aggressività che poi si sfogherà con chi non concorda con il pensiero unico previsto e vigente in una sorta di modello simile al famoso "Villaggio dei dannati".
Concettualmente, un paradigma reazionario, ma vestito di tutto punto. 
Non rutta e scorreggia, non puzza, è neutro, ma poi si trova concorde in qualsiasi orrore espresso dal mainstream, legittimato in questo dall'essere il 1° della classe.
Quindi e per esempio, si alla cancel culture ed anche all'occupazione della Palestina, perché bisogna pur sempre aderire allo stesso modello di partenza, proporzionalmente al proprio grado di aggressività passiva, al sistema che ti propone entrambi i piatti sulla tavola mediatica.
Una "cura Ludovico" più sottile e strisciante, quella che intellettuali come Reich, Kubrick, Pasolini, solo per fare i nomi più comuni, chiamavano "Fascismo bianco".
L'importante è rimpicciolire il range di possibilità di analisi e di comprensione, usando lo schema dei buoni e cattivi, del bianco e nero come unici colori possibili, come unico sistema possibile, che sfocia nel pensiero conformista della serie "c'è un invaso e un invasore", "siamo in presenza di un cambiamento climatico per colpa delle persone comuni", "se non ti vaccini muori", fino al conseguente "se sei povero è colpa tua".
Non esiste, fateci caso, l'unico politicamente corretto veramente utile, quello sulla povertà e sulla dignità economica. In quel caso è legittimo pensare in termini egoistici, di sopraffazione, di dominio.
Tutte forme linguistiche di propaganda che partono strumentalmente da presunti diritti civili, senza mai risolverli realmente, ma limitandosi ad annunciarli, quindi acuendo le divisioni e le atomizzazioni sociali, arrivano a plasmare un pensiero unico su altri fronti più caldi.
E' in termini di psicologia di massa e apparentemente democratici, una svolta autoritaria che annuncia nuovi scismi ontologici e contro-rivoluzionari.
Il progetto in corso è creare una forma pensiero alveare, un po' come in Cina, ma implementata in un sistema occidentale che, gioco forza, diventa sempre meno democratico, quindi più conformista e lontano sideralmente da chi dovrebbe in teoria proteggere.
Per questa restaurazione antropologica, l'ancien regime transnazionale da tempo manipola il senso di colpa del variegato quanto confuso mondo di sinistra, in questo più plagiabile e predisposto, per arrivare a realizzare una reazione anti-democratica, pur veicolandosi BUONO.
In realtà e su altri piani, questa trasfigurazione sociale e trasmutazione del piano del reale, è sempre stata fatta con l'ausilio del mondo variegato di sinistra, dell'attivismo, fino alla manipolazione di un certo antagonismo, reso talvolta cavallo di Troia per aggiornare il sistema, ma sempre in termini più autoritari.
L'attivismo declinato su più piani della realtà, fino appunto all'antagonismo più radicale non consapevole, fu manipolato per uccidere Moro o ancor peggio, credere di farlo, giustificando il conseguente spostamento dell'asse politico valoriale a destra su posizioni economiche neocon, non a caso, introiettate in pochi anni anche dalla sinistra partitica dalla caduta del muro di Berlino in avanti.
Lo stesso schema manipolatorio, nato ai tempi dei romani, fu adottato con Mani Pulite nei primi anni 90, dove il cambiamento di Mani Pulite, serviva ad instaurare un fronte neoliberista rappresentato sia dalla rinascente sinistra dell'epoca, oramai resa strumento del capitale, contro Berlusconi, nuovo paladino mafioso del cambiamento in peggio, ma gli esempi sono molteplici.
In piccolo, il sistema strumentalizza i sacrosanti diritti civili, svuotandoli del loro vero impatto egualitario tra persone, sostituendolo con il decalogo dei comportamenti da utilizzare come in una sorta di Collegio universale, pena la scomunica sociale.
Ci troveremo alla fine in un mondo dove dovrai pesare il linguaggio come si pesa l'oro, facendo salti mortali per non offendere il nano del Katonga, perché è nato in un paese sfortunato e non puoi dire NANO, appoggiando però dall'alto il dittatore del Katonga perché ci dona il petrolio a miglior prezzo sulla pelle dei suoi abitanti, e allora tana libera tutti.

Con il vostro senso di colpa, come quello di credere di vivere in un sistema patriarcale dove bisogna sentirsi in colpa a prescindere dalle colpe altrui, il sistema ci campa e compie ben altri riti sulle vostre teste, peggio, è legittimato a farlo come unico modello possibile, anche attraverso il suo nuovo linguaggio, quello BUONO contro quello CATTIVO, che legittima il piano di realtà in cui viviamo e, per osmosi, tutti gli orrori che esprime facendosi accettare.



giovedì 11 gennaio 2024

CAPODANNO A ROSAZZA


A ROSAZZA E' SUONATA LA CAMPANA DI CAPODANNO E LA MELONI E' FINITA NEL POZZOLO. SI SALVINI CHI PUO'...
cit. Anonimo pistolero


Chi avrebbe immaginato un finale del genere. Una bella festa con tanta bella gente, ministri e minestre con le relative scorte e parenti annessi, perfino bambini ignari del pericolo, tutti riuniti a Rosazza per celebrare l'ultimo dell'anno. Tanto buon cibo, tanto alcol, musica e... il botto!
Sembra una scena di un film di Tarantino, però in versione decisamente trash, un po' all'italiana, dove fortunatamente non muore nessuno, ma tutto diventa tristemente ridicolo, come in una commedia di serie B, dove tutti fanno lo scaricabarile sulle responsabilità del fattaccio. Ovviamente, a rimetterci è un parente del capo-scorta del ministro Delmastro, un elettricista di 31 che inizia malissimo il suo 2024 con un colpo nella coscia.
A sparare pare sia stato tal Pozzolo, scalmanato deputato di FdI, già noto per alcune sue uscite infelici a favore del Duce, contro gli immigrati, oltre a prese di posizione violente e provocatorie sulle donne, tramite social. Un novello fascistello con un pistolino, scambiato da alcuni per un accendino da donna, deriso, secondo testimonianze, appena giunto ubriaco al termine della festa per rallegrare l'ambiente.
Le dinamiche sono ancora incerte, c'è chi indica Pozzolo come il pistolero matto che perde il controllo e per sbaglio colpisce il povero Luca Campana, c'è chi parla di un secondo e terzo uomo, poi scomparsi dai radar e non meglio identificati. Pare che il pistolino sia girato su più mani, come fosse un trofeo da esibire, e già qui cala un velo pietoso. Bisognerebbe capire il livello di miseria umana che questi cialtroni raggiungono in pochi secondi. Solo 20 secondi da qualdo esibisce l'arma ai festeggianti, fino allo sparo. Cosa è successo in quei fantomatici 20 secondi?
Pozzolo giura di non aver sparato, Luca Campana, dopo lo spavento e dolorante, si limita a dire "Perché mi hai sparato?... Non mi chiedi neanche scusa?". L'unica priorità di Pozzolo, invece, è stata quella di invocare immediatamente l'immunità parlamentare, rifiutandosi di dare i suoi vestiti alle forze dell'ordine (aveva dietro qualcosa da nascondere, motivo della sua vivacità?), ma rimane impietrito e muto dinnanzi al povero malcapitato che, dopo qualche giorno, lo denuncia.

Cosa ho pensato fin da subito riguardo questo fatto tragicomico? Due possibilità...
1- A sparare è stato lui: Pozzolo tergiversa per non attribuirsi la colpa, capisce il disastro che ha combinato e si inventa che a sparare sia stato qualcuno presente accanto a lui, mentre erano tutti intenti a visionare il pistolino per vedere chi l'ha più lungo. Si rifugia dietro l'immunità parlamentare, e via andare verso nuove avventure.
2- A sparare è stata un'altra persona: Pozzolo ripete ossessivamente di non aver sparato, di aver dato l'arma ad una persona che dopo è sparita (?). Non capisce cosa sia successo, rimane imbambolato ed intrappolato in un cul de sac. Oggi afferma che dirà la sua versione dei fatti davanti ai giudici e parlerà finalmente dell' uomo che avrebbe colpito il giovane operaio.

Nel 1° caso la triste vicenda finirebbe qui, con un povero ferito che nulla c'entrava, con una denuncia che finirà nel nulla, con una grande sputtanata, con la sospensione dal partito e una grande incazzatura per la Meloni che, tutto voleva, tranne che iniziare l'anno nuovo con grattacapi del genere.
Nel 2° caso, invece, la storia potrebbe essere più interessante.
Perché fin da subito non ha dato la colpa all'agente che avrebbe sparato?
Perché afferma che questa persona sarebbe sparita?
Chi è costui, dato che gli era accanto?
Perché questa figura risulta così intoccabile e misteriosa, da rimanere ancora nell'ombra, tanto da non essersi autoaccusata dell'accaduto?
Trattasi di agente, magari, legato ai Servizi e quindi non facilmente sputtanabile?
Perché mai un agente, ben addestrato, un capo-scorta, avrebbe fatto un errore del genere?
Credo sia improbabile! Se veramente è stato un altro a sparare, secondo me, non l'ha fatto certo per errore.

Risulta tutto molto confuso! Se fosse vera la 2° versione dei fatti, Pozzolo sarebbe stato inguaiato, magari strumentalizzato da chi ha esploso il colpo, dopo il passa mani del pistolino. Non credo per una ragione personale tra l'eventuale "agente fantasma" e il sottosegretario, forse per altre motivazioni a noi ignote.
Potrebbe essere banalmente un messaggio alla Meloni (non è il 1° messaggio di morte politica che riceve). Un messaggio neanche tanto subliminale, perché si guardi le spalle, perché continui a difendere l'occupazione di Israele senza alcuna critica, affinché continui a seguire l'agenda, oppure, messaggi dagli alleati per conto terzi. Nel senso che potrebbe riguardare faide interne al governo, create ad hoc da chi sta ai piani alti, per coprire scandali, ma al tempo stesso ricattare, ancora meglio e su nuovi fronti, i diversi attori coinvolti nel governo. Ci sarebbe anche una ulteriore motivazione, sempre considerando che Pozzolo sia davvero innocente, ovvero, che l'eventuale messaggio sia il classico evento scaccia evento, nella miglior tradizione italica, ovvero creare un fatto per distrarre l'attenzione mediatica e del popolino da altri fatti più gravi (Verdini family, Crosetto e le armi, ecc...). Pozzolo rivendica il possesso dell'arma perché sarebbe minacciato da uomini legati ai Servizi iraniani, ma anche su questo fatto nessuno sembra incalzarlo a dovere.

Ci sono diverse curiosità intorno al paesello di Rosazza. 
Intanto, Rosazza e Rennes-le-Château sono due borghi uniti in gemellaggio esoterico, tra Templari, Rosacroce e simbologie massoniche.
Rosazza infatti è conosciuto come “Il Borgo più misterioso d’Italia”. La particolarità di questo borgo si deve ad un celebre personaggio che ha indissolubilmente legato il nome della piccola borgata alla magia e all’esoterismo. Si narra infatti che Federico Rosazza, filantropo e sognatore, Senatore del Regno, membro della Giovane Italia mazziniana e Gran Maestro Venerabile della massoneria biellese, organizzasse qui le riunioni della loggia massonica, con la collaborazione del suo grande amico Giuseppe Maffei, pittore e architetto anche lui originario della zona biellese. E sarà proprio grazie alla collaborazione con il Maffei che Federico Rosazza realizzerà all’interno del borgo tutta una serie di opere con chiari richiami alla magia e all’esoterismo, ma anche a particolari contesti storici come per esempio le merlature della torre Guelfa, i colonnati dei templi di Paestum e l’arco etrusco della città di Volterra.

Aspettando la "verità", attraverso la deposizione di Pozzolo ai giudici, ci tengo solo a sottolineare le solite sincronicità e coincidenze significative presenti; e voi lo sapete bene che in certi fattacci le rose non mancano mai, incredibile vero?
Scatta allora il meme onomantico:
"A Rosazza ha suonato 13 (31) volte (la) Campana e la Meloni è finita nel Pozzo(lo). Si Salvini chi può..."